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Effetto guerra

I camaleonti della politica e il dramma dell’Ucraina aggredita

Filo-atlantismo e filo-putinismo modificano i posizionamenti dei partiti e minano le alleanze. Cosa si muove in vista delle elezioni del prossimo anno

I camaleonti della politica e il dramma dell’Ucraina aggredita

Al centro c’è Mario Draghi presidente del Consiglio. Intorno a lui un variegato mondo di formazioni politiche che la guerra in Ucraina ha sparigliato facendo perdere di vista buona parte dei motivi di intese precedenti, a destra come a sinistra. Sappiamo che l’esecutivo guidato dall’ex numero uno della Bce si regge su un’alleanza che ha preso forma su una gamba di centrodestra, quella formata da Lega e Forza Italia, e su una gamba di centrosinistra, corrispondente alla maggioranza giallorossa del governo Conte II, con pentastellati, Pd e Sinistra. Ma cosa è successo dopo l’aggressione della Russia in Ucraina, l’evento più drammatico che da settanta anni a questa parte ha sconvolto il Vecchio Continente? E’ accaduto che vecchi posizionamenti per aree di influenza, derivanti dalle superpotenze della Guerra Fredda, sono riemersi in maniera molto marcata e stanno determinando le mosse di alcuni partiti rompendo equilibri, a volte, già precari.

 

Prendiamo il centrodestra. Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, unico partito all’opposizione, non fa più mistero del suo filo-atlantismo in linea con Palazzo Chigi. Diversamente, i partiti di centrodestra che sostengono Draghi hanno qualche difficoltà sulla guerra di Mosca contro l’Ucraina, pur avendo votato in Parlamento e in Consiglio dei ministri gli aiuti a Kiev. Il Carroccio ha stretto un patto di amicizia due anni fa con Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. Tant’è che Matteo Salvini per diverse settimane ha evitato accuratamente di parlare dell’ingiustificabile offensiva russa. Anche Forza Italia ha vissuto un certo impaccio politico e istituzionale.

 

Silvio Berlusconi e Putin sono stati grandi amici e il fondatore di Mediaset si è sempre vantato del rapporto speciale che lo ha legato al capo del Cremlino. Il caso del ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ospitato ieri sera su Retequattro, il canale fondato dal Cavaliere, per un’intervista-comizio dai contenuti inquietanti - Zelensky definito nazista anche se di origini ebraiche “perché anche Hitler aveva origini ebraiche”, negazione dei crimini di Bucha – solleva più di qualche sospetto. In ogni caso, per Salvini quanto per Berlusconi, i legami con Mosca sono troppo recenti e troppo evidenti per confidare in una memoria collettiva pronta a dimenticare.

 

Dall’altro lato, nel centrosinistra, il Pd di Enrico Letta - il più atlantista dei partiti che sostengono Draghi - si trova a fare i conti con i 5S. Con un dietrofront sorprendente il Movimento è ritornato al putinismo del governo Conte I, quando grillini e leghisti andavano d’amore e d’accordo sulla politica estera filo-russa. Un déjà vu che mina nel profondo l’alleanza giallorossa, che il segretario del Pd ha convintamente sostenuto nella prospettiva che potesse nascere un asse più solido per le politiche del 2023. Nulla di più incerto, adesso.

 

Conte ideologicamente è molto più vicino a Salvini di quanto non lo sia ai democratici. Ma se Letta ha un problema di ordine politico, Draghi ha una difficoltà oggettiva per l’azione di governo. I 5 Stelle si sono rifiutati di votare il decreto aiuti varato ieri sera per sostenere famiglie e imprese contro i rincari, aprendo uno scontro che esce dai confini della politica estera per entrare in quelli di politica economica. All’origine, ci sarebbe anche lo strappo sulla costruzione di un nuovo termovalorizzatore a Roma, per il quale il sindaco dem ed ex ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha ottenuto da Palazzo Chigi poteri commissariali.

 

Alcune domande, a questo punto, sono doverose. Davvero è pensabile che il cambio di direzione dei Cinque Stelle possa essere indolore? Per quanto ancora il Pd potrà ostinarsi a considerare i penstastellati dei fedeli alleati? E a destra quanto potrà reggere l’asse Fdi, Fi e Lega? Nella conferenza programmatica di Milano, Giorgia Meloni, ha dimostrato di giocare una partita tutta sua in vista delle elezioni politiche e c’è da scommettere che continuerà a farlo. Quella che intende portare a termine, ammesso che riesca, è un’operazione di maquillage per liberarsi dall’abito radicale ed estremista.

 

Non è un caso che in Ue giochi più di sponda con il Ppe che con i sovranisti di Identità e Democrazia, di cui fa parte la Lega. E che sulla guerra in Ucraina si sia schierata convintamente dalla parte della Nato e degli Stati Uniti. Un certificato di garanzia che la leader della destra sta mandando a Bruxelles.

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