Ex Ilva salva

L’ex Ilva torna allo Stato: accordo tra ArcelorMittal-Invitalia

L'ex Ilva torna nelle mani dello Stato: ArcelorMittal ha raggiunto con accordo che prevede l'ingresso di Invitalia del Mef nel capitale di AM InvestCo

11 dicembre 2020 10:57
L’ex Ilva torna allo Stato: accordo tra ArcelorMittal-Invitalia

Torna lo Stato nella gestione dell'acciaio e dello stabilimento dell'ex Ilva di Taranto, con un doppio aumento di capitale.

 

La controllata del Mef, Invitalia, entra nel capitale di AM InvestCo, controllata ArcelorMittal, con un doppio aumento di capitale: il primo da 400 milioni di euro con il 50% dei diritti di voto della società; il secondo a maggio 2021 da 680 milioni di euro.

 

Tra le condizioni sospensive dell'accordo ci sono "la modifica del piano ambientale esistente per tenere conto delle modifiche del nuovo piano industriale; la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti lo stabilimento di Taranto; e l'assenza di misure restrittive, nell'ambito dei procedimento penali in cui Ilva è imputata, nei confronti di AM InvestCo", si legge nella nota ArcelorMittal.

 

Previsto il completo assorbimento dei 10.700 lavoratori

 

La storia dell’Ilva

L’acciaieria più grande d’Europa nasce nel 1961 nella città di Taranto dalla fusione tra le Acciaierie di Cornigliano con l’Ilva – Alti Forni e Acciaierie d’Italia, dando vita a Italsider – Alti Forni e Acciaierie Riunite Ilva e Cornigliano che prenderà il nome di Italsider nel 1964. Era una società di proprietà pubblica con grandi ambizioni: creare il più grande polo industriale del sud Italia.

 

Lo stabilimento di Taranto da 15 milioni di metri quadrati che produce acciaio e ferro non solo per l’Italia ma per l’intera Europa, viene costruito nel 1965 nel quartiere Tamburi, oggi conosciuto in tutto Italia visto l’elevato tasso di mortalità delle persone che vi abitano, 18.000 circa.

 

Dopo la crisi degli anni ’80 la società viene acquistata dal Gruppo Riva nel maggio del 1995 e chiamata Ilva, termine che deriva dal nome latino dell’Isola d’Elba dove veniva estratto il ferro.

 

I due fratelli Emilio ed Adriano Riva acquistarono lo stabilimento per 2.500 miliardi di lire dall’Iri, alzando un polverone di polemiche visto che ne valeva circa 4.000, con l’arduo compito di rilanciare l’acciaieria.

 

Nel 2012 iniziano i problemi legati all’inquinamento ambientale

Nel 2012, però, iniziano i guai seri. Iniziano a venir fuori problemi di inquinamento ambientale nell’area circostante l’Ilva correlati all’attività dello stabilimento e le successive inchieste. La magistratura di Taranto fu costretta a disporne il sequestro per gravi violazioni ambientali. Alla base di questa decisione, le morti sospette e l’elevato numero di malati di tumore registrati nella zona, soprattutto bambini.

 

Tra i reati ipotizzati disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.

 

Secondo il gip chi gestiva l’Ilva “ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza".

 

Da quel momento in poi la storia dell’ILVA si complica anno dopo anno, passando per vari commissariamenti. Enrico Bondi, Edo Ronchi prima e nel gennaio del 2015, Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi, con il compito di risanarla sia a livello economico che ambientale per poi rivenderla.

 

Nel 2017 ArcelorMittal si aggiudica la gara

Nel gennaio del 2016 viene pubblicato il bando pubblico per la messa in vendita dell’Ilva. A vincere la gara sarà la multinazionale anglo-indiana ArcelorMittal nel giugno del 2017. A luglio del 2018 il governo Conte chiederà all’Anac – Autorità Nazionale Anticorruzione - di indagare sulle regolarità delle procedure di gara.

 

A fine novembre 2019 ArcelorMittal annuncia in una lettera la volontà di lasciare lo stabilimento di Taranto e restituirlo allo Stato italiano perché impossibilitata ad attuare il piano industriale ma anche per la mancanza dello scudo penale.

 

La multinazionale anglo-indiana ha deciso di spegnere gli impianti di Taranto e licenziare 5 mila lavoratori bloccando il risanamento ambientale, per portare la produzione in altri siti europei del gruppo, dichiarando che la pandemia ha pesato fortemente sul comparto. Intanto, il Governo ha bocciato il piano 2020-2025 giudicandolo inadeguato, insoddisfacente e molto lontano dalla base degli impegni assunti dalla stessa ArcelorMittal.

 

Nel 2018 ArcelorMittal occupava 10.700 persone negli stabilimenti in tutta Italia, di questi 8.200 solo a Taranto. Altri stabilimenti sono a Genova in Liguria, Novi Ligure e Racconigi in Piemonte e Marghera in Veneto. 

 

La multinazionale ha chiesto dal 6 luglio altre nove settimane di cassa integrazione ordinaria per circa 8.100 unità a Taranto, presentando all’Esecutivo un piano con 3.200 esuberi, con la riduzione degli occupati a 7.500. Da aggiungere il mancato reinserimento al lavoro dei cassintegrati Ilva in amministrazione straordinaria, 1.800 lavoratori tra Taranto e Genova.

 

Ex Ilva contribuisce all’1,4% del PIL italiano

L’ex Ilva è importante per l’Italia non solo in termini di livelli occupazionali, che vanno necessariamente salvaguardati, ma anche in termini di PIL.

Secondo un’analisi econometrica dello Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, dal sequestro dello stabilimento avvenuto a luglio 2012 ad oggi, sarebbero andati perduti 23 miliardi di euro in termini di PIL, l’1,35% della ricchezza nazionale, con una perdita annua tra i 3 e i 4 miliardi di euro. Sarebbero andate in fumo oltre 6 milioni di tonnellate di acciaio.

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