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Ritratti (poco) diplomatici

Rito e sostanza dell’Inauguration Day, giuramento del presidente USA

Il 20 gennaio 2021 ci sarà il passaggio di consegne Trump-Biden: ai ministri arrivati in auto blu un biglietto del tram per poter tornare a casa. (Speciale)

7 dicembre 2020 14:29
Rito e sostanza dell’Inauguration Day, giuramento del presidente USA

In molte situazioni si cerca di evitare le formalità e di andare dritti al punto. Tuttavia, ci sono circostanze in cui la forma è anche sostanza: un’affermazione vera soprattutto in ambito diplomatico, dove l’etichetta è di fondamentale importanza per sottolineare il rispetto delle gerarchie o per evidenziare il significato di un avvenimento esaltandone il valore simbolico. Ecco perché gli apparati istituzionali degli Stati sono dotati di una struttura addetta al “cerimoniale”, ovvero a tutte le questioni di natura protocollare.


Il capo del cerimoniale, in particolare, è una figura che rimane quasi sempre nell’ombra (sfido i lettori a riconoscerlo – o riconoscerla – durante un avvenimento pubblico o in occasione di un incontro internazionale) ma che ricopre un ruolo di importanza cruciale. Nulla può andare storto in un vertice tra Ministri o Capi di Stato, e nulla può essere lasciato al caso: basta un dettaglio fuori posto per mandare a monte una delicata trattativa.


Per questi motivi, la cerimonia di insediamento del Presidente degli Stati Uniti è un esempio davvero emblematico. Si tratta di un evento che segue un rigido protocollo, ma ogni gesto ha un suo significato preciso e corrisponde chiaramente al processo effettivo di passaggio dei poteri tra il Presidente uscente e quello entrante. Stiamo pur sempre parlando della successione al ruolo di “persona più potente del mondo”, nella democrazia monarchica unica al mondo e dunque si capisce bene come ogni passaggio si debba svolgere con precisione e solennità. Nella mia carriera da diplomatico, ho potuto avere anche il privilegio di assistere di persona ad una “inauguration”, ovvero quella di Barack Obama a gennaio 2009, invitato alla cerimonia, che si svolge all’esterno del Campidoglio, insieme agli altri rappresentanti del corpo diplomatico. Ricordo ancora il freddo pungente di quel giorno, ma anche l’emozione di assistere a quello che fu davvero un momento storico.


Il momento chiave della cerimonia prevede che, dal secondo esattamente successivo a quello del giuramento del nuovo Presidente, il suo predecessore – insieme a tutto il Governo – cessi le proprie funzioni. Ecco perché i ministri uscenti arrivano alla cerimonia sull’auto di servizio, e per fare ritorno a casa ricevono un biglietto per poter prendere un mezzo pubblico: la perdita dei cosiddetti “privilegi” decade immediatamente (un po’ come la zucca di Cenerentola), in quanto è legata alla funzione che avevano ricoperto fino a pochi minuti prima, e non alla loro persona. Un confronto abbastanza impietoso con il nostro sistema europeo.


Tra poco più di un mese (il 20 gennaio per l’esattezza) sarà l’ Inauguration day di Joe Biden. Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, rischiamo tuttavia di assistere ad una situazione senza precedenti: Donald Trump dovrà arrendersi all’evidenza della sconfitta (i suoi tentativi di ricorso non hanno alcuna chance di successo) ma la probabilità che “boicotti” la cerimonia non presentandosi al passaggio di consegne non sono trascurabili.

 

Se facessimo un esercizio di fantapolitica, potremmo persino ipotizzare che Trump decida di dimettersi poche settimane prima della fine del mandato per lasciare il posto al suo vice Mike Pence e risparmiarsi il “calice amaro” che gli deriverebbe dal dover stringere la mano al rivale Democratico preparandosi alle future battaglie politiche e giudiziarie. È uno scenario altamente improbabile e che speriamo non si avveri; eppure, in un certo senso sarebbe un epilogo coerente con la totale assenza di fair play che ha dominato la campagna elettorale delle ultime Presidenziali.   

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