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Le armi di Enrico Letta per risollevare il Partito democratico

La strategia del nuovo segretario e le fibrillazioni in vista dell’Assemblea di domani sui capigruppo: vuole due donne alla guida dei Dem in Parlamento.

Le armi di Enrico Letta per risollevare il Partito democratico

Marcare le differenze con la destra alleata di governo, aprirsi alle forze di centrosinistra ma rinsaldando il patto con i 5S e ricostruire il Pd. Enrico Letta ha le idee chiare e corre spedito lungo le tre direzioni che gli stanno a cuore: i rapporti nel governo Draghi, l’alleanza con i grillini e con i partiti di sinistra (anche i fuoriusciti), il controllo della barca-partito per non lasciarla in balia delle correnti. Un tridente utile a difendersi da sgambetti e tranelli, sia fuori che dentro, e necessario per non lasciarsi cuocere a fuoco lento come è successo a gran parte dei suoi predecessori. La velocità di azione, anche se destabilizzante, è un’arma essenziale per il segretario in questa fase. Chi comincia bene è a metà dell’opera. L’obiettivo è costruire una nuova base di lancio del Pd per i prossimi anni, a cominciare dalle elezioni amministrative alle porte.

 

Identitari e alternativi alla Lega 

Che il neo- segretario non sia disposto a fare sconti all’‘alleato’ Matteo Salvini, tanto meno a lasciargli spazio per scorribande mediatiche e populistiche dentro il governo, lo si è capito all’indomani del varo del decreto Sostegni. Quando, senza troppi giri di parole, ha accusato la Lega di “aver tenuto in ostaggio il governo per ore” sulla rottamazione delle cartelle esattoriali. “Pessimo inizio” del leader del Carroccio “senza risultati”. Schermaglie? Molto di più. Salvini gli ha risposto a stretto giro: “Parlo con Draghi tutti i giorni, Letta stai sereno”.

Ma, intanto, il leader dem aveva segnato un primo punto a suo favore e delimitato un terreno politico di scontro, quanto mai salutare e sostanziale per il Pd. Un passaggio squisitamente politico, non tanto finalizzato a segnare l’appartenenza al governo Draghi, rinunciando al vecchio legame con il Conte II. Piuttosto, un modo per comunicare ai cittadini dove sta il Pd e dove sta la Lega. Ribadendo un’ostilità politica dirimente a cui Letta non intende rinunciare. Con due priorità. Non perdere tempo e cominciare da subito a lavorare per guadagnare consenso elettorale. E, al contempo, ridisegnare i confini identitari della forza politica che sta guidando da appena una settimana. Gliene dà atto il capo della corrente di Sinistra, Andrea Orlando, attuale ministro del Lavoro. Letta “sta segnando un’alternativa alla Lega”, dice, “e questo è un fatto che abbiamo indicato subito come necessario quando nasceva questo governo. Governiamo con forze politiche molto lontane da noi per una situazione di emergenza, ma questo non ci rende più simili”.

 

Patto con i 5S ma con legami forti nel centrosinistra

“Credo che si debba senza dubbio ripartire da quanto fatto negli scorsi mesi, ognuno con la sua autonomia ma seguendo un percorso comune. Sono d’accordo con Letta”. Il presidente della Camera, Roberto Fico, tra i big del M5S, tiene fermo il punto insieme al leader Pd sulla necessità di rafforzare l’asse tra le due forze politiche per battere la destra. Un campo in cui Letta ambirebbe a un ruolo di leadership. Così si sta muovendo in questi giorni ma con gioco facile perché i grillini sono di fatto senza leader.

L’ex premier Conte è stato designato alla guida del Movimento ma i lavori sono tuttora in corso: per lo Statuto, per l’organigramma e per trovare una non facile pax interna dopo scissioni e abbandoni. L’arrivo vero e proprio sulla scena del nuovo capo non è atteso prima di Pasqua. Poi, Letta, dovrà confrontarsi con l’“avvocato del popolo” che, stando ai sondaggi, porterebbe in dote ai pentastellati una risalita nei consensi. Per questo, il segretario Pd non si ferma al grillismo di stampo moderato per costruire l’alternativa alle destre ma punta anche a rafforzare la gamba del centrosinistra.

A parte Renzi - che ora si dice “pronto al confronto anche se mai con i 5S” e che intanto perde un senatore che rientra in casa dem - ci sono pezzi di sinistra che il Nazareno si è perso per strada in questi anni. E che Letta cercherà di convincere a rientrare. I bersaniani di Articolo Uno, per esempio, e componenti extraparlamentari con cui il dialogo potrebbe ripartire. 

 

Organigramma: donne e uomini insieme al comando

E poi c’è l’assetto interno. Letta ha voluto una segreteria Pd snella con 4 donne e 4 uomini e due vice segretari, un uomo e una donna, giovani e volti nuovi del partito. Ha anche dichiarato che i capigruppo di Camera e Senato dovranno essere donne. Ergo: Marcucci e Delrio devono lasciare. Promette che non si intrometterà nella votazione ma è fuori dubbio che siano in corso contatti per evitare blitz e spiacevoli sorprese. Il problema più che alla Camera, dove si fa il nome di Deborah Serracchiani, sembra esserci al Senato. Dove l’uscente Marcucci della corrente Base Riformista ha dalla sua la maggioranza dei senatori. Mancano poche ore per un equo compromesso che non riaccenda malcontenti e tensioni. Si parla di Roberta Pinotti di Areadem o di Anna Ascani che però è sottosegretaria allo Sviluppo economico. Riflettori puntati domani sull’Assemblea dei gruppi parlamentari.  

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