Contributo a fondo perduto: escluse le “imprese in difficoltà”

Contributo a fondo perduto: la circolare 15/E del 13 giugno 2020 chiarisce l'esclusione della Commissione UE per le “imprese in difficoltà”. I casi previsti

16 giugno 2020 09:17
Contributo a fondo perduto: escluse le “imprese in difficoltà”

In prossimità dell’apertura del canale telematico per la presentazione delle domande, prevista per il 15 giugno 2020, l’Agenzia delle Entrate, con la circolare 15/E del 13 giugno 2020 ha fornito alcuni importanti chiarimenti ai fini della fruizione del contributo a fondo perduto, previsto dall’art. 25 del decreto Rilancio.

Tuttavia, “nascosto” nell’ultimo paragrafo del documento di prassi, un particolare requisito richiesto per la percezione del contributo (questa volta imposto dall’UE), rischia di essere una vera e propria “doccia fredda” per molte aziende fortemente colpite dalla crisi da coronavirus.

Infatti, nel paragrafo 7, intitolato “Compatibilità con il Quadro temporaneo per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’economia nell’attuale emergenza del COVID-19” l’Ufficio chiarisce che le disposizioni previste nell’art. 25 del DL 34/2020 si applicano nel rispetto dei limiti e delle condizioni previsti dalla Comunicazione della Commissione europea del 19 marzo 2020 C(2020) 1863 final.

Nella Comunicazione richiamata si stabilisce che la Commissione considererà compatibili ai sensi dell’articolo 107, paragrafo 3, lettera b), del TFUE aiuti temporanei di importo limitato alle imprese che si trovano di fronte a un’improvvisa carenza o addirittura indisponibilità di liquidità purché siano soddisfatte alcune condizioni.

Una di queste condizioni è che l’impresa, alla data del 31 dicembre 2019, non si trovi in difficoltà, in base alla definizione di cui all’art. 2, punto 18, del regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014.

Il punto 18, art. 2 del richiamato regolamento, definisce l’impresa “in difficoltà” qualora si trovi in almeno una delle seguenti situazioni:

  • nel caso di società a responsabilità limitata (per l’Italia si considerano tali le società per azioni, società in accomandita per azioni e Srl), diverse dalle PMI costituitesi da meno di tre anni, qualora abbia perso più della metà del capitale sociale sottoscritto a causa di perdite cumulate;

  • nel caso di società in cui almeno alcuni soci abbiano la responsabilità illimitata per i debiti della società (ovvero snc o sas), diverse dalle PMI costituitesi da meno di tre anni, qualora abbia perso più della metà dei fondi propri;

  • qualora l’impresa sia oggetto di procedura concorsuale per insolvenza o soddisfi le condizioni previste per l’apertura nei suoi confronti di una tale procedura su richiesta dei suoi creditori;

  • qualora l’impresa abbia ricevuto un aiuto per il salvataggio e non abbia ancora rimborsato il prestito o revocato la garanzia, o abbia ricevuto un aiuto per la ristrutturazione e sia ancora soggetta a un piano di ristrutturazione;

  • nel caso di un’impresa diversa da una PMI, qualora, negli ultimi due anni il rapporto debito/patrimonio netto contabile dell’impresa sia stato superiore a 7,5 e il quoziente di copertura degli interessi dell’impresa (EBITDA/interessi) sia stato inferiore a 1,0.


Tuttavia, per alcune fattispecie, la definizione di "impresa in difficoltà” appare enormemente spropositata.

Ad esempio una Srl che al 31 dicembre 2019 presenta la seguente situazione patrimoniale:

Capitale sociale

100.000 euro

Perdite portate a nuovo

- 30.000 euro

Perdita d’esercizio

- 30.000 euro

Patrimonio netto al 31.12.2019

40.000 euro


In questo caso, è vero che scatterebbe l’obbligo previsto dall’art. 2482-bis del codice civile, in quanto le perdite hanno determinato una riduzione di capitale di oltre un terzo, obbligando l’organo amministrativo a convocare senza indugio l’assemblea dei soci. Tuttavia, ben potrebbero, i soci, attendere l’esercizio successivo per, eventualmente, deliberare la riduzione del capitale in proporzione delle perdite accertate.

Ciò malgrado, risulterebbero “in difficoltà”, secondo la definizione della Commissione UE, con la conseguenza di risultare esclusi da ogni forma di aiuto temporaneo previsto per la crisi da COVID-19.

Senza considerare che, secondo lo studio CERVED sui bilanci 2018, su un totale di 719.810 società italiane obbligate al deposito del bilancio, 59.548 di esse (l’8,27% del totale) presentano addirittura un patrimonio netto negativo.

Nel caso di una società di persone, la verifica di tale condizione potrebbe essere tutt’altro che agevole. Infatti, per quelle società in contabilità semplificata, sarà necessario ricostruire, extra contabile, tutto il patrimonio netto.

Bisognerebbe inoltre valutare attentamente se l’azienda al 31 dicembre 2019, si trovi in una situazione tale da soddisfare, anche solo astrattamente, le condizioni previste per l’apertura di una procedura concorsuale in un eventuale istanza da parte dei creditori, ricadendo comunque nella definizione di “impresa in difficoltà."

In conclusione, è quanto mai auspicabile un intervento del legislatore volto a ridefinire questa disposizione che, scritta in questo modo, agevolerebbe solamente le imprese patrimonialmente più strutturate determinando, per quelle più piccole, la definitiva “condanna a morte”.

COPYRIGHT THEITALIANTIMES.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA