Lotta al virus

Il piano vaccini non funziona, Draghi chiede la linea dura all’Ue

Accordo tra i 26 Paesi sui passaporti per chi è immunizzato. Ma su una sola dose in Italia pareri discordanti. L’immunologa Viola: “E’ errore gravissimo”

Non lasciare che le aziende farmaceutiche produttrici gestiscano come vogliono forniture e distribuzioni. L’Europa è clamorosamente indietro nelle vaccinazioni, le varianti del virus stanno determinando una nuova impennata dei contagi - in Italia ieri se ne sono registrati 20 mila di cui 4000 solo in Lombardia – e i ritardi se non colmati rischiano di far saltare ogni programmazione delle campagne avviate già tra mille difficoltà. “Nessuna scusa per le aziende inadempienti”, è il monito del premier Mario Draghi ai partners europei che nel corso del Consiglio Europeo hanno sostanzialmente condiviso la sua linea. Anche se per il momento misure in merito e sanzioni non sono state adottate. Trovato invece un accordo di massima per il via libera ai passaporti vaccinali. Si tratta dei certificati che potranno consentire a chi è stato vaccinato di muoversi e viaggiare. L’impegno è di farli entro tre mesi.

 

I ritardi in Ue

In Ue sono 51,5 milioni i vaccini distribuiti fino ad oggi, solo l’8% di europei ha ricevuto almeno la prima dose. Serve dunque un approccio più rigido nell'applicazione del controllo dell'export per quelle aziende farmaceutiche che non rispettano i patti. Ma se è vero che i Paesi membri chiedono alla Commissione e alla presidente, Ursula Von der Layen, l’adozione di provvedimenti più severi, il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, dice anche che “non ci sarà un blocco dell'export, perché comporterebbe una frammentazione della produzione mondiale”. Dunque, resta da capire come penalizzare chi non rispetta le consegne.

 

Polemiche sulla somministrazione di una sola dose

Intanto, l’obiettivo ribadito dalla Commissione di immunizzare il 70% della popolazione adulta, ovvero 255 milioni di persone entro fine estate, appare di difficile realizzazione. E perplessità in questo senso sarebbero state avanzate dallo stesso Draghi. Che ha lanciato anche l’ipotesi di “dare la priorità alle prime dosi” per accelerare ed imprimere una svolta al Piano vaccini. L’obiettivo sarebbe quello di somministrare la prima al più alto numero di persone il prima possibile e rimandare la seconda ad un momento successivo. Si tratterebbe di seguire il modello della Gran Bretagna. Una strada che però non trova al momento il favore di esperti come l’immunologa dell’Università di Padova, tra le più stimate in Italia, Antonella Viola.

 

Somministrare una sola dose di vaccino rappresenta “un gravissimo errore, così come è stato un grave errore quello del Regno Unito” spiega a Sky tg 24 la professoressa. “Abbiamo vaccini con un’efficacia altissima, che mantengono il titolo anticorpale alto a lungo, ma devono essere somministrati nel modo giusto. Se abbiamo fretta rischiamo di non proteggere le persone e facilitare la generazione di varianti”. L’invito della Viola è a “basarsi sui dati e sulle evidenze scientifiche. L'idea di vaccinare con una sola dose è un’idea intuitiva, ma non è ad ora supportata da dati scientifici”. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, avrebbe però già avanzato all'Aifa la richiesta di riscontri sulla possibilità di una sola somministrazione a chi ha contratto il virus. Si attende “il parere che ci aspetta a breve”.

 

La possibilità che l’Italia produca i vaccini

Il governo sta verificando la possibilità di produrre vaccini anti-Covid sul territorio nazionale. Un primo passo è stato fatto al Ministero dello Sviluppo economico attraverso un incontro tra il ministro Giorgetti, il commissario straordinario all’Emergenza Arcuri, Farmindustria e l’Aifa. I siti dove si può immaginare la riconversione degli impianti per la produzione di vaccini ci sarebbero, il nodo tuttavia resta la scarsa presenza di bioreattori. Produrli, riconvertire gli stabilimenti già esistenti e trasferire il know how sono operazioni che richiedono tempo: si parla di 6-9 mesi. L ’Italia sarebbe in grado di essere autonoma nella produzione dei vaccini solo a fine anno. E non è detto che a quel punto sia ancora utile.

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