Stato di Diritto

Ue, Stato di Diritto: cos’è e perché tiene il Recovery Fund nel limbo

Dietro al veto di Polonia e Ungheria al maxi-fondo per la ripresa, c'è la prima Relazione 2020 sullo Stato di Diritto nei Paesi Ue. Quali sono le criticità?

24 novembre 2020 08:37
Ue, Stato di Diritto: cos’è e perché tiene il Recovery Fund nel limbo

È ancora stallo sul Recovery Fund e l’accordo sul Bilancio pluriennale dopo la fumata nera dell’ultimo Consiglio europeo di giovedì scorso. Permane il veto del Premier polacco, Mateusz Morawiecki, e del suo omonimo ungherese, Viktor Orban. Eppure, il Parlamento europeo ha già dichiarato che non farà passi indietro su quanto già deciso: vincolare l’erogazione dei fondi al rispetto delle regole fondamentali dello Stato di Diritto. Un lavoro che la Presidenza tedesca di turno all’Ue, capitanata da Angela Merkel, sta faticosamente portando avanti per chiudere la partita del Bilancio Ue.

 

Vediamo, nel dettaglio, in cosa consiste questa clausola (respinta dai cosiddetti Governi ‘ribelli’, Polonia e Ungheria, con il sostegno della Slovenia). E come l’Esecutivo Ue tiene monitorati gli sviluppi attraverso uno strumento che ne rileva le criticità anche in altri Paesi dell’Ue.

 

Prima Relazione Ue sullo Stato di Diritto

Il 30 settembre, la Commissione europea ha pubblicato la prima Relazione sullo Stato di Diritto nell’Unione europea. Include i contributi di tutti gli Stati membri, mettendo in luce lo status quo ed elementi - sia positivi che negativi – sulla base dei dati e delle analisi forniti dalle 27 capitali.

 

Sono quattro i pilastri dello Stato di diritto:

  • i sistemi giudiziari nazionali

  • i quadri anticorruzione

  • il pluralismo e la libertà dei media

  • altre questioni istituzionali relative al bilanciamento dei poteri, essenziali per un sistema efficace di governance democratica.

L’obiettivo della Relazione è promuovere un dibattito inclusivo e una cultura dello Stato di Diritto. Dovrebbe guidare le autorità nazionali nella gestione delle criticità, partendo dagli esempi dei sistemi più virtuosi, per favorire il rafforzamento dei quattro pilastri nel pieno rispetto dei regimi costituzionali e delle prassi nazionali.

 

Polonia e Ungheria: magistratura e media

Per la Polonia, la Commissione ha affermato che “vari aspetti della riforma della giustizia sollevano serie preoccupazioni per quanto riguarda lo Stato di diritto, in particolare l'indipendenza della magistratura”. Si tratta di una problematica di lunga data che ha indotto la Commissione ad avviare nel 2017 la procedura di cui all’Articolo 7, paragrafo 1 del Trattato dell’Unione europea (TUE), ancora all’esame del Consiglio Ue. Nel 2019 e nel 2020, l’Esecutivo Ue ha avviato due nuove procedure di infrazione per salvaguardare l’indipendenza della magistratura, mentre la Corte di Giustizia dell’Ue ha emesso provvedimenti provvisori per sospendere i poteri della sezione disciplinare della Corte Suprema per quanto riguarda i procedimenti disciplinari nei confronti dei giudici.

 

Riguardo all’Ungheria, nel corso degli ultimi anni le istituzioni dell’Ue hanno spesso sollevato con preoccupazione il problema dell’indipendenza della magistratura magiara, anche nell’ambito della procedura di cui all’Articolo 7, paragrafo 1, del TUE avviata dal Parlamento europeo. L'invito a rafforzare tale indipendenza, formulato nel contesto del Semestre Europeo, è rimasto lettera morta. In particolare, il Consiglio nazionale della magistratura, organo indipendente, è in difficoltà nel controbilanciare i poteri del presidente dell’Ufficio giudiziario nazionale competente per l’amministrazione degli organi giurisdizionali. Alcune norme recentemente approvate, oltre a consentire la nomina alla Corte suprema di membri della Corte costituzionale, eletti dal parlamento, al di fuori della normale procedura, abbassano i criteri di eleggibilità del presidente della Corte suprema. La trasparenza della proprietà dei media non è pienamente garantita. La concentrazione mediatica creata dalla Fondazione centro-europea della stampa e dei media (KESMA) ha aumentato i rischi per il pluralismo dei mezzi di comunicazione. L’indebolimento delle istituzioni indipendenti e la crescente pressione esercitata sulla società civile influiscono ulteriormente sul bilanciamento dei poteri.

