Il punto

Guerra e referendum, le sfide per una maggioranza non allineata

Risoluzione su Ucraina: il Pd chiede continuità agli alleati. Salvini contro Chigi e Quirinale: “Censura su referendum”. Calenda rilancia le ‘larghe intese”

Guerra e referendum, le sfide per una maggioranza non allineata

Da una parte l’invio delle armi all’Ucraina e la prossima tappa parlamentare di Draghi, quando il 21 giugno si dovrà votare una risoluzione in vista del Consiglio europeo di fine giugno. Dall’altro, il voto sui quesiti referendari sulla giustizia promossi da Radicali e dal Carroccio di domenica 12 giugno.  Lo stesso giorno si voterà anche per il rinnovo di quasi mille consigli comunali, tra i quali alcuni di capoluoghi di Provincia e di Regione, vedi Palermo, L’Aquila, Catanzaro, Genova.

 

La politica è in fibrillazione più per i primi due appuntamenti che per le amministrative, che in ogni caso chiameranno alle urne circa 9 milioni di italiani. I nodi sono tutti politici. L’invio di armamenti a Kiev agita da settimane il Movimento Cinque Stelle che minaccia di non votare l’atto di indirizzo delle Camere. In queste ore i grillini sfidano il governo anche sul reddito di cittadinanza. “Una politica indegna vuole cancellarlo”, accusa Giuseppe Conte. In ogni caso il segretario dem, Enrico Letta, sulla guerra avverte: “Noi abbiamo tenuto una linea concordata con il resto dell’Ue e credo che qualunque sia la posizione nel Parlamento, ci debba essere una linea in continuità con l’alleanza europea”. Dunque, “la discussione non potrà che essere in continuità, a meno che il 21 giugno succeda qualcosa che cambia tutto”. L’auspicio è “un rafforzamento dell'impegno per la pace”. Il premier potrà comunque contare in Parlamento sui voti dell’opposizione, anche se Fratelli d’Italia precisa che “il 21 giugno non aiuterà l’esecutivo ma la Nazione”. 

 

Il presidente del Consiglio ha intenzione di evitare che le scelte e il voto sull’Ucraina si trasformino in una resa dei conti sulla sua leadership. Ma le falle che si stanno aprendo in queste ore tra alleati sono diverse. La Lega accusa sia il governo che la presidenza della Repubblica di tacere sui referendum sulla giustizia. Questo l’affondo di Matteo Salvini durante un comizio: “Siamo qui per cercare di abbattere il muro della censura, del silenzio, del bavaglio e dell’omertà che c’è intorno ai referendum sulla giustizia di domenica prossima, che sono un’occasione storica, rivoluzionaria, pacifica di cambiamento. Aspettiamo che tutti dicano qualcosa, a prescindere dal sì o dal no, aspettiamo che il presidente Mattarella, che è garante della Costituzione, e il presidente Draghi, che guida il Governo di questo Paese, ricordino agli italiani la grande capacità di cambiare e di scegliere”.

 

Il clima non è dei più distesi. Vuoi su un tema, vuoi su un altro, si ripetono con costanza gli attacchi di pezzi della maggioranza a Palazzo Chigi. Per Renzi quello di Salvini e Conte è solo “uno show”. Ma dopo giugno sarà un attimo arrivare all’autunno. Questo vuol dire che la politica guarda già più lontano: alle politiche della prossima primavera. Ci pensa Carlo Calenda di Azione a gettare oltre lo sguardo: “Il copione delle elezioni 2023 non è già scritto”, dice. “Noi siamo pronti con +Europa ad andare al voto con l’attuale legge elettorale per poi chiedere a Forza Italia, al Pd e anche alla sinistra, se ci stanno, a lavorare ad un nuovo progetto di larghe intese guidato ancora da Mario Draghi che considero la persona giusta. Se Draghi non lo vorrà fare si cercherà un altro nome”. Ma siamo contrari”, ribadisce, “ad un qualsiasi governo a trazione populista”. Un attacco anche al segretario Dem che nel suo ‘campo largo’ continua a includere i Cinque Stelle. 

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