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Quando l’orrore finirà

Mosca ci metterà decenni per ricostruire la sua credibilità nel mondo

Sul piano economico e politico Putin ha già perso. Ma la guerra in Ucraina è uno spartiacque che sta colpendo al cuore anche l’identità della Russia.

Mosca ci metterà decenni per ricostruire la sua credibilità nel mondo

L’aggressione all’Ucraina, la guerra che travalica gli obiettivi militari per compiere ogni giorno scempio di vite umane e stragi di ogni sorta, resterà una macchia indelebile che colpisce al cuore l’identità russa. Ci vorranno decenni perché Mosca ricostruisca la sua credibilità internazionale anche se il regime di Putin, come tutti ci auguriamo, dovesse durare ancora per poco. E anche se dopo di lui arrivasse un presidente che cercherà di riabilitare la Federazione agli occhi del mondo e nei consessi internazionali. L’idea della Russia uscita vincitrice dalla seconda guerra mondiale, che ha combattuto per la liberazione dell’Europa dal nazi-fascismo, appartiene a una pagina di storia che la politica omicida e suicida di Putin sta cancellando dalla memoria. Oggi è impossibile dimenticare i massacri di Bucha.

 

La Russia ha già perso questa guerra sotto diversi aspetti. Le sanzioni economiche deliberate dall’Occidente stanno cominciando a colpire duramente l’economia. Elvira Nabiullina, la governatrice della Banca centrale russa, ha ammesso che “il periodo in cui la Russia può vivere di riserve è finito”. Non è più in gioco la tenuta finanziaria del Paese ma l’economia reale, quella che ha ricadute immediate sulla popolazione, sugli approvvigionamenti, sulle produzioni. La governatrice lo ha scandito: non c’è prodotto russo che non dipenda da componenti che arrivano dall’estero. Quella che la stragrande maggioranza della popolazione, per via della propaganda del tiranno, considera “un’operazione speciale”, peserà come un macigno sulle abitudini quotidiane, sulla stabilità, sulla tenuta di uno Stato vicino ormai alla bancarotta.

 

Anche le mire politiche di Putin stanno mancando il bersaglio. Se il suo obiettivo era riaffermarsi sulla scena internazionale mostrando i muscoli all’Occidente, rianimando dal passato la ‘guerra fredda’ o volendole dare un esito diverso, il fallimento è palese. Sulla scena mondiale il competitor degli Usa è la Cina, non la Russia, e dalla guerra in Ucraina il Dragone sta ricavando un posizionamento nello scacchiere internazionale che prima non aveva. Da potenza economica globale sta diventando riferimento politico-diplomatico per chi spera in un’azione di Pechino su Mosca per avviare tavoli negoziali, quanto meno affidabili. La Repubblica popolare cinese si sta accreditando insomma come interlocutore non solamente economico e commerciale. E se Putin sperava nell’asse con Xi-Jinping contro Washington ha sbagliato calcoli.

 

La Cina non ha interesse ad associarsi a uno Stato inviso alle grandi potenze occidentali con le quali ogni giorno tiene in piedi rapporti commerciali. La globalizzazione, che molti danno per finita, tiene ed è ancora il motore di un mondo interconnesso, in cui la cooperazione tra Stati è fondamentale per la tenuta dei bilanci nazionali.

 

Ma come accennavamo all’inizio c’è anche un fattore identitario ed etico che chiama in causa il popolo russo, che dovrà fare i conti prima o poi con quasi venticinque anni di regime di Vladimir Putin e con tre guerre terribili: Cecenia, Siria, Ucraina. Quest’ultima, forse perché nel cuore dell’Europa, sta svelando orrori e violenze che dalle prime due ci sono arrivati come un’eco lontana, che l’Occidente non ha voluto udire. Adesso non vedere, non ascoltare il dolore del popolo ucraino, è impossibile. Dopo Putin, e molto tempo dopo ancora, lo scempio di questa guerra rimarrà sedimentato. E’ penetrato nella storia, dunque è destinato a non svanire. Il conto politico lo pagherà l’autocrate di San Pietroburgo ma la magistra vitae chiama in causa anche la consapevolezza collettiva e l’identità russa.   

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