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Riforme al bivio

Flop referendum, perché non è stato intercettato il voto popolare

I quesiti sulla giustizia affondano. Al voto solo il 20 per cento degli aventi diritto. Il messaggio per le forze politiche che viene dall’astensione

Flop referendum, perché non è stato intercettato il voto popolare

Fallito il quorum, fallito il referendum. I quesiti sulla giustizia hanno fatto registrare una partecipazione che si ferma al 20,8%, un’affluenza tra le più basse che la storia del referendum abrogativo istituito dalla Carta costituzionale ci consegna. Al di là delle interpretazioni dei partiti e della lettura politica che promotori e contrari hanno motivo di fornire, sarebbe opportuno comprendere le ragioni per cui il voto popolare non è stato intercettato. Tanto da mancare l’obiettivo del numero dei partecipanti necessario a rendere valida la consultazione. 

 

La prima ragione riguarda la complessità della materia e i tecnicismi in cui il cittadino ha avuto senza dubbio difficoltà ad addentrarsi. Alcuni quesiti erano forse più facili da comprendere, altri più ostici. Ad ogni modo, c’è stato un rifiuto popolare nei confronti di una materia di cui, doverosamente, è giusto che si occupino le istituzioni preposte con l’ausilio di tecnici e addetti ai lavori. Peraltro, come è noto, alcune questioni poste dai referendum ritenuti ammissibili sono già oggetto della riforma che porta il nome della ministra Marta Cartabia e che ha superato a fine aprile l’esame di un ramo del Parlamento.  Adesso, a referendum svolto, l’iter dovrebbe ripartire. Ma è da verificare come la Lega, co-promotore del referendum insieme ai Radicali, intenderà comportarsi in Aula. Secondo molti c’è da aspettarsi che il Carroccio alzi la posta in gioco. Il testo uscito da Montecitorio, e ora fermo a Palazzo Madama, potrebbe essere oggetto di nuove proposte emendative con un conseguente rallentamento che metterebbe in difficoltà la titolare di Via Arenula, ma anche il premier Mario Draghi che sulla giustizia vuole correre spedito.

 

La seconda ragione è che i cittadini, acclarata la complessità dei temi, avrebbero dovuto seguire le indicazioni dei partiti di appartenenza, per chi li avesse avuti, politicizzando una materia che oggi stenta ad essere oggetto di riordino proprio per questo motivo. Il potere giudiziario, indipendente e autonomo come sancisce la Costituzione, si è trasformato negli anni in un campo di battaglia della politica con le conseguenze che il caso Palamara ha drammaticamente evidenziato. Va anche sottolineato che la maggior parte delle forze di partito, quelle ovviamente in disaccordo con l’utilizzo dello strumento referendario contestualmente alla riforma parlamentare, o che si sono espressi per il ‘no’ hanno volutamente dato un low profile alla campagna referendaria. Anzi, per dirla tutta, persino la Lega lo ha fatto affrettandosi a ‘dare la sveglia’ solo a ridosso del voto.

 

In questo contesto, nessuno si è meravigliato più di tanto dell’esito finale. Nessuna sorpresa per il flop annunciato. Ma è nel non voto che i cittadini si sono espressi, rimandando a chi ha la responsabilità di farlo il compito di trovare una soluzione per una giustizia in sofferenza. A breve si dovrà votare per rinnovare l’organo di autogoverno dei giudici - il Consiglio Superiore della magistratura - ed è probabile che si attenda il varo delle nuove regole per procedere.

 

I punti della legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario sono diversi: oltre all’elezione del Csm, i criteri per l’individuazione dei vertici degli uffici giudiziari, la separazione delle funzioni, i criteri di valutazione delle professionalità, l’ingresso in politica dei giudici e il rientro in ruolo. Una riforma non esaustiva ma che affronta molti dei nodi attuali: i cittadini attendono da anni che si sciolgano perché venga loro garantita una giustizia più giusta, rapida ed efficiente. 

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