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Dopo il 25 settembre

E’ davvero realistico pensare a un governo di larghe intese?

Il voto potrebbe riservare sorprese e aprire nuovi scenari. In ogni caso un sistema partitico frammentato favorirebbe questa ipotesi. Con Draghi premier

E’ davvero realistico pensare a un governo di larghe intese?

Mario Draghi è Oltreoceano, dove ha ricevuto dalle mani dell’ex sottosegretario di Stato, Henry Kissinger, il premio ‘statista dell’anno’ della fondazione americana Appeal of Conscience.  Un riconoscimento per il quale anche Joe Biden si è congratulato con il presidente del Consiglio italiano, lodando il suo lavoro e ringraziandolo per la sua leadership. Al di qua dell’Atlantico, intanto, freme la politica nazionale, alle ultime battute di una campagna elettorale estiva e quasi rapidissima. A una manciata di giorni dal voto c’è chi non demorde e continua a pensare che l’ex numero uno della Bce possa di nuovo essere l’inquilino di Palazzo Chigi. I più convinti sono Carlo Calenda e Matteo Renzi, a questo giro alleati nel Terzo Polo. “Penso che Draghi non voglia stare là ma, come acceduto con Mattarella, se richiesto rimarrà per il bene del Paese”, dice l’ex ministro dello Sviluppo economico. Il quale non rinuncia a proporre  “un governo di larghe intese con l’attuale premier”, anche se lo stesso Draghi in maniera molto netta ha escluso un secondo mandato. Ma è davvero così assurdo pensare che possa restare? 

 

Se è vero che gli ultimi sondaggi pubblicati danno il partito di Giorgia Meloni in testa, altrettanto plausibile è pensare che nella coalizione di centrodestra, visto il clima di giorno in giorno più teso, una fuga in avanti di Fratelli d’Italia metterebbe in serie difficoltà sia Berlusconi che Salvini. Nessuno dei due gongola all’idea di averla premier. Soprattutto il capo del Carroccio, che da settimane si presenta agli elettori più come antagonista di Meloni che come alleato. Non ci sono elementi, ad oggi, per pensare che dopo il voto i rapporti possano farsi più distesi, se non per ovvie ragioni di convenienza o in base a futuri accordi tutti da ricostruire. In ogni caso, bisognerà attendere lunedì per verificare con quali percentuali le singole forze che formano la coalizione usciranno dalle urne. E’ una questione dirimente, che non solo potrebbe cambiare i rapporti di forza nel centrodestra ma, persino, favorirne uno sgretolamento. Se l’alleanza non tenesse alla prova del voto, si aprirebbero davvero strade alternative.

 

Il Cavaliere, ad esempio, che ha già ha preso le distanze dalla deriva sovranista e antieuropeista di Lega e FdI, potrebbe cercare una nuova collocazione. I giochi si riaprirebbero al centro, sempre se l’area liberal-riformista del Terzo Polo raggiungesse un buon 7-8 %, diventando una sorta di ago della bilancia. Un patto tra moderati verrebbe peraltro agevolato dal quadro frastagliato che, in prospettiva, si delineerà nel campo di centrosinistra. Pd, Verdi e Sinistra italiana da un lato, M5S dall’altro, Unione popolare all’estrema sinistra. 

 

In un quadro così articolato le larghe intese potrebbero prospettarsi come una soluzione, temporanea ma pur sempre una chance di formare un governo, in cui i maggiori partiti - o quelli disponibili - si uniscono con obiettivi predefiniti. A quel punto davvero Draghi sarebbe l’unico presidente del Consiglio immaginabile. Considerato che Giorgia Meloni - che quasi sicuramente guiderà il partito numericamente più forte – ha costruito di recente con lui un dialogo positivo e di reciproco rispetto, seppure dall’opposizione. Come detto si tratta di una teoria. Ed è inutile dire che la presidente di Fratelli d’Italia non accetterà mai di buon grado una simile soluzione. Ma nella vita politica italiana, in settanta anni di storia repubblicana, abbiamo visto che anche l’improbabile piò divenire possibile.  

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