I partiti sotto stress

Il ‘ciclone’ Draghi si abbatte sui 5Stelle. Nel Pd calma apparente

Di Battista lascia, cresce l’ala dissidente nel M5S. Intanto la Lega europeista spiazza alleati e avversari. Dem in cerca di una pax interna sulle nomine

Il ‘ciclone’ Draghi si abbatte sui 5Stelle. Nel Pd calma apparente

Lo potremmo chiamare “dirompente effetto Draghi” o semplicemente “il ciclone” che sta cambiando volto ai partiti in sole 72 ore. Fatto sta che l’arrivo del professore nel disastrato scenario politico italiano, privo da molto tempo di spinta ideale e di una visione a lungo termine, sta mettendo sotto sopra assetti, strategie, e vecchie logiche.

 

I partiti sono attoniti, quasi storditi, i cambiamenti repentini: la Lega entra in un governo di ‘larghe intese’ e compie la svolta più veloce che si sia mai vista in senso europeista. Rafforza l’alleanza con l’ala moderata forzista e mette Giorgia Meloni all’angolo, da sola a reggere il vessillo del sovranismo e della destra più radicale. Ma l’ingresso di Salvini è forza d’urto che rompe argini e provoca tensioni anche nel fronte opposto: in quell’asse Pd, Leu e Cinquestelle che i leader giallorossi provano a difendere dalla potenza degli eventi.

La base grillina è spaccata. Non c’è da digerire solo l’alleanza con il Carroccio e con il ‘traditore’ Renzi, ma anche col nemico storico Berlusconi. E poi c’è il professore. Che solo pochi anni fa, agli albori del Movimento, Grillo definiva il “banchiere del trionfo della finanza sugli stati sociali”, colui che “obbedisce ciecamente alla Troika”. Un’era glaciale fa. Ora Beppe e i suoi ‘figli’ più amati, Di Maio e Conte, prendono le difese dell’ex numero uno della Bce: il governo Draghi è cosa buona e giusta. “Da spendere ci sono 209 miliardi dell’Europa. Non si possono lasciare ad altri”, dichiara in un video il ministro degli Esteri Di Maio.

 

Rousseau però dà il suo responso. Il voto sulla piattaforma di circa 74 mila iscritti segna 60 a 40. Sì, c’è il semaforo verde a Draghi ma emerge pure una corrente fortissima di dissidenti. Alessandro Di Battista decide di dare il suo addio ai Cinquestelle. Il governo che sta per nascere e l’inversione ad U dei dirigenti è la goccia che fa traboccare il vaso: “il Movimento non parla più a nome mio”, tuona dalla sua pagina Facebook. Si attende l’effetto domino.

La fronda ribelle potrebbe dare presto segnali sia nel gruppo al Senato che alla Camera. Una trentina i parlamentari in odore di scissione. Molto dipenderà dalle mosse di Barbara Lezzi e Nicola Morra, i più vicini a Dibba. E sull’ascendente che sapranno esercitare sugli scontenti. Ma i 5S saranno presto alla prova anche sulla nuova leadership: Conte e Di Maio i due competitor. E il secondo non ci pensa proprio a lasciare lo scettro nelle mani dell’ex premier. 

 

Nel Pd non è il momento da resa dei conti. I malumori dei giorni scorsi sono in parte rientrati. Il senatore Zanda ammette che bisognerà anticipare il congresso ma solo quando “sarà passato l’allarme rosso per il Covid”. Riferisce al Corriere: “l’importante è che sia un congresso serio, che metta a fuoco la vera natura del Pd. Come quelli che si facevano una volta, con mozioni, grandi dibattiti, coinvolgimento degli elettori, delle forze esterne, degli intellettuali. Un congresso che parli al Paese”. Ma se le acque nei dem rimarranno chete è da vedere. Lo scoglio più vicino è la nomina dei ministri, vice ministri e sottosegretari. O meglio, di quelli che Draghi lascerà in mano ai partiti. Pare che il presidente incaricato abbia chiesto a ciascun gruppo politico una rosa di nomi. Zingaretti dovrà trovare a tutti i costi un equilibrio tra le diversi correnti interne. Se non riuscisse nell’impresa si scatenerebbero faide e rappresaglie. E più di qualcuno potrebbe non voler aspettare che la pandemia passi.

COPYRIGHT THEITALIANTIMES.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA