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The Italian Times spy story

Dalla trappola al miele al denaro: come le spie reclutano informatori

L’analisi dell’Ammiraglio De Giorgi: “L’Italia naturale bersaglio per i servizi segreti stranieri”. Il passaggio dal primo incontro al ricatto della “talpa”

Nessuna Honey Trap, nessuna “trappola al miele” nel caso di spionaggio che vede coinvolto l’ufficiale della Marina militare Walter Biot. A spingerlo a fornire alcuni documenti top secret a funzionari russi sarebbero state le difficoltà economiche. Ma sia l’una che l’altra sono due delle armi più utilizzate dagli agenti dei servizi segreti per avvicinare i possibili informatori, le “talpe” poi disposte a cedere documenti riservati.

Se le spy story alimentano la fantasia di massa, rievocando scenari alla James Bond, lo spionaggio 4.0 si è trasformato in cyber spionaggio, pur non abbandonando, però, alcune delle tecniche più classiche.

 

L'Italia, inoltre, con il caso Biot sembra confermare di essere obiettivo di interesse per diverse potenze straniere, per la sua posizione nel Mediterraneo e non solo. Il nostro controspionaggio, però, ha funzionato alla perfezione.

Ecco l’analisi dell’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, già Capo di Stato Maggiore della Marina militare.

 

Ammiraglio De Giorgi, lei ha guidato la Marina per diversi anni. Il fatto che il capitano di Fregata Walter Biot sia un ufficiale della Marina è una coincidenza. Sarebbe potuto capitare a chiunque altro fosse stato in una posizione tale da poter avere accesso a documenti riservati. Ma cosa rende più “appetibili” i possibili contatti da parte delle spie straniere, qual è l’identikit dell’informatore ideale?

 

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi: «L’aggancio di informatori da parte di agenti dei servizi di spionaggio avviene normalmente sfruttando vulnerabilità e debolezze umane, materiali e morali. Avidità, debiti, coinvolgimento in relazioni sentimentali clandestine, desiderio di rivalsa per mancate promozioni, per ingiustizie subite, etc. Svanito il movente ideologico, chi tradisce il proprio Paese il più delle volte lo fa perché disperato, ingabbiato in una situazione percepita come senza speranza, spesso stretto dalla morsa di creditori. Spesso l’informatore viene ricercato non tanto fra gli alti gradi, quanto fra funzionari di grado medio basso quando possibile scelti fra coloro che sono negli uffici dei vertici militari o politici, segretari particolari, assistenti o posizioni analoghe. Ma sono anche molto ricercati capi sezione di centri di comunicazione e di smistamento della documentazione classificata».

 

Nel caso di Biot, sembra che il primo incontro, casuale, sia stato in occasione di un ricevimento presso l’Ambasciata russa. Solitamente come vengono avvicinati i possibili informatori?


Ammiraglio Giuseppe De Giorgi: «L’agente reclutatore si muove una volta stabilito il livello di permeabilità morale ed etica della sua “vittima”. Il primo incontro deve sembrare casuale, fortuito. Il bersaglio deve sentirsi in controllo della situazione, incuriosito e incentivato alla frequentazione. Il reclutamento vero e proprio avviene progressivamente, acquisendo elementi per condizionare la volontà di chi si vuole trasformare in informatore, inizialmente con lusinghe e vantaggi vari e poi anche, direi quasi sempre, con l’arma del ricatto. Inizialmente l’agente dell’intelligence straniero chiede informazioni di poco conto, apparentemente innocue, di bassa classifica, in cambio di denaro e di utilità varie. Lo scambio appare vantaggioso e ben governabile da parte dell’informatore, che ha l’illusione di potersi sganciare quando vuole e riprendere una vita normale. Progressivamente le richieste diventano più impegnative e il laccio si stringe. Il traditore alla fine non ha via di scampo».


Abbiamo letto che l’ufficiale italiano avrebbe fotografato lo schermo del proprio computer con uno smartphone, per poi cedere la scheda sim in cambio di denaro. Se confermato, si tratterebbe di una tecnica molto semplice, quasi rudimentale e alla James Bond, che utilizzava minuscole macchine fotografiche. La cyber-security in questo caso non c’entrerebbe. Come è cambiato lo spionaggio 4.0 rispetto agli anni della Guerra Fredda?

 

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi: «La tecnologia informatica ha aggiunto una nuova dimensione allo spionaggio e alle azioni ostili non convenzionali in tempo di pace. L’arma cibernetica ha incrementato enormemente la vulnerabilità delle nazioni avanzate, sia nel campo della tutela delle informazioni sensibili, sia nel settore delle operazioni ostili mirate a disabilitare, ingannare sistemi di gestione infrastrutturale, reti energetiche, telecomunicazioni, trasporti, per citare solo alcuni esempi. Ma l’importanza delle fonti umane è rimasta importante, anzi direi che si è accresciuta. La Russia ha una lunga tradizione nello spionaggio basato su fonti umane, con successi importanti anche a danno delle maggiori Potenze occidentali».


La spy-story di questi giorni, però, ha dimostrato l’efficacia dell’azione di controspionaggio da parte dei servizi segreti italiani. Mario Mori, un passato da Generale, Prefetto e Comandante dei Ros e del Sisde, ha sottolineato questo aspetto, spiegando che quanto accaduto sarebbe un classico caso di spionaggio, che può avvenire da parte di molti paesi stranieri. Cosa ne pensa lei, Ammiraglio?

 

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi: «Il caso Biot ha dimostrato l’efficienza del nostro controspionaggio. Sono intervenuti quando hanno avuto gli elementi per catturare in flagranza di reato non solo l’informatore ma anche gli agenti stranieri. Un successo non da poco. Non c’è da stupirsi. I servizi di sicurezza italiani hanno una lunga tradizione di professionalità ed efficacia operativa. L’Italia, essendo uno dei Paesi più importanti dell’EU e della Nato, è un naturale bersaglio di interesse per i servizi stranieri. Soprattutto oggi, con l’accresciuta importanza del Mediterraneo nel “Grande Gioco” tra le grandi Potenze mondiali».

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