Le pensioni dei giovani

Pensioni, penalizzati i giovani: si arriva a 71 anni. Ora serve equità

Il sistema previdenziale attuale penalizza i giovani, ossia i contributivi puri che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi. Rischio pensione a 71 anni

Pensioni, penalizzati i giovani: si arriva a 71 anni. Ora serve equità

Cresce la tensione sul tema delle pensioni in vista della Riforma del sistema previdenziale che si rende necessaria a causa della scadenza naturale di Quota 100 e dello scalone di 5 anni che riporterà l’età della pensione ai 67 anni della Legge Fornero.

 

In assenza di riforma bisognerà guardare alla legge Dini-Treu del 1995 che ha introdotto il metodo di calcolo contributivo per coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 e misto per quelli con meno di 18 anni di anzianità contributiva totale.  

 

I contributivi puri, chiamati “giovani”, al momento sembrano essere tra i più penalizzati per questo motivo serve che le due generazioni vengano in qualche modo equiparate per garantire maggiore equità.

 

Pensioni 2022: giovani contributivi puri penalizzati su età e assegno

Guardando alle leggi attuali sul pensionamento è facilmente riscontrabile che i giovani contributivi puri sono tra le categorie più penalizzate del sistema previdenziale.

 

Ricordiamo che per la pensione di vecchiaia bisogna raggiungere i 67 anni di età anagrafica con almeno 20 anni di anzianità contributiva, ma solo se si è maturato un importo minimo di pensione non inferiore a 1,5 volte l’assegno sociale (693,18 euro lordi mensili) indicizzato con la media mobile quinquennale del Pil nominale. Questo vincolo decade al raggiungimento di un’età anagrafica superiore di 4 anni a quella prevista per il pensionamento di vecchiaia, vale a dire al compimento dei 71 anni di età nel quadriennio 2019/2022.

 

Prevista una pensione di vecchiaia anticipata per i contributivi puri, ossia per coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi, con un anticipo di 3 anni che sposta l’uscita dal mondo del lavoro a 64 anni (con almeno 20 anni di contributi versati). C’è però un vincolo molto selettivo: l’importo minimo della pensione non deve essere inferiore a 2,8 volte l’assegno sociale (1.294 euro lordi al mese): lo stipendio medio mensile lordo da lavoro praticamente dovrà essere pari a circa 1.850 euro.

 

C’è poi il pensionamento anticipato con 43 anni e 3 mesi di contribuzione senza limite di età anagrafica (42 anni e 10 mensilità per le donne), misura molto distante dai contributivi puri con un gap di circa 16 anni.

 

Riforma pensioni 2022: equiparare contributivi puri a retributivi e misti

Considerando che i contributivi puri, ossia i giovani che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi, non possono beneficiare neanche di Opzione Donna (35 anni contributi) e Ape Social (36 e 30 anni di contributi) è chiaro che per loro non resta che la sola pensione di vecchiaia a 67 anni, con l’aggravante dei 4 anni in più se non si è maturato l’importo minimo di pensione richiesto, spostando l’uscita dal mondo del lavoro fino a 71 anni.

 

Questa disparità di trattamento tra retributivi e contributivi va sanata nella Riforma delle Pensioni 2022 per motivi di equità intergenerazionale, considerando anche l’integrazione e la maggiorazione al minimo che attualmente non spetta a coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi.

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