La partita per il Colle più alto

Rebus Quirinale, chi si sbilancia su Draghi e chi prova a rallentare

Ipotesi del ministro Giorgetti: “semipresidenzialismo de facto”. Salvini: sì al premier, anche Conte: “nessuna preclusione”. Letta: “Se ne parla a gennaio”

Rebus Quirinale, chi si sbilancia su Draghi e chi prova a rallentare

È sempre la partita del Quirinale ad agitare le acque della politica italiana. Ed è sempre sul nome di Mario Draghi che ci si arrovella. Ma stavolta a far discutere è anche la proposta, tanto provocatoria quanto inverosimile, del ministro leghista dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti. “Draghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale”, secondo il numero due del Carroccio. Che a Bruno Vespa dice: “la soluzione” per il Colle “sarebbe confermare Mattarella ancora per un anno. Se questo non è possibile, va bene Draghi”. Ma lo stesso presidente del Consiglio potrebbe essere al timone “da fuori. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole. Draghi baderebbe all’economia”. Un’ipotesi non contemplata nel dettato costituzionale.  “Di sicuro è solo una battuta”, replica Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera e deputato 5S. “Se la frase non provenisse da un autorevole esponente del governo dovremmo considerala eversiva”. 

Ma al di là di improbabili teorie è sul nome del premier che le formazioni politiche iniziano a scoprire le carte. Già Salvini aveva fatto sapere di non avere nessun problema a votare il capo dell’esecutivo ma escludendo il ritorno alle urne.

 

In serata interviene il leader dei pentasellati, Giuseppe Conte. L’avvocato, che nei giorni scorsi non sembrava affatto convinto sul nome del suo successore a Palazzo Chigi, cambia rotta e precisa di non avere nessuna “preclusione verso la salita di Draghi” al Colle. In ogni caso, dice, “ci impegneremo con il M5s perché” il futuro presidente “sia una figura di alto profilo, come recita la Costituzione, una garanzia per l’unità nazionale”. Una condizione però la pone, in linea questa volta con la Lega: “Qualunque sia la soluzione, non ravviso le condizioni per andare a votare un attimo dopo”.

Una volta scelto il prossimo capo dello Stato, chiunque esso sia, la legislatura per i 5S deve arrivare a conclusione naturale nel 2023.  Ma sul toto-nomi il segretario del Pd, Enrico Letta, prova a frenare: “Di Quirinale si parla a gennaio. Prima c’è la legge di Bilancio e il Piano di ripartenza e resilienza da 230 miliardi”. 

 

Nessuno vuole ammetterlo. Ma un nome che possa reggere il confronto con il presidente del Consiglio è davvero difficile da trovare. Tanto per la prima carica dello Stato, quanto nel caso dovesse lasciare la guida di Palazzo Chigi. E più il prestigio di Draghi cresce - come sta accadendo nelle ultime settimane e come dimostrato durante il G20 e la Cop 26 - più il rebus si complica. Ecco perché c’è chi prova - insieme ai dem una parte dei 5S - a ‘rallentare’ l’apertura dei giochi. 

“Prima di arrivare alla data” dell’elezione del Presidente della Repubblica “abbiamo otto decreti in conversione, la legge di Bilancio, la riforma del processo civile, la riforma sulla disabilità. Si abbia coscienza che il Paese ci sta guardando e dobbiamo ottenere i miliardi del Pnrr”, dice il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà del M5S.  Dunque, più di qualcuno nella maggioranza pensa che sia “prematuro parlare” del Colle.

 

Mentre Silvio Berlusconi comincia già a fare i conti e non smette di sognare il Palazzo che fu dei Papi. Si sbilancia il Cavaliere: “Ci sono 290 deputati e senatori usciti dai gruppi parlamentari originari. In tanti mi sono amici”. Dall’opposizione Fratelli d’Italia, qualora Draghi venisse eletto capo dello Stato, insiste: la “strada maestra resta il voto e quindi la necessità di chiedere conto di nuovo agli elettori, perché il prossimo governo sia espressione del consenso popolare”.

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