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Il tema della modifica dei Trattati

Embargo sul petrolio russo, la prova che l’unanimità non funziona

Dopo l’annuncio della Von der Leyen diversi Paesi minacciano il ‘veto’ sulle nuove sanzioni contro Mosca. L’Europa bloccata da procedure che vanno superate

Embargo sul petrolio russo, la prova che l’unanimità non funziona

Alla Commissione europea pensano che alla fine il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia, compreso l’embargo sul petrolio di Putin, andrà in porto. Il Collegio dei commissari ha studiato a fondo i dossier e gli incontri informali con gli Stati membri sono stati diversi prima dell’annuncio ufficiale di Ursula Von der Leyen davanti al Parlamento europeo. Ma il coro dei ‘no’ che si sono rincorsi per tutta la giornata di ieri è stato più numeroso di quanto ai vertici dell’organo di governo europeo ci si aspettasse. E’ una questione di ‘veti’, che molto spesso impediscono ai Ventisette di prendere decisioni, anche se il disco rosso arriva da un solo Stato. A sollevare opposizione sono state principalmente Ungheria e Slovacchia, seguite poi da altri Paesi, ma ognuno con regioni diverse.

 

Il nodo principale è senza dubbio l’addio al petrolio russo che dovrebbe essere “totale ma graduale”. I tempi di transizione stabiliti da Bruxelles non convincono il governo ungherese che chiede una deroga per il petrolio di Mosca acquistato via oleodotto. Budapest ha anche un problema di lavorazione del greggio, le raffinerie sono predisposte per quello che arriva dalla Russia. La Slovacchia ha da ridire sulla gradualità con cui l’embargo dovrebbe entrare in vigore e ritiene non sufficiente l’anno concesso. Mentre il trattamento speciale riservato ai governi di Budapest e Bratislava non è piaciuto a Bulgaria e Repubblica Ceca. Anche la Grecia si è fatta sentire ma sulla questione del trasporto del petrolio russo fuori dall’Ue con navi che non saranno europee.

 

Bisognerà adesso lavorare per ricomporre questo complesso mosaico. Tuttavia ciò che emerge con grande chiarezza è che non esiste solo una questione di merito sulle singole posizioni (opposizioni) e sulla loro legittimità. Ciò di cui a Bruxelles si deve prendere atto è che esiste nella complessa architettura istituzionale europea un problema di metodo che riguarda le procedure decisionali. Il premier italiano, Mario Draghi, intervenendo due giorni fa alla plenaria di Strasburgo, ha sollevato la difficoltà esistente: “Dobbiamo superare il principio dell’unanimità”, ha detto, “da cui origina una logica intergovernativa fatta di veti incrociati e muoverci verso decisioni prese a maggioranza qualificata. Un’Europa capace di decidere in modo tempestivo è più credibile di fronte ai suoi cittadini e di fronte al mondo”.

 

L’unanimità richiesta dai Trattati in politica estera e di sicurezza oggi è un ostacolo non di poco conto per un governo comune e sovranazionale del Vecchio Continente. Lo si vede in tema di sanzioni. La minaccia di veto di un solo Paese è in grado di fermare processi negoziali lunghi e difficili o di rallentare enormemente il traguardo di una posizione unitaria. La drammaticità della guerra in Ucraina, la necessità di misure sanzionatorie efficaci, ripropongono con urgenza il bisogno di cambiare l’elenco di quei settori considerati strategici che rimangono subordinati al voto unanime nel Consiglio europeo. Va ammesso che il veto è usato molto spesso per nascondere atteggiamenti nazionalistici che sono un impedimento ad un’Europa davvero coesa.

 

Adottare decisioni in politica estera a maggioranza qualificata è oggi una soluzione che risponde a un principio di ragionevolezza e di concretezza insieme. Lo scenario globale sta cambiando, l’Europa ha la guerra praticamente in casa. Compattezza e unità, nella peggiore crisi dalla fine della seconda guerra mondiale, sono essenziali per fronteggiare Putin ed essere pronti a un futuro tutto da riconsiderare.  

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