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Caos in Medio Oriente

Israele-Hamas, Dentice: “Situazione imprevedibile. L’Ue in ritardo”

Convocato per domani il vertice dei ministri degli Esteri Ue. L’esperto: “Israele e Hamas si fermeranno quando raggiungeranno i propri obiettivi interni”.

Israele-Hamas, Dentice: “Situazione imprevedibile. L’Ue in ritardo”

«Non è finita». Il presidente israeliano, Netanyahu, ha avvertito che il conflitto, scoppiato ormai da quasi una settimana, non è destinato a concludersi in breve tempo. Lo scontro con Hamas ha mostrato la debolezza della comunità internazionale: nonostante l’Onu abbia invocato un “cessate il fuoco immediato”, hanno prevalso i veti incrociati. Dal canto suo l’Europa si muove lentamente e timidamente: è stato convocato per martedì un vertice straordinario dei ministri degli Esteri dell’UE, mentre da oggi la Striscia di Gaza è senza luce.

Se un attacco terrestre da parte delle forze di Tel Aviv manca dal 2014 e quello di due giorni fa è stato soprattutto una “trappola mediatica”, i raid in risposta al lancio di razzi aggravano il bilancio di ora in ora. Cosa potrebbe accadere? Quali sono gli attori in campo e quali gli interessi? A rispondere è Giuseppe Dentice, dell’Università Cattolica di Milano e responsabile desk MENa (Middle East and North Africa) del Centro Studi internazionali.

 

Dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, riunito nelle scorse ore, non è uscito più di un invito a una tregua: di fatto si vive una situazione di stallo. Sembra che le grandi potenze mirino a conquistare (o a non cedere) la propria posizione di leadership e, possibilmente, di mediatore principale. Il Presidente Usa, Job Biden, ad esempio, dopo la cautela iniziale ha chiesto una mediazione anche ai paesi arabi (tra i quali Egitto, Giordania e Qatar) e poi ha mandato il proprio inviato per il conflitto israelo-palestinese, Hady Amr.

Giuseppe Dentice: «Sicuramente gli Usa hanno interesse a mantenere un proprio ruolo di primo piano nella mediazione, per questo hanno posto il veto alla risoluzione Onu proposta dalla Cina, che per questo li ha accusati. Ufficialmente il motivo è che il testo non aveva richiami contro la violenza di Hamas, ma in realtà non va dimenticato che gli Stati Uniti non vogliono perdere la propria influenza sull’area: Pechino, infatti, da tempo ha stretto fortissimi legami con Israele, con progetti infrastrutturali nel porto di Haifa, con investimenti nella Red Sea Railway e in un importante desalinizzatore. La Cina oggi ha relazioni intense on Israele, che preoccupano l’America per una possibile una riduzione del proprio campo d’azione, oltre al fatto che Tel Aviv rimane il principale (o unico) alleato in Medio Oriente a livello geopolitico».

 

Anche il presidente russo, Vladimir Putin, ha avuto un colloquio telefonico con il segretario generale dell’Onu. Cosa significa questo? Potrebbero cambiare gli assetti nell’area o è la prova dell’interesse che questa zona esercita sui principali competitor mondiali?

Giuseppe Dentice: «Russia e Cina sono competitor degli Usa a livello globale, ma anche in Medio Oriente. Per questo Biden sta cercando di ricomporre le tensioni con dialoghi ufficiosi. È un modo per riaffermar eil proprio ruolo, secondo una strategia già seguita dal predecessore, Trump, ma in modo meno assertivo, anche con l’Iran. In questo caso nessun paese arabo prende apertamente le difese di Israele, per ovvi motivi, quindi diventano più importanti Russia e Cina. La prima, furbescamente, lo sta giocando una partita d’attesa, la seconda invece cerca di affermarsi non solo come attore economico di primo piano, ma anche come interlocutore politico e geopolitico, pur senza eccessivi riferimenti alle comunità musulmane, per evitare richiami alla propria situazione interna e alla questione degli Uiguri».

 

Intanto si consumano anche gli scontri interni, quasi casa per casa, tra ebrei e arabi con incendi, vandalismi, ronde armate e violenze. Netanyahu ha proposto di introdurre gli “arresti amministrativi”, che permetterebbero la detenzione indefinita dei “soggetti pericolosi”. I disordini, tra l’altro, hanno di fatto fermato il progetto di un Governo anti-Netanyahu con il sostegno del partito di Lista Araba Unita, che rappresenta la minoranza araba, ricompattando invece le forze di destra, compreso Naftali Bennett, esponente dell’ala di più rigorosa che ha proposto un governo di unità nazionale.

