EditorialiOpinioniAnalisiInchiesteIntervisteScenariFirme
Natale in casa Bassetti

Matteo Bassetti: «Zona rossa a Natale: la rispetto, ma è un errore»

L’infettivologo contesta il cambio di colore delle Regioni, mentre considera il vaccino anti-Covid «un regalo». L’intervista su famiglia, figli e politica

23 dicembre 2020 12:15
Matteo Bassetti: «Zona rossa a Natale: la rispetto, ma è un errore»

«Ormai mi sembra di essere un surfista, a furia di ondate». Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e volto noto in tv, cerca di stemperare la tensione dopo l’allarme per la variante inglese del virus e sulla temuta terza ondata Covid. Alla vigilia di Natale l’infettivologo, 50 anni compiuti da poco, parla invece della sua famiglia, tenuta gelosamente al riparo dai riflettori. Anche a lui, come a molti italiani, la pandemia ha stravolto la vita: «Sono consapevole di essere passato dall’essere solo medico a personaggio in qualche modo pubblico, per via della visibilità sui social o in tv». Orgogliosamente ligure, dopo la laurea nella sua Genova e il perfezionamento degli studi a Yale (Usa), è membro di diverse società medico-scientifiche internazionali. Nel 2020 è diventato anche volto noto in tv e sui social, dove conta circa 180mila followers tra Facebook e Instagram. Ma è anche marito di Chiara e padre di due figli adolescenti, Francesco di 12 anni e Dante di 15.

 

Che Natale sarà il suo, a casa con la famiglia o in ospedale con i pazienti e i collaboratori? 

Matteo Bassetti: «Sarà il primo Natale che trascorrerò in città, perché fin da bambino e in quella che è stata la mia precedente vita – prima del Covid – sono sempre andato a sciare in montagna. Quest’anno, abitando vicino all’ospedale, credo che sarò al lavoro. Forse mi concederò qualche pausa con mia moglie e i miei figli, ma senza genitori o altri familiari, perché ho perso mia madre un mese fa e perché seguirò le regole, anche se non le condivido». 

 

Lei non teme mai di dire ciò che pensa. Perché non le condivide?

Matteo Bassetti: «Perché da medico sono abituato a seguire rigorosamente un metodo scientifico e credo che le decisioni prese per queste festività non seguano alcun criterio di questo tipo, come invece accaduto suddividendo l’Italia in colori. Il sistema aveva funzionato, mentre non credo in questa alternanza di giorni gialli, arancioni e rossi: perché fino al 23 posso vedere mia sorella o mia suocera, il 25 no, mentre dal 28 posso farlo nuovamente? Forse avrebbe avuto più senso lasciare la colorazione. In alcune Regioni, come in Veneto, Friuli o a Bolzano, dove i contagi sono aumentati, sarebbe stato anche più opportuno non aprire i negozi o abbassare ridurre l’occupazione massima delle terapie intensive dal 30% al 20%. Purtroppo così mi sembra più un voler dare un colpo al cerchio e uno alla botte, non c’è scienza».

 

A proposito di spostamenti e di Natale “rosso”: se potesse lei dove andrebbe e cosa farebbe?

Matteo Bassetti: «Se penso che nel 2019 ho totalizzato oltre 150mila miglia in aeroplano, per lavoro, mentre nel 2020 non mi sono allontanato da Genova, penso che idealmente mi piacerebbe un viaggio con la mia famiglia, senza mascherina o distanziamento, ma in un mondo in cui tutti fossero vaccinati. Nella realtà mi basterebbe avere la mia montagna dove andare a sciare».

 

Invece resterà a casa: mangerà pandoro o panettone? 

Matteo Bassetti: «Da ligure né l’uno né l’altro, ma rigorosamente il pandolce genovese che io amo moltissimo. Il suo aspetto è meno invitante del panettone milanese, che è più gonfio e anche più colorato con i suoi canditi: il pandolce è più “mesto”, piccolo, quasi grigio, ma appena lo mangi è gustosissimo, un po’ burroso, un’esplosione di emozioni. Anche noi genovesi siamo così: siamo meno appariscenti dei milanesi e possiamo sembrare più difficili, introversi, quasi antipatici, ma una volta scoperti siamo persone meravigliose».

 

Cosa vorrebbe trovare sotto l’albero per questa fine del 2020 e inizio del 2021? 

