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Il “sofagate”

Turchia, la “sedia mancata” di von der Leyen e il caso diplomatico

Giuseppe Dentice (CeSI): «Dietro quello che sembra un semplice errore di protocollo, ci sono interessi economici e strategici fondamentali per tutti»

Quando si dice “L’importanza di una poltrona”. Non nel senso di incarico, ma di un posto dove potersi sedere, un posto che per Ursula von der Leyen non è stato previsto in occasione del bilaterale Ue-Turchia ad Ankara. E c’è chi parla senza mezzi termini di “sofagate”, un caso diplomatico vero e proprio.

Tutto è nato quando i presidenti della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e del Consiglio Ue, Charles Michel, sono giunti nella capitale turca. Ad accoglierli il leader turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha fatto accomodare la prima su un divano (un sofà, appunto), von der Leyen, mentre lui e Michel hanno preso posto su due poltrone con le rispettive bandiere alle spalle. Una svista? O caso di sessismo e discriminazione, che tra l’altro arriva a pochi giorni dall’annuncio dell’uscita della Turchia dalla convenzione di Istambul sui diritti delle donne?

Di sicuro la scena ha creato imbarazzo ai presenti, un certo risentimento ("mugugno", come viene definito sui social) in von der Leyen e poi ha fatto il giro del mondo via web. A cercare di spegnere le polemiche ci ha pensato il portavoce della Commissione, Eric Mamer, che ha spiegato come von der Leyen «chiaramente è rimasta sorpresa, lo si vede nel video, ma ha preferito dare priorità alle questioni di sostanza rispetto al protocollo». Poi la precisazione sul fatto che la presidente dell’istituzione europea «si aspetta di essere trattata secondo il protocollo adeguato» e che «saranno presi contatti con tutte le parti coinvolte perché non si ripeta in futuro».

La stessa von der Leyen ha twittato sull’incontro omettendo il “dettaglio” formale. Tutto risolto, dunque? Ma cosa è accaduto davvero? Ecco l’opinione di Giuseppe Dentice, responsabile desk Middle East and north Africa del CeSI-Centro Studi Internazionali.

 

Professor Dentice, nessun incidente diplomatico, quindi?

Giuseppe Dentice: «Personalmente mi sembra che si sia un po’ ingigantito il caso. Concordo invece con l’ex Ambasciatore italiano in Turchia, Carlo Marsili, secondo cui c’è stato un errore di comunicazione tra il cerimoniale europeo e quello turco, che non si sono capiti o non si sono spiegati bene. Probabilmente è stato fornito il nome di Charles Michel come capo delegazione. Ciò ha creato imbarazzo evidente, ma non credo si possa parlare di discriminazione di genere o legata a motivazioni religiose, anche perché altrimenti si sarebbe verificato anche in occasione di altre precedenti visite, come quella della Cancelliera tedesca, Angela Merkel».

 

Insomma, una semplice “gaffe protocollare”, come ritiene anche Germano Dottori, consigliere scientifico di Limes?

Giuseppe Dentice: «Esatto, penso che si possa parlare di incidente diplomatico nel senso letterale del termine, ossia un incidente che ha a che fare con i protocolli della Turchia, che prevede un solo capo delegazione, indipendentemente dal sesso, e dell’Unione europea, che invece era presente con due rappresentanti. Probabilmente la rappresentanza europea ha comunicato il nome del solo Michel».

 

Ma come è potuto accadere, specie in un momento delicato come questo nei rapporti tra la Turchia e l’Europa?

Giuseppe Dentice: «Può accadere, ma escluderei la volontarietà perché sarebbe un vero autogoal da parte di Ankara, specie adesso che è in corso un tentativo di chiarimento nelle relazioni bilaterali, alla luce di numerosi dossier sul tavolo».

 

In agenda nell’incontro ci sono stati molti temi caldi. Tra questi, però, proprio il rispetto dei diritti umani, che per la presidente della Commissione “non sono negoziabili”. Von der Leyen si è detta “molto preoccupata” che Ankara si sia chiamata fuori dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, citando come giustificazione il fatto che il trattato sottoscritto proprio in Turchia potrebbe danneggiare la “famiglia tradizionale”.

Giuseppe Dentice: «Questo è uno dei temi più delicati, ma va letto nell’ottica di un messaggio lanciato da Erdogan soprattutto al proprio elettorato interno, in particolare a quella parte più nazionalista e tradizionalista che oggi è fondamentale per la tenuta del suo Governo e per reperire nuovi sostegni. Lo stesso vale per certe posizioni assunte con altri partner europei, come i rapporti e le tensioni con la Grecia e Cipro per le ZEE, le zone di economiche esclusive».

 

Ma come sono oggi i rapporti con tra Europa e Turchia?

Giuseppe Dentice: «Le relazioni tra Ankara e Bruxelles sono sempre state altalenanti: ci sono stati periodi di maggiore contrapposizione ai quali sono seguiti tentativi di rapportarsi con uno spirito di conciliazione più fattiva. Ma in generale sono più i motivi che legano le due realtà a quelli che le possono porre in contrasto: basti pensare al nodo migranti o agli interessi economici in ambito energetico, senza dimenticare la questione libica, che vede interessi europei e non solo dei singoli stati».

 

In nome di questi interessi l’Europa potrebbe anche chiudere un occhio sul mancato rispetto dei diritti umani o su certe condotte interne alla Turchia, come il recente arresto di 10 ex ammiragli della Marina con l’accusa di presunto “golpe politico”?

Giuseppe Dentice: «No, non credo e infatti nel bilaterale si è discusso anche di diritti umani. E’ pur vero che la Turchia sta affrontando un processo di arretramento democratico, con arresti, denunce, violazioni e soprusi nei confronti degli oppositori interni. Il punto è che a ciò si unisce il tentativo costante di personalizzazione della politica, che peraltro è un fenomeno globale e interessa anche alcuni baluardi della democrazia occidentale: è come se si svuotassero le istituzioni per personalizzarle. Tutto questo, tra l’altro, avviene nell’anniversario delle primavere arabe di 10 anni fa e non aiuta il processo di riappacificazione interna, né il dialogo con l’Ue. Il problema è, come detto, che la Turchia è un partner ineludibile per Bruxelles, anche in quanto membro della Nato».

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