Giuseppe Dentice: «Questo dimostra l’importanza del contesto in cui si deve inquadrare la crisi in corso: è sbagliato concentrarsi e fossilizzarsi solo su quanto sta avvenendo a Gaza, perché il fronte delle violenze è già molto ampio, coinvolge aree limitrofe alla Cisgiordnaia e si sta espandendo a Libano e Siria. Per questo è importante l’azione di mediatori come gli Usa, ma anche – a livello regionale - Egitto, Giordania e Qatar».

 

D’altro canto Hamas sta conducendo una propria guerra interna ai palestinesi per conquistare definitivamente la leadership sull’Autorità nazionale palestinese, che sembra ormai molto ridimensionata. E’ una guerra nella guerra?

Giuseppe Dentice: «E’ indubbio che Hamas giochi una partita a poker per marginalizzare l’ANP ed essere riconosciuto come voce principale della causa palestinese. Ma potrebbe anche essere controproducente, perché un conto è rimanere forza di “opposizione”, un altro è incaricarsi di diventare vera e propria guida ufficiale, con responsabilità più ampie e di ben altra portata, fuori dalla Striscia di Gaza».

 

Il sospetto (in alcuni casi dimostrato) è che a fornire armi ad Hamas sia l’Iran, dove il Parlamento è in mano alle forze conservatrici. Che interessi ha l’Iran, anche rispetto ad altri paesi mediorientali?

Giuseppe Dentice: «Storicamente l’Iran ha intrattenuto rapporti molto stretti per decenni con Hamas, anche fornendo armi non solo ad al-Fatah ma anche, ad esempio, in Yemen agli Huti. Ma oltre alla retorica di facciata, per affermare il ruolo di attore regionale, credo non abbia interesse a spingere oltre la crisi, perché più interessato a una ricomposizione, così come la Turchia: per quanto possa sposare la causa palestinese e definire Israele “Stato terrorista”, la capacità di mediazione di Ankara è ridotta e molto più limitata rispetto, ad esempio, a quella dell’Egitto. Il Qatar, in questo senso, sta lavorando per una distensione nell’area: nessuno, insomma, ha interesse a frammentare ancora di più la situazione. Il contesto è comunque molto fluido, come dimostrato negli ultimi giorni: è difficile fare previsioni».

 

E l’Europa? Il vertice dei ministri degli Esteri Ue è convocato per il 18 maggio, forse un po’ troppo tardi.

Giuseppe Dentice: «La politica estera europea sconta sempre qualche ritardo perché di fatto manca e l’Unione si muove per politiche estere autonome. Il ritardo è dettato dal fatto che gli Stati membri hanno posizioni diverse, anche se prevalentemente hanno posizioni di solidarietà, più meno palese, a Israele. Vale per l’Italia, che pur mantenendo a lungo l’equidistanza, ha innegabilmente posizioni più vicine a quelle di Tel Aviv. Ma vale lo stesso anche per Germania, Francia e Regno Unito. Il risultato sarà che presumibilmente vedremo il consueto monito in favore di una descalation e l’invocazione al ritorno della politica dei due Stati per i due popoli, che però oggi appare improbabile da seguire. L’Ue dovrebbe farsi carico di un’alternativa, pena il rischio di rimanere un attore marginale».

 

Ma quando e come potrebbe ricomporsi la crisi tra Israele e Hamas?

Giuseppe Dentice: «Fare previsioni è azzardato. Sicuramente tutti i protagonisti hanno sia da perdere che da guadagnare. Soprattutto palestinesi e israeliani, però, decideranno presumibilmente in autonomia, senza seguire gli appelli internazionali, che siano americani o cinesi: si fermeranno solo quando avranno raggiunto il proprio obiettivo, che non è noto ufficialmente. Per Tel Aviv potrebbe essere indebolire Hamas, per Hamas dare un segnale forte di presenza a Israele, sia in termini militari che “politici”. E’ però nell’interesse di tutti impedire pericolosi scatti in avanti che possano portare a peggiorare la situazione. Accendere una crisi è facile, ricomporla molto più difficile sia in termini militari, sia in termini politici e umanitari».

 

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