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Sette giorni

La pazza politica che cerca un punto di atterraggio per le elezioni

Leadership, cartelli elettorali, listini, collegi: l’epilogo della prima settimana dopo la fine dell’esecutivo targato Draghi. I partiti navigano a vista

La pazza politica che cerca un punto di atterraggio per le elezioni

Conte vuole fare il terzo polo progressista, il Pd va verso i moderati ma rischia di perdere l’occasione di recuperare una parte dei voti che in passato sono andati ai grillini, Calenda gioca a fare il primo della classe e tiene tutti sul filo. Non ha deciso ancora ancora se corre da solo o si allea con Letta. Emma Bonino stavolta è schierata con il centrosinistra, mentre Renzi rischia la corsa solitaria e l’esclusione dal quadro politico nazionale. Intanto, anche il Centro fa i suoi giri. I fuoriusciti da Forza Italia sono divisi: il ministro Brunetta sogna l’Unione repubblicana, Maria Stella Gelmini approderà in Azione, Giovanni Toti, anche lui ex azzurro, non esclude un approdo nel centrosinistra. In area gauche Verdi e Sinistra italiana si sono già ritrovati, hanno un simbolo comune ma è incerto se si candideranno come partito o in colazione coi dem. A destra il quadro è meno complicato ma i problemi non mancano e sono importanti. Giorgia Meloni rischia di restare schiacciata da Salvini e Berlusconi che non la vogliono candidata premier. Il leader forzista: “Meloni spaventa, con lei leader potremmo perdere”. La presidente di Fdi dovrà stare particolarmente attenta per schivare le trappole che le stanno già preparando, anche se i sondaggi la danno in vantaggio.

 

L’epilogo della prima settimana dopo la caduta del governo Draghi, lo scioglimento delle Camere, l’indizione delle elezioni politiche per il prossimo 25 settembre, è quanto mai frastagliato e confuso. La politica post draghiana cerca disperatamente nuovi equilibri, strategie di breve e medio termine. E poiché il tempo è davvero poco e le urne sono vicine la fretta può essere cattiva consigliera, né potrebbe valere la strategia di una guerra di posizione o d logoramento contro gli avversari perché, appunto, di tempo non ce n’è. Ai capi partito per giocare bene il match che li attende servono intuizione, intelligenza, rapidità di decisione per incollare le tessere di un puzzle che in pochissimi giorni ha cambiato sfondo e immagine. 

 

Le segreterie dei partiti sono in fibrillazione, i leader sono deus ex machina per decidere le alleanze e scegliere i candidati per 600 seggi parlamentari, 345 in meno rispetto alle precedenti legislature perché così è stato deciso dalla riforma che ha introdotto il taglio di deputati e sanatori. Con la legge elettorale attuale nessun cittadino avrà modo di esprimere una preferenza, gli eletti saranno scelti dai capi delle forze politiche. Il rapporto personale con i leader conterà molto e determinerà poi la composizione dei gruppi nella prossima legislatura. Assistiamo, dunque, ad una fase politica complicata in cui, per ora, si naviga a vista fronteggiando le urgenze - cartelli elettorali, candidature nei collegi maggioritari e listini per il proporzionale - e rinviando ad un momento successivo il tema delle idee e dei programmi da proporre agli elettori.

 

La scelta di chi ha determinato deliberatamente la fine del governo di Mario Draghi porta con sé anche questa conseguenza, di una politica ancora più avvinghiata su se stessa e impreparata ad un passaggio fondamentale per la vita democratica. Qualcuno potrebbe obiettare che comunque non ci sarebbe stato tempo, né volontà di cambiare le regole del gioco. Ma la scadenza naturale della legislatura avrebbe dato la possibilità di arrivare quanto meno più pronti ad un appuntamento che molti, a ragion veduta, speravano sarebbe arrivato in primavera.

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