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L’anniversario dell’attentato alle Torri gemelle

Vi racconto l’11 settembre 2001 visto dal mio ufficio di palazzo Chigi

A poche ore dall’attacco vennero resi subito operativi i piani di emergenza per governo, Quirinale e Vaticano. Venti anni dopo la chiave è la difesa europea

Vi racconto l’11 settembre 2001 visto dal mio ufficio di palazzo Chigi

Undici settembre 2001, intorno alle 15 stavo camminando a piedi in centro diretto tranquillo pomeriggio di lavoro a palazzo Chigi nel mio ufficio di consigliere diplomatico del premier, Silvio Berlusconi, quando mi chiamarono per dirmi di due aerei sulle Torri gemelle. All’inizio pensai ad una fake news o a qualche altro tipo di evento. Poi, ci mettemmo subito in contatto con la Situation Room della Casa Bianca e ci confermarono che si trattava di un attentato. Era qualcosa di inimmaginabile. Il primo aereo poteva sembrare un errore di pilotaggio, ma il secondo fu la conferma più eclatante, anche se ci volle più di qualche minuto per rendersi conto che si trattava di un attacco terroristico e non di un film di fantascienza sulla solita Spectre.

E furono subito ore frenetiche: nell’ufficio del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta si installò immediatamente un Comitato di Crisi estemporaneo nella concitazione di quei momenti, con i ministri più direttamente coinvolti ed i loro principali collaboratori, persone che entravano ed uscivano, sedute sui braccioli dei divani e poltrone per mancanza di posti. Lunghe ore di discussioni, qualche brevissima pausa con caffè e tramezzini in attesa di notizie dirette attraverso i canali diplomatici e non la sola tv. Nel frattempo venivano predisposti rifugi sicuri e protetti per il governo e le alte cariche istituzionali, nel caso si trattasse di un attacco coordinato nei principali paesi dell’Occidente, e l’Italia era un simbolo. In terzo luogo, analizzammo minacce terroristiche alternative ed esaminammo il rafforzamento della protezione ai siti simbolici, dal Quirinale al Vaticano, alle ambasciate, mentre i contatti telefonici con le cancellerie di paesi alleati e non erano continui. 

 

Venti anni dopo si chiude il primo ciclo di questo secolo dove è successo di tutto, crisi politiche, economiche, sanitarie, guerre concluso con la prova evidente dell’inizio di una fase storica con il ritiro delle truppe Nato e americane da Kabul. Siamo dunque alla vigilia di una nuova fase di ripresa economica ma in un mondo più’ diviso e incontrollabile nonostante una diarchia Usa/Unione Europea alternativa allo schieramento della Cina con altri paesi pronti ad alleanze variabili e mutevoli (Russia, India, Turchia etc) e con stati sovrani pronti ad usare la forza in conflitti locali, che non per questo sono meno distruttivi. 

 

Rispetto a vent’anni fa abbiamo uno sviluppo tecnologico e dell’intelligence che ci consente di rispondere meglio alle minacce terroristiche che ci saranno, anche se non ai livelli dell’11 settembre. Quella minaccia, che ci aveva preso tutti alla sprovvista, è stata ridimensionata. È difficile immaginare ora quel genere di attentato. Questi non deve farci però abbassare la guardia, e in questi anni dalla sorpresa siamo passati alla difesa meglio strutturata. Riguardo a un rischio di attentati legato alla conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani, il cui precedente governo diede ospitalità ad Al Qaeda, gli studenti coranici hanno un loro modello di stato e di tradizioni che noi non condividiamo ma che non hanno nella loro ideologia l'esportazione del terrorismo all’estero, o almeno tutte le analisi sul campo dicono questi. E’ invece molto pericoloso che in questo nuovo Emirato possano trovare rifugio organizzazioni che hanno nel loro programma l'esportazione del terrorismo come Al Qaeda e l’Isis. Dobbiamo essere estremamente vigili perchè le minacce ci possono sempre essere anche se si tratta di episodi più limitati o di emulazione. 

 

Ma dobbiamo interrogarci con molta lucidità e freddezza sulle conseguenze per l’Europa della politica degli Stati Uniti di ripiegare nei confini nazionali lasciando agli altri il compito di difendere i propri interessi. Non c’è che una risposta: l’Ue deve essere non solo un fruitore ma anche un promotore di sicurezza. Il declino di un impero come quello americano, e prima ancora come quello romano, non avviene in un giorno ma in anni, a poco a poco. Sicuramente questa del declino è una tendenza non di ieri ma dell’altro ieri e quindi la necessità di un’Europa più cosciente delle proprie capacità economiche e militari e di uno stretto raccordo con gli Usa, nostro principale alleato, sono oggi la priorità. 

Dobbiamo lavorare tutti in questa direzione ed essere pronti anche noi a mettere “i piedi nel fango” se necessario per difendere i nostri valori democratici e anche i nostri interessi economici, laddove indispensabile. Ma, soprattutto, dobbiamo dimostrare al mondo che siamo in grado di farlo.

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