Il caso Djokovic

Djokovic, primo “set” al tennis: resta in Australia. La sentenza

Primo pronunciamento del giudice sul caso del numero uno al mondo, che può rimanere nella “terra dei canguri”. Ma le autorità di Camberra non mollano

Djokovic, primo “set” al tennis: resta in Australia. La sentenza

Se fosse un match su terra rossa o erba verde, Novak Djokovic avrebbe vinto almeno il primo set, perché il giudice Kelly ha revocato il fermo del numero 1 al mondo, che può restare in Australia, tornare in libertà e ricominciare ad allenarsi.

Il governo federale, però, potrebbe ribaltare la decisione.

 

Djokovic resta in Australia

Secondo il giudice incaricato di pronunciare una sentenza sul caso di Novak Djokovic, fermato perché non in regola con il visto in ingresso in Australia, il fermo del campione serbo è stata "una decisione irragionevole". Per questo il 32enne numero uno al mondo del tennis può restare sul suolo australiano. Ma non solo: il giudice ha disposto l’annullamento della decisione dell’ufficiale dell’Australian Border Force, che aveva cancellato il visto di Djokovic, disponendone il suo rilascio entro 30 minuti. Ha anche ordinato la riconsegna del passaporto e degli effetti personali, spiegando nella sentenza che "se Djokovic avesse avuto più tempo per consultare i suoi legali, avrebbe risposto in maniera più chiara al Border Force".

Djokovic, che era stato fermo non appena atterrato a Melbourne in vista della sua partecipazione agli Australian Open, e trasferito in un albergo riservato agli immigrati irregolari, potrà lasciare proprio il Park Hotel. Di fatto, quindi, la prima battaglia legale del giocatore è stata vinta da lui.

 

Le autorità federali non mollano

Se la “battaglia” è vinta, la “guerra” non è ancora finita. Nel braccio di ferro con le autorità locale, dopo il ricorso di Djokovic contro il suo fermo, il governo di Camberra non ha intenzione di darla vinta al tennista. Dopo aver affermato che le “regole sono regole” (Rules are rules, come a dire che non sono ammessi favoritismi), il nodo riguarda la presunta immunizzazione (e le modalità con le quali è avvenuta) del tennista. Come si legge nella memoria scritta presentata dal ministro dell'interno, Karen Andrews, "Non vi è alcun suggerimento che il ricorrente (Djokovic, ndr) abbia avuto una malattia grave acuta a dicembre, quando è risultato positivo”. Lo stesso Andrews aveva lasciato intendere che, anche in caso di sentenza a favore di Djokovic, i funzionari sarebbero stati pronti ad annullare il suo visto una seconda volta.

 

Il “giallo” della malattia

A far discutere nelle ultime ore è stato anche il presunto “giallo” sulla positività alla malattia Covid di Nole Djokovic. La motivazione con la quale il suo staff medico ha chiesto l’esenzione dalla vaccinazione per partecipare agli Australian Open, infatti, sarebbe la sua positività, risalente al 16 dicembre scorso. Il problema, però, riguarda il fatto che proprio in quei giorni lo stesso campione aveva partecipato a un evento pubblico, senza mascherina e a contatto con altre persone, in contrasto con un eventuale regime di quarantena legato alla malattia. Lo stesso Djokovic non è vaccinato contro il Covid, come ammesso da lui stesso per la prima volta a chiare lettere, nell’interrogatorio con l’ufficiale di frontiera australiano. Per questo non avrebbe i requisiti richiesti dalle autorità australiane.

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