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L’attacco

Flop elezioni, Salvini spara a zero sul governo. Draghi lo smentisce

Il leghista alza i toni e non solo sulla delega fiscale. Una ‘rappresaglia’ che il premier non ha intenzione di accettare e che nuoce anche al Carroccio

Flop elezioni, Salvini spara a zero sul governo. Draghi lo smentisce

Una scheggia impazzita. Matteo Salvini dopo la batosta elettorale di due giorni fa ha deciso di fare rumore a tutti i costi e di cercare una nuova strategia che gli restituisca uno slancio verso la ripresa dei consensi. Il leader del Carroccio collega il risultato delle urne con l’ingresso del suo partito nella maggioranza di unità nazionale che sostiene il premier, Mario Draghi. E, quindi, ha deciso di cambiare qualcosa pur non sapendo esattamente cosa. Fatto sta, che da circa 24 ore, il segretario federale di via Bellerio spara a zero su tutto e tutti. Obiettivo di questa guerra sembra essere il presidente del Consiglio. Ieri i ministri leghisti non hanno partecipato al Cdm che ha dato il via libera alla delega fiscale. Oggi, Salvini continua a riprendersela con possibili aumenti di tasse ed eventuali patrimoniali sulla casa che il premier smentisce categoricamente. Dal vertice Ue-Balcani occidentali, in corso in Slovenia, Draghi replica: “La riforma del catasto non è una patrimonialeIl governo va avanti: l’azione dell’esecutivo non può seguire il calendario elettorale”.

 

È tutta la mattina che il leghista alza i toni in una sorta di rappresaglia post voto. “Non firmo un assegno in bianco e non mi basta che il ministro dell'Economia mi dica che gli aumenti saranno dal 2026, questa è una patrimoniale su un bene già tassato”.

E ancora: “Contiamo che il Parlamento, che può intervenire, modifichi questi passaggi e tolga qualsiasi ipotesi di riforma del catasto e di patrimoniale sulla casa dalla delega fiscale e noi tiriamo dritti sul taglio dell'Irap, sull’abbassamento dell’Iva, sulla revisione degli scaglioni Irpef ". Poi l’affondo pure sulle cartelle esattoriali: “Un impegno che chiedo personalmente al presidente Draghi - glielo chiesi a marzo e siamo arrivati a ottobre – è un intervento risolutivo sulle cartelle esattoriali. Ce ne sono 120 milioni di Equitalia che rischiano di essere una mazzata definitiva nella ripresa post Covid di famiglie e imprese”. E, infine, quello sulle discoteche: “Riaperte col green pass, ma solo col 35% di capienza? È una presa in giro senza senso scientifico, sanitario, sociale ed economico. Con questi numeri rischiano di fallire 3.000 aziende e di rimanere a casa 200.000 lavoratori”.

 

L’attacco è frontale e fa pensare a una rottura. Ma il leghista non ha intenzione - almeno così dice - di lasciare il governo: “No, no la Lega è dentro. Se vogliono, escono Letta e Conte, perché il Parlamento ha dato la fiducia a Draghi per abbassare le tasse, non per aumentarle”.  La furia salviniana è tale da lasciare sgomenta anche una parte della compagine del Carroccio. Fin troppo abituata alle ‘ribellioni’ del leader verso l’esecutivo ma che ora ha l’impressione che la situazione stia sfuggendo di mano. Fin dove possa spingersi Salvini con queste modalità guerrafondaie è di difficile previsione.

In ogni modo, Giorgia Meloni, l’alleata-rivale, gli tende la mano sul fisco: “Ha fatto bene la Lega a non votare una delega in bianco”. Dunque, il tentativo è di ricompattarsi. Forse lo scopo è tenere duro in queste due settimane e cercare di non dare per persa la corsa per il sindaco di Roma. Ma più questa destra urla, più significa che ha paura di perdere ancora.

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