 

Criticità in altri Paesi Ue

A Malta, ad esempio, la Relazione ha segnalato profonde preoccupazioni per la corruzione diffusa e i lunghi ritardi nei procedimenti giudiziari; in Bulgaria, ha citato il mancato completamento di un regime di responsabilità efficace per il sistema della procura generale; in Repubblica Ceca, ha rilevato carenze nella protezione degli informatori e nella regolamentazione dei lobbisti; in Croazia, ha affermato che il coinvolgimento dei cittadini nel processo decisionale del Governo “rimane relativamente debole”; in Romania, una serie di controverse modifiche al sistema giudiziario, adottate negli ultimi anni, rimangono in vigore nonostante gli sforzi di riforma. Sempre nella Relazione, si legge come le controverse misure con impatto negativo sull’indipendenza della magistratura continuino ad essere applicate, creando “incertezza per il funzionamento del sistema giudiziario” e sollevando interrogativi sulla sostenibilità delle misure anticorruzione.

 

All’Italia, la Relazione attribuisce una valutazione per lo più positiva. Tuttavia, segnala alcune inefficienze. Tra queste, un sistema giudiziario lento e farraginoso e la dubbia “indipendenza politica dei media” (causa conflitto di interessi nel settore audio-visivo). Si legge che le riforme sulla semplificazione, oggetto di discussioni in sede di Parlamento nazionale, stanno ‘smuovendo’ la situazione per trovare soluzioni, ma che “l’efficienza del sistema giudiziario continua ad affrontare sfide importanti” (in altre parole: c’è da lavorarci).

 

Gli sforzi per creare un collegamento tra lo Stato di Diritto e l’erogazione dei fondi anticrisi (con impatto sul Bilancio Ue a 27) si sono scontrati con la ferma opposizione di Varsavia e Budapest.

Ma in un recente sondaggio, commissionato dal Parlamento europeo e condotto all’inizio di ottobre 2020, quasi otto intervistati su dieci (il 77% in Ue e l’81% in Italia) sostengono che sia giusto vincolare l’erogazione dei fondi Ue per la ripresa alla condizionalità sullo Stato di Diritto.

La maggioranza dei cittadini Ue sostiene che ci sia bisogno di un Bilancio più ampio per superare la pandemia. Sempre dal sondaggio, emerge che il 54% ritiene che Bruxelles dovrebbe disporre di più mezzi finanziari da impiegare nei piani di recovery.

 

Finanziare la sanità pubblica è la principale priorità di spesa per gli intervistati in 18 Paesi. Estonia, Lettonia e Repubblica Ceca hanno invece dato la priorità agli interventi diretti al sostegno dell’economia, delle aziende e del tessuto produttivo. Mentre in Austria, Danimarca e Germania, si richiede - per lo più - un significativo impegno nell’ambito delle politiche climatiche. Tra le priorità di spesa di Croazia, Slovacchia e Finlandia, gli intervistati hanno messo al primo posto l’occupazione e gli affari sociali al primo posto tra le priorità di spesa. Il 39% degli intervistati (europei) afferma che la crisi covid-19 ha già avuto un impatto sul reddito personale, mentre un ulteriore 27% si aspetta questo scenario (di tagli agli stipendi o alle entrate familiari) a partire dal prossimo anno. Visto che il nostro Paese è stato uno dei più duramente colpiti dalla pandemia e dalle conseguenze del lockdown, il 46% degli intervistati italiani afferma di avvertire l’impatto devastante della crisi.

 

Curiosità etimologica dello “Stato di Diritto”

La locuzione “Stato di Diritto” deriva dall’espressione della lingua tedesca Rechtsstaat, coniata dalla dottrina giuridica tedesca nel XIX secolo per indicare quella forma di Stato che assicurasse la salvaguardia e il rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo; insieme alla garanzia dello Stato Sociale, concorre alla definizione dei diritti che gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a difendere sottoscrivendo, nel 1966, due accordi chiamati “Covenants”.

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