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La sfida di Roma

Gualtieri, Michetti, Raggi e Calenda: la corsa a 4 per il Campidoglio

Il centrodestra esce dallo stallo su Roma e candida un avvocato e speaker radiofonico. La sfida è aperta ma sui nomi civici qualche riflessione è legittima

Gualtieri, Michetti, Raggi e Calenda: la corsa a 4 per il Campidoglio

“Penso che il ballottaggio sarà tra me e Michetti e penso che vinceremo noi”. Roberto Gualtieri, ex ministro dell’Economia e candidato sindaco di Roma del Pd è sicuro: vincerà le primarie del centrosinistra del 20 giugno e supererà il primo turno delle elezioni di ottobre.

 

Vedendosela al secondo col candidato di FdI, Lega e Forza Italia. La chiusura, ieri, del lungo braccio di ferro nel centrodestra con la designazione di Enrico Michetti candidato sindaco - e l’ex pm Simonetta Matone come vice - disvela il quadro della sfida capitolina dei prossimi mesi. Speaker di Radio Radio, docente di diritto degli enti locali, l’avvocato che già promette che “Roma tornerà Caput Mundi” è stato strenuamente voluto da Giorgia Meloni. Sconosciuto ai più, per lui la campagna elettorale è tutta da costruire. Questo significa partire da zero, nonostante i suoi sponsor politici dicano: “è un modello di competenza, l’opposto del disastro Raggi”. Contento della scelta anche Matteo Salvini, che inizialmente del “Mr Wolf dei sindaci” (così lo ha definito la Meloni) non voleva sentir parlare. 

 

La corsa al primo turno sarà sostanzialmente a 4. Si contenderanno l’approdo al ballottaggio con Gualtieri e Michetti, la sindaca uscente Virginia Raggi e l’outsider del centrosinistra Carlo Calenda. Il quale correrà per il Campidoglio ma senza passare dalle primarie che si svolgeranno tra 10 giorni. Quanto consenso la sindaca e l’ex ministro delle Attività produttive abbiano realmente, è difficile a dirsi. La Raggi, che ha guidato un’amministrazione tra le più contestate dal ’93 ad oggi, può contare su una prova di forza che il M5s ha interesse a evidenziare rispetto al Pd. E sui voti dei movimentisti duri e puri, quelli della prima ora, ostinati a non abbandonare al suo destino la sindaca. La quale, bisogna dirlo, ha pervicacemente voluto ricandidarsi mettendo non poco in difficoltà l’ala governista dei 5S, costringendo i vertici nazionali a chiudere le porte all’alleanza col Nazareno su Roma. Quanto a Calenda, l’eurodeputato un bagaglio di voti, seppure non sufficiente, nella capitale può conquistarlo. Il ‘suo’ è il mondo delle imprese, ma anche di una sinistra radical chic e intellettuale vicina alle origini familiari.  

 

Ma se è vero che a Roma i candidati sono finalmente noti, una riflessione va fatta sulle difficoltà che entrambi gli schieramenti principali hanno riscontrato nell’individuarli. E sull’assenza di profili politici nel centrodestra, che ha voluto ripiegare su candidature civiche. 

 

Dal 1993, l’anno che ha inaugurato l’elezione diretta dei sindaci, nell’agone della politica romana per la conquista del colle capitolino si sono fronteggiati quasi sempre nomi di primo piano. In ogni caso, di impronta marcatamente partitica, a sinistra come a destra. Quell’anno la sfida finale tra Francesco Rutelli e Gianfranco Fini fu un duello elettorale durissimo ma di alto profilo, che appassionò politica e cittadini. Si concluse con la vittoria del primo e uno scarto tra i due inferiore a 4 punti percentuali. Nel 1997 Rutelli arrivò al mandato bis confermandosi sindaco su Pierluigi Borghini, candidatura già in partenza debole del Popolo delle Libertà, ma comunque politica. Nel 2001 fu la volta di Valter Veltroni, che sconfisse l’attuale coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani. E cinque anni dopo il candidato di destra Gianni Alemanno. Il voto anticipato del 2008 diede poi ragione all’ex missino che si insediò quell’anno a Palazzo Senatorio. 

 

Il 2013 fu la volta di Ignazio Marino, esponente del Pd ma non uomo di apparato. Genovese, medico, avulso dal contesto dei partiti romani, scese nel teatro della politica accolto da una certa diffidenza persino dei ‘suoi’. L’epilogo anticipato, gli scandali, le guerre interne al Pd hanno finito per spianare la strada all’anti-politica. Di cui, tutto sommato, anche Marino può essere considerato un rappresentante.

 

Nel 2016 la vittoria della grillina Virginia Raggi, con oltre il 60 per cento, segna l’inizio di una delle stagioni più tristi della capitale degli ultimi trent’anni.  Sconosciuta, spalleggiata sì da un Movimento allora in ascesa, ma completamente inesperta e impreparata a governare una città complessa come Roma. Esercitare un potere politico e ammnistrativo è cosa ardua, specie in un comune di 2 milioni e mezzo di abitanti. Richiede esperienza, può mai essere improvvisato

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