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Referendum Giustizia 12 giugno: come si vota, 5 quesiti, pro e contro

Sono cinque i quesiti, tutti sulla giustizia, sui quali sono chiamati a pronunciarsi gli italiani. Serve il quorum. Alle urne anche in 1.000 Comuni

Referendum Giustizia 12 giugno: come si vota, 5 quesiti, pro e contro

Domenica 12 giugno le urne si apriranno alle ore 7 per chiudersi alle 23.

La vera scommessa raggiungere il quorum del 50% + 1 di aventi diritto che andrà a votare per i cinque quesiti del referendum. Si voterà anche in circa 1.000 comuni italiani per il rinnovo delle giunte.

Ma l’incognita resta proprio l’affluenza alle urne, specie per i referendum promossi dalla Lega e dal Partito radicale. Alla vigilia del voto i partiti si sono divisi in favorevoli e contrari (il Pd ha lasciato libertà di coscienza, il M5S è contrario, Italia Viva è favorevole insieme ad Azione di Calenda, Fratelli d'Italia ha una posizione più sfaccettata), ma anche i magistrati sono in prima linea.

Ecco i quesiti, cosa cambierebbe in caso di vittoria dei “sì” e perché sono stati promossi i referendum, che sono tutti di tipo abrogativo, ossia per cancellare norme attualmente in vigore.

 

L’abrogazione della legge Severino

Il primo dei cinque quesiti riguarda l’incandidabilità e la decadenza dalle cariche pubbliche di esponenti politici nel caso in cui questi siano stati condannati o siano in giudizio per alcuni reati di particolare gravità (come mafia o terrorismo; reati contro la pubblica amministrazione, come peculato, corruzione o concussione, oppure delitti non colposi per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore a quattro anni).

Al momento è in vigore la cosiddetta legge Severino, dal nome dell’ex ministra della Giustizia del governo Monti, Paola Severino. I promotori vorrebbero abolirla in quanto contrari soprattutto alla parte relativa alla sospensione temporanea del mandato (massimo un anno e mezzo) anche in caso di condanna non definitiva. Se passerà il sì anche i condannati in via definitiva potrebbero candidarsi o continuare il proprio mandato, e verrebbe eliminata la sospensione automatica dall’incarico per gli amministratori locali in caso di condanna non definitiva. Rimarrebbe, però, la possibilità di un pronunciamento del giudice caso per caso.

 

Limitazione delle misure cautelari

Il secondo quesito ha a che fare con i casi nei quali è possibile prevedere la custodia cautelare, sia in carcere che ai domiciliari o presso un luogo di cura. Oggi, in base all’articolo 274 del codice di procedura penale, possono essere disposte questi provvedimenti, a fronte di gravi indizi di colpevolezza, in tre casi specifici: pericolo di fuga dell’indagato, inquinamento delle prove o reiterazione del reato. Se passasse il “sì”, verrebbe meno l’ultima tipologia di caso, a meno che non si tratti di concreto pericolo che l’indagato possa commettere reati con l’uso di armi, con la criminalità organizzata o contro l’ordine costituzionale.

 

La separazione delle carriere tra magistrati e giudici: stop alle “porte girevoli”

Il terzo quesito del referendum riguarda la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, cioè tra giudici e magistrati (detti anche pubblici ministero i pm). Oggi è possibile “cambiare veste” fino a 4 volte, se sussistono alcune condizioni, mentre i promotori vogliono cancellare questa possibilità per garantire maggiore imparzialità dei giudici. In sostanza vorrebbero che si scegliesse il tipo di carriera a inizio attività.

 

La candidatura al Consiglio superiore della magistratura (Csm)

In questo caso si chiede di pronunciarsi riguardo le modalità di candidatura dei magistrati al Consiglio superiore della magistratura, cioè l’organo che interviene nella valutazione disciplinare dei “togati” e nell’avanzamento delle carriere. Oggi è necessario che ogni candidatura sia accompagnata da almeno 25 firme (e massimo 50), mentre il quesito chiede di abrogare quest’obbligo, facilitando quindi le procedure e riducendo il “peso politico” nelle candidature stesse. Va ricordato, infatti, che si 27 componenti, 3 sono aventi diritto (Il presidente della Repubblica, il presidente della Cassazione e il procuratore generale della stessa Cassazione), mentre gli altri 24 sono eletti: un terzo dal Parlamento e gli altri due terzi dai magistrati. Secondo i promotori le firme presuppongono e testimoniano la presenza di “correnti” interne al Csm.

 

La valutazione dei magistrati

Infine, questo quesito riguarda le modalità con cui viene valutata la professionalità dei magistrati, affidata – ogni quattro anni – a un consiglio disciplinare. Ne fanno parte giudici, magistrati, ma anche membri “laici”, come avvocati e docenti universitari di materie giuridiche, che però possono solo esprimere valutazioni, ma non il voto finale. I promotori vorrebbero, invece, che anche questi ultimi avessero voce in capitolo.

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