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L’opinione del medico

Andrea Stramezzi: «Ecco come curare a casa sin dai primi sintomi»

Il medico volontario anti-Covid ai medici di base: “Mettetevi doppia mascherina e andate nelle case a curare tempestivamente i pazienti”. Cosa raccomanda

Andrea Stramezzi: «Ecco come curare a casa sin dai primi sintomi»

«Di fronte ai primi sintomi è necessario intervenire rapidamente e a casa». A dirlo è Andrea Stramezzi, uno dei medici in prima linea nella lotta contro il Covid con le cure domiciliari. A febbraio 2020, all’inizio della prima ondata pandemica, ha lasciato l’attività di odontoiatra e ha risposto alla chiamata dell’Ordine dei Medici, mettendosi a disposizione. Assunto con un contratto a tempo dal Ministero della Salute, per fare tracciamento e controlli sanitari all’aeroporto di Malpensa, è soprattutto medico volontario contro il Covid 19 ed è parte attiva di due associazioni impegnate proprio nelle cure domiciliari dei pazienti: ippocrateorg.org e terapiadomiciliarecovid19.org, che forniscono se possibile interventi a domicilio, ma anche teleconsulti per i casi nei quali non è possibile visitare a casa.

 

«Curo molte persone a distanza, al momento, ad esempio, sto seguendo una suora siriana che si è ammalata prima dell’incontro con il Papa in Iraq e un italiano da tempo residente in Argentina» spiega Stramezzi, che sottolinea l’importanza di un intervento precoce nelle prime fasi della malattia: «Il Covid ha rivoluzionato anche il mondo della medicina, oltre a quello economico e sociale. A esempio, oggi abbiamo imparato che per contrastare gli effetti del Sars-Cov2 dobbiamo ricorrere a farmaci che prima non avremmo somministrato in caso di infezioni virali, come gli antibiotici o il cortisone».

 

Dottor Stramezzi, quando occorre iniziare a curarsi?

Andrea Stramezzi: «Bisogna innanzitutto capire cos’è il Covid-19, per comprendere come vada trattato. Ho curato e guarito a casa e in Ospedale Covid almeno 500 pazienti, ho letto molta letteratura e mi sono confrontato con centinaia di colleghi che hanno trattato questa malattia, sia in Italia che all’estero*.

Il Covid-19, in realtà, sono la somma di due diverse malattie. Una è una infezione virale, dapprima solo respiratoria. Il SARS-CoV-2 entra nell’organismo attraverso gli alveoli polmonari, dove inizia a colonizzare le parti periferiche del polmone, nella sua struttura, causando una polmonite interstiziale. Poi, a differenza degli altri virus respiratori, da qui cerca di raggiungere altri organi per proseguire la sua diffusione. Pensi che questo virus è talmente subdolo che arriva a infettare persino i nostri batteri intestinali, il microbiota, per cercare di riprodursi il più possibile. Se viene fermato in tempo, i danni che provoca al polmone e agli altri organi, sono temporanei, altrimenti può lasciare danni permanenti, anche al Sistema Nervoso Centrale. Fino a qui, la malattia non è mortale».

 

E la seconda malattia, quella mortale, qual è?

Andrea Stramezzi: «Riguarda una piccola parte di soggetti, probabilmente a causa di un gene particolare che potrebbe essere secondo alcuni, tra cui il Prof. Pierpaolo Sileri, l’HLA o un altro gene non ancora identificato. In queste persone, nel momento in cui si esaurisce la risposta immunitaria aspecifica e si formano gli anticorpi anti-SARS-CoV-2, avviene una reazione immunitaria anomala ed eccessiva, chiamata “tempesta citochinica”. In pratica, la patologia si trasforma in una malattia autoimmune, che ha come conseguenza la formazione di microtrombi, dapprima a livello alveolare a causa della drastica riduzione della ossigenazione del sangue, e poi anche a livello del sistema vascolare endoteliale di altri organi, in maniera disseminata. È questo che porta alla necessità del ricovero in terapia intensiva e nel peggiore dei casi, al decesso».

 

Quando e come si deve intervenire in caso di Covid-19?

«E’ fondamentale intervenire in maniera tempestiva, alla comparsa del primo sintomo: febbre, cefalea, mal di gola, vomito, diarrea o semplice tossetta. Non si deve aspettare pensando sia una influenza stagionale: come già prevedevamo, quest’anno è difficile che si verifichi perché l’uso della mascherina ha impedito il diffondersi di questa comune epidemia. Quindi bisogna intervenire ai primi segnali sospetti con i farmaci antinfiammatori, anche se potrebbe rivelarsi un over treatment in caso non si tratti di Covid-19, per evitare che l’infiammazione agevoli il disseminarsi dell’infezione ad altre cellule polmonari e anche ad altri organi che non siano l’apparato respiratorio».

