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La grande corsa

Perché i candidati premier delle coalizioni sono un tema centrale

Calenda si lancia, Letta pronto come ‘front runner’. Meloni teme imboscate e avverte Salvini e Berlusconi. La politica dei personalismi è più forte di prima

Perché i candidati premier delle coalizioni sono un tema centrale

Il Rosatellum, la legge elettorale con la quale anche alla prossima tornata di elezioni politiche andremo al voto, non prevede un candidato comune per la presidenza del Consiglio. Ma evidentemente il tema, assolutamente politico, tiene banco in questi giorni nei ragionamenti dei partiti e come collante, o sfida, per le coalizioni che si andranno a costituire.

 

Il problema, grosso come un macigno, ha fatto ingresso ieri nel campo del centrodestra. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, teme gli sgambetti di Salvini e di Berlusconi dopo il voto, sicché ha avvertito i suoi partners: “Intesa sul premier o niente alleanza”. Il capo leghista ha tentato di spegnere l’incendio sul nascere e si è affrettato a dichiarare che “chi prende un voto in più sceglie”. Ma nessuno nelle file della destra radicale che fa capo alla Meloni si fida di quello che dice Salvini, né della nonchalance con cui Silvio Berlusconi ha liquidato la faccenda: “Non mi appassiona chi sarà il premier di centrodestra”. Parole che lasciano il tempo che trovano perché, checché se ne dica, chi guiderà le coalizioni e ambisce a Palazzo Chigi è questione tutt’altro che secondaria. Il primo motivo è che la crisi dei partiti è così forte che designare un candidato premier, soprattutto se il volto è vincente, apre le porte alla possibilità di un allargamento del consenso. Siamo in tempi di mobilità del voto, il cittadino non sceglie più per appartenenza ideologica.

 

Lo sa bene Carlo Calenda, il leader di Azione, ex ministro dello Sviluppo economico, che sulla sua faccia punta tutto, ben sapendo che Draghi mai accetterà di scendere nell’agone della politica: “Noi pensiamo ad un governo Draghi bis con una forte componente riformista e ci candidiamo a far questo, ma un Paese non si può fermare solo ad una persona. Per cui se domani Draghi dicesse che non è disponibile allora mi candiderei io”. Non aspettava altro che dirlo. Pochi minuti e arriva la dichiarazione di Enrico Letta dalla direzione nazionale del Pd in corso alla Camera dei deputati e allargata ai parlamentari: “Derubrichiamo questa assurda discussione della premiership ma, se serve, assumo il ruolo di front-runner della nostra campagna elettorale, questa responsabilità, con la massima determinazione”. 

 

Insomma, la politica non sta puntando affatto i riflettori su idee e programmi. In questo frangente - anche se c’è chi cerca di minimizzare - i nomi contano, eccome. E il secondo motivo è che non c’è tempo per recuperare voti o posizioni nei sondaggi seguendo l’iter di una campagna elettorale tradizionale. I partiti, tutti, sono stati colti di sorpresa: votare il 25 settembre, tra 60 giorni, non era nelle ambizioni di nessuno, nemmeno di Fratelli d’Italia che pure per mesi è stato dato per favorito. Ora si corre per una partita difficile in cui i volti – nell’era del personalismo della politica – conteranno più di prima. Ogni partito tenterà di puntare su quelli più spendibili. Accadrà per le liste ma soprattutto, per il suo effetto traino, sui candidati di coalizione che aspirano alla presidenza del Consiglio dei ministri. Le quinte del proscenio sono aperte e si corre per conquistare la ribalta. 

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