Ai ferri corti

La politica della Lega: se Giorgetti non ne può più di Salvini

Sempre più distanti i due uomini forti del Carroccio. La sfida del ministro è a viso aperto. Ma cosa ha in mente? Il leader convoca il Consiglio federale

La politica della Lega: se Giorgetti non ne può più di Salvini

Sembra che Giancarlo Giorgetti, il numero 2 della Lega, non ne possa più del numero 1, ovvero di Matteo Salvini. I due sono sempre di più ai ferri corti e stavolta, dopo le parole trapelate ieri del ministro dello Sviluppo economico, parte la convocazione del massimo organo esecutivo del Carroccio, il Consiglio federale. Il segretario non parla del caso ma dal suo staff trapela chiaramente che la pazienza sarebbe al limite. “È difficile credere a incomprensioni, e che non ci sia ‘dolo’, anche perché è l’ennesima intervista” in cui il ministro dà indicazioni e fa affermazioni contrarie all’indirizzo del leader. 

 

Ma che nella Lega ci siamo due anime e due orientamenti diversi a partire dal tema delle politiche europee ormai è chiaro da tempo. Come è altrettanto evidente che Giorgetti non abbia più alcuna intenzione di tenere per sé perplessità e dubbi sulla linea del capo. Lo scontro è alla luce del sole. Al giornalista Bruno Vespa, il titolare del Mise ha detto senza mezzi termini: “Se vuole istituzionalizzarsi in modo definitivo, Salvini deve fare una scelta precisa. Capisco la gratitudine verso la Le Pen, che dieci anni fa lo accolse nel suo gruppo. Ma l’alleanza con l'AfD (Alternativa per la Germania, partito di estrema destra tedesco ed euroscettico, ndr) non ha una ragione”. E ancora: la svolta europeista di Salvini “è incompiuta”.

 

Il ministro non esclude nemmeno l’ingresso della Lega nel Partito Popolare Europeo: “è un’ipotesi che regge se la Cdu non si sposta a sinistra”. Ma la riflessione a microfoni accesi del numero 2 di via Bellerio è un vero e proprio messaggio lanciato direttamente al capo: “Non ci sono due linee. Al massimo, sensibilità diverse. Amando le metafore calcistiche, direi che in una squadra c’è chi è chiamato a fare gol e chi è chiamato a difendere”.

 

Sul mantenimento di un “binario comune” il leghista che fa parte del governo Draghi incalza: “Continueremo a lavorare così finché il treno del governo viaggia veloce, altrimenti rischiamo noi di finire su un binario morto. Il problema non è Giorgetti, che una sua credibilità internazionale se l’era creata da tempo. Il problema è se Salvini vuole sposare una nuova linea o starne fuori. Questa scelta non è ancora avvenuta perché, secondo me, non ha ancora interpretato la parte fino in fondo”. Poi il ministro si lascia andare a un’altra metafora, stavolta cinematografica: “Matteo è abituato a essere un campione d’incassi nei film western. Io gli ho proposto di essere attore non protagonista in un film drammatico candidato agli Oscar. È difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. E non so che cosa abbia deciso”.

 

Ma il punto vero adesso è capire cosa abbia in mente davvero l’uomo moderato del Carroccio. Di certo, da quando siede nel Consiglio dei Ministri, è più marcata la distanza tra l’area ‘centrista’ che fa riferimento al ministro e quella più estremista del candidato premier. L’exploit ieri a Pistoia - dove l’ex titolare del Viminale ha accolto e difeso il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, politico discutibile, notoriamente razzista e omofobo, per il quale il Parlamento di Brasilia chiede la messa in stato di accusa per la gestione della pandemia – non poteva che determinare un ulteriore allontanamento.  Ora si attende che i nodi vengano al pettine. Per domani è convocato il Consiglio federale. Ma se Salvini non smette di inseguire la Meloni i ‘governisti’ reggeranno ancora per poco.

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