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Il cut-up italiano

Il cut-up di Burroughs e K. Cobain diventa italiano con Manuel Agnelli

Gli Afterhours lo importano nel 1997 con “Hai paura del buio”. Sei album dopo sono ancora il riferimento del rock alternativo italiano ispirato a leggende

23 dicembre 2020 11:35
Il cut-up di Burroughs e K. Cobain diventa italiano con Manuel Agnelli

Il cut-up è una tecnica letteraria secondo la quale un testo viene tagliato, ovvero scomposto, anche parola per parola, per poi essere riorganizzato in maniera casuale. Si vengono a formare così nuove frasi, nuove immagini, talvolta al limite del nonsense. Si cerca di sfruttare la componente surreale di queste composizioni per raggiungere chi legge o ascolta in maniera inedita, inusuale.

 

Lo scrittore William Burroughs ed i suoi discepoli della beat generation hanno usato moltissimo il cut-up; la tecnica è stata poi di grande ispirazione per tantissimi artisti - siano essi scrittori o musicisti - delle generazioni successive a quella della beat. Tra i mostri sacri della musica, uno su tutti: Kurt Cobain. Il compianto frontman dei Nirvana collaborò con lo stesso Burroughs in un’opera (The Priest They called Him) a metà tra musica, letteratura, arte drammatica e incubo illetterato: la voce dello scrittore si fonde alle dissonanze elettrificate della chitarra di Cobain, che zoppicando e ghignando accompagna l’ascoltatore attraverso il delirante racconto di Burroughs.

 

William Burroughs, Kurt Cobain e gli Afterhours di Manuel Agnelli

Era il 1992. Due anni dopo, ad aprile, Cobain usa un fucile per togliersi la vita nel garage della sua casa; passano altri tre anni, e un infarto si porta via il vecchio scrittore. È il 1997, adesso. Un oceano più a destra, aldilà della penisola iberica, del mar Tirreno e di qualche regione italiana, tre ragazzi milanesi pubblicano un disco. È già il quarto della loro discografia, ma soltanto il secondo ad essere cantato nella loro lingua. Non sanno ancora che la scelta che hanno fatto due anni prima di passare dall’inglese all’italiano sta per essere decisiva per la loro consacrazione. Non lo sanno, e probabilmente neanche gli importa. Loro devono cantare, e suonare, e scrivere: non c’è altro di necessario se non l’espressione (artistica) di sé.

 

È così che nasce Hai paura del buio?, un disco che altro non è che la riproduzione artistica della vita vissuta da questi tre ragazzi milanesi. Il nome che hanno scelto per la loro band è preso in prestito da una canzone dei Velvet Underground, che chiude il loro disco omonimo: stiamo parlando degli Afterhours. Il frontman del gruppo lo conosciamo ormai bene.

 

Si tratta di Manuel Agnelli, uno dei giudici del talent musicale X-Factor. È lui a scrivere i testi, ed è lui a cantarli, urlarli, sussurrarli, a seconda dello stile musicale dei brani, che alternano sferragliate hardcore-punk ruvide e veloci (Dea e Lasciami leccare l’adrenalina), dolci dissonanze che si rincorrono in un crescendo orchestrale (Senza finestra e Punto G) e ballate malinconiche e malconce (Voglio una pelle splendida).

 

I versi cantati da Manuel Agnelli vengono scollati tra loro e ricomposti proprio come aveva insegnato William Burroughs, e le immagini che si vengono a formare si vanno ad incastonare perfettamente negli arrangiamenti delle canzoni, creando un tutt’uno indivisibile.  

 

Il disco rappresenta la raggiunta maturità artistica di un gruppo che, dopo anni di apprendistato, riesce ad aprirsi le porte del grande pubblico. Nel corso di questi anni sono seguiti altri sei album in studio, ed il gruppo continua ancora oggi ad esercitare il ruolo di faro all’interno della scena alternativa rock italiana.

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