Le nomine Fs

Presidente Fs vota contro le nomine Fs. Per il Mef dovrebbe lasciare

Castelli, leghista-renziano, inaugura in una delle più importanti società pubbliche, Ferrovie, la “lottizzazione retrodatata”, agli equilibri 2016.

9 dicembre 2020 11:57
Presidente Fs vota contro le nomine Fs. Per il Mef dovrebbe lasciare

Ma chi è Gianluigi Vittorio Castelli e perchè ci occupiamo di lui? Era direttore centrale Innovazione e Sistemi informativi di Ferrovie dello Stato nominato dal renziano Mazzoncini, che nel 2016 era amministratore delegato delle Ferrovie, nominato da Renzi. Nel 2018 passa in quota Lega e delle Ferrovie diventa presidente, nominato dall’azionista Mef. Qualche giorno fa in Consiglio di amministrazione ha votato contro le nomine proposte dall’attuale amministratore Gianfranco Battisti insieme a Vanda Ternau, altra renziana, che pure aveva poco prima approvato tutto nel comitato nomine da lei addirittura presieduto. Battisti aveva proposto in Trenitalia Luigi Corradi come amministratore e Michele Meta come presidente e in RFI Vera Fiorani, attuale Cfo della stessa società, come amministratrice, cioè nel ruolo gestionale più importante. 

 

Lo scontro tra Renzi e Conte sulla task force per gestire il Recovery Fund rimbalza dunque, soprattutto grazie a Mazzoncini (che pur collocato da Renzi alla milanese A2A) vorrebbe a tutti i costi ritornare a Roma a piazza della Croce Rossa), nella gestione di una delle più importanti società pubbliche italiane, oltretutto quella che ha in pancia gli investimenti per completare l’Alta Velocità al Sud e far da volano alla ripartenza dell’economia, provocando la reazione dell’azionista Mef, con il quale giustamente le nomine erano state concordate con l’avvio via libera dello stesso Castelli.

 

Castelli ha dunque anteposto o motivazioni politiche (fare da guastatore in sintonia con l’attacco di Renzi al governo) o motivazioni di cordata personale (l’amicizia con Mazzoncini) o entrambe (il filo conduttore è sempre il renzismo postdatato), al suo ruolo di presidente di una grande società che deve innanzitutto tutelarne la reputazione e la stabilità. Oltretutto sulle nomine al vertice della più importante controllata, quella che gestisce l’Alta Velocità, che mentre è da completare in Italia vince anche importanti gare all’estero. Nessuno si scandalizza per il fatto che le nomine nelle più importanti società pubbliche vengano decise dall’azionista, quindi dal governo, e per estensione dalla sia maggioranza politica che poi ne risponde agli elettori. Mai tuttavia si era visto che un presidente delle Ferrovie giocasse così a dadi sulle sorti delle due più importanti controllate, mettendosi contro l’azionista e il proprio amministratore delegato in modo plateale se non provocatorio, fuori da qualsiasi logica gestionale. 

 

La vicenda, al di là della lotta tra i big del governo per il controllo dei fondi Ue (una gran parte dei quali vengono destinati nella bozza di piano del governo alle Infrastrutture, di cui 28 miliardi proprio alle Fs), non può che avere un epilogo: o le nomine passano con il si di Castelli e Ternau, se Battisti accetta che il suo presidente si inventa una scusa passabile per fare marcia indietro, oppure il Mef non potrà che chiedere, secondo le indiscrezioni che filtrano da via Venti Settembre, le dimissioni dei due. Nel frattempo abbiamo assistito allo spettacolo del tutto inedito della “lottizzazione retrodatata”, quella di un presidente Fs che vive con uno sfasamento temporale di poco più di quattro anni, quando al governo c’era Renzi e alle Ferrovie c’era il suo amico Mazzoncini. 

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