 

Cosa fare, allora, quando compaiono i primi sintomi? Bisogna andare in ospedale o ci si può curare a casa?

Andrea Stramezzi: «E’ essenziale curarsi a casa, che non significa automedicazione, cioè curarsi da soli, ma essere seguiti dal medico, informandolo tempestivamente.

 

Con cosa bisogna curarsi nella fase iniziale? Serve il paracetamolo?

Andrea Stramezzi: «No, il paracetamolo non va usato perché è un antipiretico, serve solo ad abbassare la febbre. In più, abbassa i livelli di glutatione, un antiossidante molto importante per la difesa contro il virus Sars-Cov2. Insieme ad altri tre medici ho fatto ricorso al Tar contro Aifa, l’Agenzia italiana del Farmaco, che nei protocolli di prime cure prevedeva la tachipirina e la “vigile attesa, ossia consigliava di aspettare l’eventuale aggravamento della malattia assumendo solo paracetamolo e, in caso di difficoltà respiratorie, prevedeva che si chiamasse l’ambulanza. Questa attesa può portare all’aggravamento della malattia, al ricovero e anche al decesso».

 

Con quali farmaci, dunque?

Andrea Stramezzi: «Con i cosiddetti FANS, farmaci antinfiammatori non steroidei, alcuni dei quali si possono assumere in automedicazione, come per esempio l’Aspirina, che è anche un anti-aggregante piastrinico. Poi bisogna subito informare il proprio medico di famiglia, che prescriverà gli altri farmaci, dopo una visita a domicilio. Se però non dovesse uscire o indicasse di attendere, io suggerisco di rivolgersi alle associazioni di medici volontari che possono inviare un collega a casa o seguirvi raccogliendo un’anamnesi, valutando la sintomatologia anche al telefono e tramite tele-consulti due volte al giorno via social o via messaggi, monitorando il decorso della malattia. Per ridurre la replicazione del virus, si sono rivelati utili ed efficaci alti dosaggi di vitamina D che, oltre ad aumentare con l’esposizione solare, può essere integrata con una prescrizione specifica del medico, sempre da associarsi alla vitamina K2, così come l’associazione di azitromicina e di idrossiclorochina o di ivermectina».

 

A proposito di idrossiclorochina la comunità scientifica è divisa. Lei cosa ne pensa? 

Andrea Stramezzi: «Era stata raccomandata anche all'ex Presidente Usa, Donald Trump, su indicazione del Prof. Anthony Fauci, che l'aveva utilizzata nella SARS. L'Aifa, invece, ne aveva inizialmente sospeso l'uso al di fuori di studi clinici, in linea con quanto deciso da altre agenzie del farmaco internazionali, ma il nostro comitato di medici ha fatto ricorso ottenendo ragione lo scorso 9 dicembre dal Consiglio di Stato che, non solo ne ha riammesso l’uso, ma nella sentenza ha dichiarato che è fondamentale che un medico curi il proprio paziente in scienza e coscienza, con la terapia che ritiene più adatta, indipendente dalle linee guida. Anche l’AMA, l’American Medical Association, pochi giorni dopo la sentenza del Consiglio di Stato ha riabilitato il farmaco utilizzando le stesse parole e motivazioni del pronunciamento italiano».

 

Poi, sono necessari altri farmaci?

Andrea Stramezzi: «Assolutamente. L’unico modo per evitare che in una parte dei soggetti avvenga la tempesta citochinica è la somministrazione di cortisone. In pratica, se si interviene in tempo, si previene l’aggravamento della patologia e si evita l’ospedalizzazione.

 

Quanto all’eparina, utilizzata negli ospedali, è possibile utilizzarla anche a casa per evitare trombi?

Andrea Stramezzi: «Non solo è possibile, è essenziale. È il secondo salvavita, oltre al cortisone, nel caso questo fosse inefficace o troppo tardivo, per impedire la formazione di trombi. Va chiaramente prescritta dal medico, possibilmente con due iniezioni al giorno, adatte al peso del soggetto. Anche in questo caso il medico dovrebbe intervenire in maniera preventiva, ma se dovesse arrivare quando la formazione di microtrombi è già in corso, potrebbe ricorrere a un fribrinolitico, come l’urochinasi. E’, però, di solo uso ospedaliero, tanto che a un recente Convegno a Perugia ho proposto che vengano istituite delle zone di DayHospital negli Ospedali, in modo di potere condurre i nostri pazienti domiciliari a fare una infusione di questo farmaco essenziale.

 

Riguardo ad antibiotici e cortisone, c’è molta controversia sul loro uso per le cure domiciliari: autano o possono essere persino dannosi?

