Il ritratto

La Libia si prepara a un nuovo Gheddafi? Chi è l’erede del dittatore

Saif al-Islam si candida in vista delle elezioni di dicembre nel paese nordafricano. La conferma è giunta a poche settimane dal voto. La sua storia

La Libia si prepara a un nuovo Gheddafi? Chi è l’erede del dittatore

Il primo a diffondere la notizia di un possibile ritorno di “un Gheddafi” alla guida Libia era stato il New York Times, lo scorso luglio.

Ora, però, è giunta una conferma ufficiale da parte del diretto interessato: Saif al-Islam, secondogenito (su otto figli) di Muhammar Gheddafi, sarebbe pronto a prenderne il posto, in caso di vittoria alle prossime elezioni in programma nel Paese nordafricano il prossimo 24 dicembre.

La notizia è stata rilanciata da The Libya Observer su Twitter ed è ritenuta piuttosto attendibile tanto più che a fugare ogni dubbio ci ha pensato il sito Al Marsad che, sempre su Twitter, ha pubblicato anche le immagini e i video del “candidato eccellente” intento a depositare i documenti per la sua corsa alla guida di Tripoli.

A pesare sulla sua candidatura c’è un passato poco “limpido”. Ma chi è Saif al-Islam?

 

Il ritorno di un Gheddafi

Saif Al-Islam Gheddafi non nasconde, dunque, di voler ambire alla guida del suo Paese, come già prima di lui fece il padre per decenni. Per questo da presentato la documentazione necessaria per partecipare alle elezioni, previste per il 24 dicembre all’ufficio dell’Alta Commissione elettorale nazionale libica di Sabha.

La notizia era stata anticipata mesi fa dallo stesso secondogenito, nel corso di una intervista rilasciata al New York Times, ma i tempi sembravano prematuri, almeno quanto le possibilità di ottenere consensi.

Oggi, invece, secondo una previsione di Al Arabiya, i seguaci di Gheddafi (forse più del padre che figlio, ma comunque “nostalgici”) sarebbero ancora il 50-70% della popolazione libica.

 

Il “curriculum”: dalla prigionia all’accusa di crimini di guerra

Saif al-Islam non è un nome nuovo nel Paese, fin dai tempi della dittatura del padre, dal 1969 fino alla sua caduta in mano ai ribelli del Consiglio nazionale transitorio nel 2011. Durante gli anni di potere di Muhammar Gheddafi, il secondogenito gli era stato al fianco, tanto che in occasione della fine del regime, con le cosiddette “primavere arabe”, Saif era stato bersaglio di quegli stessi ribelli che avevano spodestato il padre. Dopo essere finito in carcere, era poi stato scarcerato e, grazie all’amnistia del 2015, dal 2016 era tornato un uomo libero.

La sua figura, però, non è del tutto “limpida”, tanto che la Corte penale internazionale gli contesta il reato di crimini contro l’umanità.

A peggiorare la situazione (ma forse anche a determinare la sua decisione di candidarsi) è la condanna già emessa da un tribunale di Tripoli, con una sentenza di morte per genocidio. Si tratta di un pronunciamento di primo grado contro Saif al-Islam può ricorrere in appello, ma molti osservatori sottolineano che una eventuale vittoria alle elezioni gli garantirebbe l’incolumità.

 

A cosa mira

“I politici hanno violentato questo Paese, ora in ginocchio” ha tuonato il candidato presidente, chiarendo i suoi programmi di Governo, partendo dall’analisi della situazione attuale della Libia. “Non ci sono soldi né sicurezza, non c’è vita. Esportiamo petrolio e gas in Italia, ma qui manca la benzina e abbiamo continui blackout. È un fiasco”.

Per ora il secondogenito di Gheddafi ha riorganizzato il Movimento popolare nazionale libico e ha puntato il dito contro gli Usa, ritenendoli responsabili della condizione attuale della Liba: “L’amministrazione Obama è responsabile della distruzione della Libia, non il governo di mio padre. Quelle rivolte furono il centro di una tempesta perfetta, conseguenza di fenomeni che stavano crescendo da tempo, dalle tensioni esterne alle ambizioni opportunistiche di governi esteri, come quello francese di Nicolas Sarkozy”, ha avuto modo di accusare, a proposito delle “primavere arabe”.

Infine, l’appello all’unità del Paese: “Sono stato lontano dai riflettori per 10 anni. Bisogna muoversi con calma, lentamente, come uno spogliarello. Bisogna giocare un po’ con la mente delle persone” ha detto, concludendo: “Siamo come pesci, e il popolo libico è il nostro mare. Senza loro, moriamo. Da qui prendiamo il nostro supporto: ci nascondiamo qui, combattiamo qui, ci rinforziamo qui. I libici sono il nostro oceano”.

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