La crisi e i tagli alle spese

Calano i consumi delle famiglie italiane, giù l’abbigliamento

In ripresa ristorazione e viaggi. Outlet e centri commerciali col segno meno, tiene lo shopping di prossimità. Guerra e inflazione penalizzano i salari

Calano i consumi delle famiglie italiane, giù l’abbigliamento

Gli italiani consumano meno, molto meno. Soffrono i centri commerciali e gli outlet anche se tiene lo shopping di prossimità. Prima la pandemia, ora la guerra in Ucraina e il caro energia: le abitudini della popolazione stanno cambiando, complice la scarsa fiducia nelle prospettive di crescita. Il risultato è che le famiglie tagliano le spese anche se, quando possono, non rinunciano al caffè al bar o al ristorante. I dati dell’Osservatorio permanente sull’andamento dei consumi nei settori ristorazione, abbigliamento e retail non food, elaborati da Confimprese, parlano chiaro: le vendite nel mese di marzo di quest’anno hanno subito un deciso rallentamento e chiudono con -19,3% rispetto a marzo 2019, anno pre-pandemia. 

 

Il settore più in calo è quello di abbigliamento e accessori che registra un pesante -31,3% nel mese appena passato, seguito dalla vendita al dettaglio non alimentare che segna un -8,7%. Recuperano però ristorazione a -8,7% e viaggi a -18,6%, settori che per due anni hanno subito il blocco totale delle attività. A colpire sono anche i numeri sui canali di vendita. I peggiori riguardano gli outlet che chiudono con un pesante -28,4%, le strade dello shopping con un -27%, i centri commerciali con -25,8%. A sorpresa resiste lo shopping di prossimità con ‘solo’ un -8%.

 

“Lo scenario desta preoccupazione, anche perché aggravato dall’aumento dall’inflazione e dal conflitto in Ucraina, e pone seri dubbi su una ripresa a breve termine del retail”, dichiara Mario Maiocchi, direttore Centro studi retail Confimprese. Tuttavia “i dati evidenziano anche la volontà dei consumatori di tornare a valorizzare il proprio tempo libero. Un trend dimostrato dalla ripresa del travel e dall’aumento dei consumi nelle città del sud. Napoli fa registrare l’unico trend con segno positivo nel panorama complessivo delle città italiane”.

 

L’inflazione - che in Italia ha superato abbondantemente il 6 %, cifra che non si vedeva da 30 anni - e il caro energia fanno sentire i loro effetti. La crescita dei prezzi di beni e servizi sta generando la diminuzione del potere di acquisto della moneta e dei salari. Il tutto a fronte di previsioni di crescita in discesa, come attestato anche dal Documento di Economia e Finanza varato dal governo. Spiega Confcommercio che “il secondo trimestre 2022 si apre con Pil in calo dello 0,5% congiunturale ad aprile e con un inflazione del +6,3% su base annua. Il dato, che segue già un primo trimestre negativo”, secondo l’organismo che rappresenta le imprese del commercio, “conferma i timori sulla difficoltà di raggiungere nel 2022 una crescita prossima al 3%”. Dunque, dopo il balzo del Pil che ha accompagnato il 2021, anno in cui l’Italia è stata tra i Paesi dell’Eurozona a più alta crescita, il conflitto alle porte dell’Europa e le materie prime per l’approvvigionamento energetico hanno determinato una brusca battuta d’arresto. Ad essere colpiti le retribuzioni più basse e medie. Se poi teniamo conto del fatto che solo il 5% degli italiani dichiara redditi superiori a 70 mila euro è evidente che è la stragrande maggioranza della popolazione a dover tagliare le spese. 

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