Andrea Stramezzi: «Il Covid ci ha insegnato che alcuni pilastri delle nostre conoscenze medico-scientifiche con il virus Sars-Cov2 vanni rivisti. Tra questi c’è l’uso degli antibiotici, che generalmente non è previsto in caso di infezioni virali. Ma siccome il Covid è una malattia virale molto particolare, l’uso degli antibiotici anche per la loro blanda azione antivirale diventa fondamentale anche per contrastare infezione sovrapposte. Anche il cortisone, come ho detto, è fondamentale per la prevenzione della tempesta citochimica e pochi giorni di trattamento non bloccheranno la risposta immunitaria specifica, come è stato erroneamente affermato, ma solo la risposta anomala ed eccessiva degli anticorpi specifici».

 

In questa ondata si stanno ammalando più giovani, tra i 20 e i 40 anni, e in maniera più grave. Colpa delle varianti?

Andrea Stramezzi: «Non ritengo possibile sia un problema di varianti. Se questi soggetti necessitano l’ossigeno già al terzo giorno dal primo sintomo, vuole dire che sono già attaccati dal sistema immunitario specifico, quindi, siccome gli anticorpi non si possono formare in così poco tempo, significa che possedevano già gli anticorpi o meglio, la memoria dell’ingresso del virus. Io ritengo che si tratti di persone giovani e sane che hanno già avuto una prima infezione in maniera asintomatica e che, entrando in contatto per la seconda volta con il SARS-CoV-2, con alta carica virale, sviluppino la “tempesta citochinica” possedendo quel gene particolare».

 

Dopo l’autorizzazione di Aifa, gli anticorpi monoclonali sono invece arrivati negli ospedali italiani. Sembrano efficaci e anche vantaggiosi economicamente...

Andrea Stramezzi: «Gli anticorpi monoclonali sono molto efficaci per due motivi: essendo la copia di alcuni anticorpi del plasma iperimmune, che in Italia è stato usato pochissimo, se somministrati nei primi giorni annullano l’azione del virus: eradicano l’infezione facilmente e velocemente. L’altro vantaggio è di impedire la formazione degli anticorpi, che come abbiamo detto può essere causa della reazione spropositata del sistema immunitario. Andrebbero somministrati precocemente a domicilio, come indica l’Ema, ma in Italia è stato previsto di affidarli agli ospedali, che possono darli ai medici di medicina generale, secondo parametri prestabiliti».

 

Quanto ai vaccini, gli immunizzati devono mantenere le norme di comportamento attuali,come mascherina, distanziamento e gel? 

Andrea Stramezzi: «Gli studi per l’autorizzazione dei vaccini erano mirati a verificare la riduzione dei sintomi gravi della malattia, non l’immunizzazione. C’è qualche dato sulla possibilità di ridurre i contagi, ma dovremo aspettare per conoscerne gli effetti immunizzanti tanto che l’Ema e l’FDA (la Food and Drug Administration americana, NdR) hanno previsto la fine della sperimentazione dei vari vaccini a inizio 2023».

 

Servirà comunque un certificato vaccinale?

Andrea Stramezzi: «Si sta andando verso l’introduzione di pass vaccinali anche la livello europeo ma, pur non essendo assolutamente contrario alle vaccinazioni, io penso che non siano la soluzione definitiva con le varianti che ci sono e che presumibilmente arriveranno, perché dovremmo vaccinare più volte in un anno tutta la popolazione e, date le nostre capacità organizzative, non credo sia possibile. Meglio puntare anche sugli altri strumenti a disposizione: l’uso della mascherina sempre e da parte di tutti perché il contagio è soprattutto respiratorio, e appunto le cure domiciliari e precoci: così svuoteremmo gli ospedali, ridurremmo o azzereremmo le vittime e potremo riaprire e liberare i Paesi».

 

*Tra loro ricordo il Prof. Luigi Cavanna, Primario Oncologo di Piacenza, candidato al Nobel 2021, il Prof. Pietro L. Garavelli, Primario di Malattie Infettive a Novara, il Prof. Salvatore Spagnolo, Cardiochirurgo, il Dr Andrea Mangiagalli MMG di Milano, ma anche col Prof. Pierpaolo Sileri, Sotto Segretario del Ministero della Salute e con molti altri in Italia. Inoltre, con decine di colleghi di altre Nazioni del Centro e Sud e Nord-America tra i quali il Prof. Hector Carvallo, dell’Università di Buenos Aires, il Prof. Edwin di Cuzco, Perù, il Prof. Arun Chockaligam della Toronto University, il Prof. Harvey Risch Direttore di Malattie Infettive della Yale University e il Prof. Peter MacCullough, della Dallas University, Presidente dei Cardiochirurghi USA. Questi ultimi due hanno anche firmato la nostra Tabella Terapeutica.

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