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La palude della politica e le poche chances per far restare Draghi

Mattarella ha congelato la crisi: bocce ferme perché si prenda tempo per ragionare. Step finale mercoledì 20 luglio. I 5S ora temono il voto anticipato

La palude della politica e le poche chances per far restare Draghi

Chi è fiducioso e crede che qualche possibilità ci sia ancora. Chi pensa che da qui a mercoledì, quando Mario Draghi renderà le sue ‘comunicazioni’ alle Camere, non potrà cambiare granché. In questo secondo caso l’esito sarebbe la chiusura definitiva dell’esperienza di governo dell’ex numero della Bce che, da febbraio 2021, con indiscutibile autorevolezza a livello nazionale e internazionale ha guidato il Paese.

 

Fosse stato per Draghi la questione l’avrebbe chiusa già ieri sera quando ha rassegnato le sue dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. E’ stato quest’ultimo a rinviare il governo alle Camere. Prendere tempo e parlamentarizzare la crisi, ovvero lasciare che sia il Parlamento a confermare o ritirare la fiducia, ha avuto nelle intenzioni del capo dello Sato un preciso obiettivo.

 

Congelare tutto per qualche giorno e dare modo a Draghi e forze politiche di maggioranza di ragionare a bocce ferme, lasciando sopire per quanto possibile le tensioni delle ultime 48 ore per cercare una soluzione politica. Ma uscire dal pantano che si è creato non è semplice. Un ripensamento di Draghi ad oggi sembra quanto mai lontano e da parte dei Cinque Stelle, per quanto ci siano spaccature interne di rilievo, i toni non sono sembrati meno bellicosi.

 

L’ipotesi voto anticipato piace molto al centrodestra che potrebbe ricompattarsi velocemente, forte dei sondaggi che lo darebbero in vantaggio. Giorgia Meloni vuole il voto, Salvini e Berlusconi dal canto loro potrebbero avere dei vantaggi da elezioni più vicine, anche se rimane irrisolto il problema della leadership. In ogni caso, non saranno certo Carroccio e Forza Italia ad insistere per salvare il governo. Piuttosto, il problema è del ‘campo largo’ e dell’area progressista. Del Pd, che rischia di finire schiacciato dallo strappo operato dagli alleati pentastellati, anche perché convincere i più riluttanti dei dem a ricompattarsi con i grillini per le prossime politiche sarà davvero arduo. E dei Cinque Stelle, che cominciano a temere davvero le elezioni e le conseguenze di una disfatta.

 

E’ il Nazareno che lavora più di tutti per ricucire la coalizione e provare ad uscire dalle acque paludose in cui questa crisi politica è finita. In mezzo c’è il Paese, i suoi affanni, il Pnrr, la crisi energetica, l’inflazione, il caro vita, i livelli salariali, i conti dello Stato da chiudere entro il 31 dicembre con la legge più importante di un governo, quella di Bilancio. E poi le riforme che l’Ue ci chiede per continuare ad erogare finanziamenti e prestiti del Next Generation Eu, compresa la transizione ecologica. Che rischia di rallentare ancora per via della necessità di irrobustire le forniture di combustibili fossili dopo il taglio di Mosca di quelle verso l’Europa.

 

In un contesto così complicato la politica italiana non è assolutamente in grado di esprimere, ad ora, e probabilmente nemmeno in un futuro prossimo, una personalità capace di competere quanto ad esperienza, preparazione e prestigio con Mario Draghi. Questo è un dato di fatto. E’ vero, nessuno è indispensabile. Ma se il premier va via l’unica certezza è che a perdere sarà il Paese. Per buona pace dei Cinque Stelle e di una politica scalcagnata che alza la voce, pone ultimatum, ma non costruisce né per sé, né per i cittadini.

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