Matteo Bassetti: «Vorrei tanto essere vaccinato domenica prossima, il 27 cioè il giorno in cui per la prima volta in tutta Europa contemporaneamente saranno somministrati i primi vaccini anti-Covid. Mi sono offerto e spero di essere tra i primi per due motivi: perché credo nel vaccino e per dare l’esempio, in quanto personaggio pubblico. Voglio metterci la faccia, anzi in questo caso il braccio». 

 

E cosa regalerebbe lei, invece, agli italiani?

Matteo Bassetti: «Il vaccino è il più bel regalo per gli italiani e spero arrivi il prima possibile per tutti. Finora abbiamo camminato, adesso è il momento di correre, per ottenere risultati positivi in breve tempo, cioè per mettere in sicurezza una buona parte di cittadini entro l’estate. Sotto l’albero metterei anche un pacco con tutte le conoscenze mediche e scientifiche degli ultimi 10 mesi. Sono tante, solo noi come gruppo genovese abbiamo pubblicato oltre 35 articoli scientifici, frutto di un lavoro approfondito e di squadra: servirebbero per gestire il 2021 meglio di quanto non si sia fatto nel 2020». 

 

Fine anno, è tempo di bilanci e lei ha anche scritto un libro, Una lezione da non dimenticare (Cairo Ed.). Qual è e cosa terrebbe di questo “annus horribilis” di pandemia? 

Matteo Bassetti: «Sono orgoglioso di questo libro, perché con Martina Maltagliati lo abbiamo finito a e tutto quello che è scritto si è poi realizzato: dalla seconda ondata alla necessità di potenziare la medicina di base. Le lezioni di non dimenticare sono tante: per esempio l’esigenza di un protocollo per la gestione domiciliare dei pazienti o un piano di vaccini serio e affidabile. Il problema è che, a differenza di un medico, la politica non risponde mai dei propri errori».

 

Lei non ha mai pensato di darsi alla politica? 

Matteo Bassetti: «Al momento no, anche se le proposte non sono mancate. Amo la mia professione e ho preso un impegno con il team che lavora con me, che io chiamo il dream team. Comunque gestire un reparto e un gruppo di persone è già politica, perché anche da medici, professori o ricercatori si possono aiutano gli amministratori a prendere le decisioni corrette in ambito sanitario». 

 

Lei è molto esposto mediaticamente. Come vive il rapporto con i suoi followers? 

Matteo Bassetti: «Sono stato anche criticato per quello che ho scritto sui social, ma se tornassi indietro non cambierei una virgola. Sono convinto che il Covid sia come un’influenza rinforzata, per qualcuno più pesante che per altri. La letalità è contenuta se paragonata ad altre malattie, anche se è molto più contagioso rispetto all’influenza. Quanto ai followers, io non li ho cercati, non sono la Ferragni – senza nulla togliere a lei: non è il mio lavoro, io ho iniziato pubblicando articoli di giornali su Facebook e scrivendo qualche pensiero, poi qualcuno ha deciso di seguirmi fino ad arrivare ai circa 180mila followers. Le critiche sono parte dei social, che non sono scientifici: la gente ti ama se scrivi ciò che vuole sentirsi dire. Se parli di temi scomodi, come i vaccini, ti criticano. Il paradosso è che all’inizio, quando comunicavo anche cose importanti, mi ascoltavano in pochi, mentre adesso anche se dico piccole cose mi ascoltano tutti: per questo ci vuole cautela nel comunicare e bisogna documentarsi».

 

Mai suoi figli non le hanno mai chiesto di smettere di andare in tv o sui social?

Matteo Bassetti: «Più che altro mi hanno fatto notare che, nonostante io abbia smesso di viaggiare per lavoro a causa della pandemia, anche se sono a casa spesso non sono presente con la testa perché impegnato tra l’ospedale e i media».

 

A proposito di ospedale, al suo dream team cosa regalerebbe per Natale? 

Matteo Bassetti: «Senz’altro un enorme grazie perché dai miei collaboratori ho ricevuto un grande sostegno e spero di averne dato anche io a loro. Ammiro il sacrificio, visto che molti quest’anno hanno saltato anniversari e compleanni o non hanno potuto raccontare le favole ai figli alla sera: a loro va il mio gigantesco grazie!». 

COPYRIGHT THEITALIANTIMES.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA