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Il punto

Perché il Partito democratico ha perso la bussola e come ritrovarla

I dem alla ricerca di una visione per il futuro che segni il passaggio all’età adulta. Ma per salvarsi stavolta la direzione deve essere davvero unitaria

Al Nazareno il problema che dovrebbe preoccupare non è solo la scelta del nuovo segretario, ma la definizione di unità di intenti da parte delle diverse correnti, retaggio di divisioni congenite alla nascita del partito. Oggi il Pd ha quattordici anni di vita e possiamo dire che si trova in piena fase adolescenziale. Quell’età di confusione e sbandamento, in cui si cerca un’identità precisa e si fatica a maturare obiettivi e visione futura. Ecco, in questo momento il Partito democratico è esattamente questo: un adolescente che deve decidersi a fare il suo ingresso nella vita adulta.

 

Nato dalla fusione di Democratici di Sinistra e Margherita, e figlio del progetto dell’Ulivo che iniziò a prendere corpo dalle europee del 2004 – allora con l’adesione dei Socialisti democratici italiani e dei Repubblicani europei – l’arrivo del nuovo soggetto nel 2007 fu dirompente a sinistra ma anche per il centrodestra. Una novità che sparigliò il quadro politico nazionale determinando anche la frenata, anzi il fallimento, della ‘spallata’ che Silvio Berlusconi voleva infliggere al secondo esecutivo di Romano Prodi. Che cadrà, comunque, e non a caso, qualche mese più tardi per mano dell’Udeur di Clemente Mastella.

 

Ma quella nascita fu travagliata. A dire il vero, più per i Ds che non per la Margherita, che durante il congresso di adesione si mostrò compatta. Le divisioni diessine, invece, si manifestarono e portarono all’uscita del ‘correntone’ di Fabio Mussi e al gruppo indipendente di Sinistra democratica. Il processo intanto era partito. La spinta dell’associazionismo e della società civile, il bisogno di un blocco unitario nel centrosinistra portarono ad un’accelerazione: prima con la costituzione del comitato promotore, poi con le primarie e, infine, con l’Assemblea costituente. Che conferì a Valter Veltroni, pontiere tra le due componenti principali, lo scettro di segretario nazionale.

 

Le inquietudini e laMa se pure la partenza sembrò convinta, con le elezioni politiche del 2008 il motore si inceppò subito. Il Cavaliere conquistò maggioranza e governo, il nuovo soggetto non aveva convinto, il progetto non era decollato. Un anno dopo Veltroni si dimette, gli succede Dario Franceschini. Cresciuto politicamente nel Movimento giovanile della Dc di Benigno Zaccagnini, convinto fautore con il sistema maggioritario dell’alleanza del centrosinistra, l’attuale ministro della Cultura dalle file del Ppi fonda la Margherita. Come nuovo leader ha il compito di affrontare le europee, che non andranno bene, e di traghettare il partito verso il primo congresso, che Pier Luigi Bersani vince.

 

Lo spostamento - secondo alcuni troppo a sinistra del partito - provoca la prima rottura con la componente rutelliana che abbandona. Le elezioni del 2013 premiano però la coalizione guidata dai dem ma con pochissimi voti di scarto. Il segretario del partito di maggioranza relativa non riesce a formare il governo, iniziano gli attacchi alla sua leadership. Deputati e senatori piddini non votano compatti per il presidente della Repubblica: la candidatura di Romano Prodi rimarrà intrappolata nella segretezza dell’urna. Bersani decide di rimettere il mandato. Arriva l’ex segretario della Cgil, Guglielmo Epifani.

 

Pochi mesi dopo è Matteo Renzi a vincere le primarie. E’ appoggiato da tutte le correnti, compresa Areadem di Franceschini e i veltroniani. Ma non dai bersaniani che escono e fondano Liberi e Uguali. Tocca al leader dei Giovani turchi, Matteo Orfini, assumere la veste di segretario quando Renzi diventa premier. Ma smessi i panni di capo del governo, dopo la bocciatura del ‘suo’ referendum costituzionale, l’ex sindaco torna alla carica. Vuole riprendersi il partito che ormai è irriconoscibile e succube dell’eccesso di personalismo e del renzismo rampante. Ci riesce, ma i dem sono dilaniati: arriva la sconfitta alle politiche del 2018. Dal 40 % dei consensi alle europee Renzi precipita al 18 per cento. Una débacle. Si dimette e al suo posto si siede Maurizio Martina in qualità di reggente. Poi al congresso del 2019 la vittoria di Nicola Zingaretti e pochi giorni or sono le sue dimissioni.

 

Un’odissea quella del Pd. La sequenza di segretari e vicissitudini che hanno accompagnato la sua storia non sono solo il segno di una instabilità profonda. Piuttosto sono figlie di un peccato originale: la mancanza di una bussola, di una rotta unitaria di tutte le forze che lo costituiscono, di una direzione davvero univoca. Basta fondersi per avere una rotta? Evidentemente no. Ma se vuole il Pd può finalmente darsela, l’adolescente può diventare adulto. E non solo perché è forse l’unico partito rimasto che ha un retaggio storico di rilievo, sia nella componente centrista e cristiano-sociale che in quella socialdemocratica e progressista. Ma soprattutto perché, seppur stritolata dal peso delle spaccature interne, ha ancora una classe dirigente che viene da scuole e insegnamenti autorevoli. E a quella classe dirigente può attingere per salvare la barca alla deriva. La scelta di Enrico Letta come segretario, se accetterà di farlo, va decifrata in questo senso. Se vuole il Partito democratico è ancora in tempo per ricominciare: ma servono umiltà, lungimiranza e coraggio.

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