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Il mondo degli insegnanti statali

Scuola statale, pochi insegnanti o docenti poco pagati? Lo studio OCPI

L'Osservatorio Conti Pubblici Italiani ha analizzato i dati relativi ai docenti della scuola pubblica: ecco il testo integrale dello studio e le conclusioni

30 ottobre 2020 17:08
Scuola statale, pochi insegnanti o docenti poco pagati? Lo studio OCPI

L’Osservatorio Conti Pubblici italiani dell'Università Cattolica di Milano, diretto da Carlo Cottarelli, è impegnato nella promozione di una migliore gestione della finanza pubblica e anche di una maggiore comprensione dei conti pubblici in Italia mediante la comunicazione, l’analisi e la ricerca.


L’Osservatorio si occupa di analizzare i benefici che derivano dalla riduzione del debito pubblico e dalla lotta agli sprechi, all’evasione e alla corruzione; persegue gli obiettivi di un sistema di tassazione più efficiente e una spesa pubblica che sia moderna e snella, focalizzata su un’economia di mercato a livello locale e centrale.


Stefano Olivari e Matilde Casamonti dell’Osservatorio CPI, partendo dalle dichiarazioni della Ministra Azzolina in merito alla necessità di ampliare l’organico dei docenti per superare il ben noto problema delle “classi pollaio”, si sono chiesti se fosse davvero questa la soluzione per risolvere il sovraffollamento. Elaborando i dati relativi ai docenti della scuola statale, sembrerebbe proprio di no: infatti, secondo la nota appena pubblicata, i professori sono relativamente numerosi. Le problematiche sono ben altre: una tra tutte, la loro precarietà.


Di seguito riportiamo il testo integrale fornitoci dello studio OCPI, datato 30 ottobre 2020.

 

Scuola statale: abbiamo pochi insegnanti o abbiamo insegnanti poco pagati?

Sommario: Ad agosto la Ministra dell’Istruzione Azzolina ha sostenuto la necessità di aumentare l’organico scolastico per superare il presunto sovraffollamento strutturale delle classi in modo permanente, anche dopo l’emergenza Covid. Ma, al di là dell’emergenza Covid, è davvero necessario aumentare il numero di insegnanti nel medio periodo? Sembrerebbe di no. In Italia, il personale docente è relativamente numeroso. Abbiamo tanti insegnanti ma sono poco pagati, poco incoraggiati e poco formati. E sono troppo precari.

 

Quanti sono oggi gli insegnanti nella scuola statale?

Non esistono dati ufficiali aggiornati, ma si stima che quest’anno scolastico gli insegnanti nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria e secondaria (di ruolo e non di ruolo, compreso quelli di sostegno e di religione) potrebbero arrivare a 915mila, senza contare quelli assunti per far fronte all’emergenza Covid. Con 7,5 milioni di alunni, ci saranno circa 12 insegnanti ogni 100 studenti.

 

Cosa è successo negli ultimi decenni al rapporto tra insegnanti e alunni?

Il numero di insegnanti nella scuola statale è aumentato ininterrottamente dagli anni ‘60 fino ai primi anni ‘90. Alcune importanti innovazioni istituzionali tra gli anni ‘60 e ‘70, come la nascita della scuola materna statale e della scuola media unica, hanno determinato una crescita del numero di studenti da 6 a 10 milioni, ma l’aumento è stato più forte per i docenti, più che raddoppiati nello stesso periodo. Da 6 insegnanti ogni 100 studenti, all’inizio degli anni ’60, si è così arrivati a 8. Tra il 1976 e il 1995, col progressivo calo delle nascite (fino al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995), il corpo studentesco è calato di circa 2 milioni. Il numero di insegnanti è invece cresciuto di circa 100mila unità, portando il numero di insegnanti ogni 100 studenti a 11. Tale numero è poi rimasto stabile fino al 2009. Da metà anni ‘90, infatti, a seguito di alcune riforme dell’ordinamento scolastico, la crescita dell’organico si è arrestata. Il numero di docenti è inizialmente diminuito e poi, nel primo decennio del 2000, si è stabilizzato intorno a circa 850mila unità. Anche il calo del numero di studenti si è fermato. Le minori nascite sono state compensate dalla crescente immigrazione.


Con la crisi finanziaria del 2008, la scuola ha subito forti tagli a fondi e personale. La riforma Gelmini (legge 133/2008) ha ridotto considerevolmente l’organico, determinando tra il 2009 e il 2012 un calo del numero di docenti ogni 100 studenti da 11 a 10. La successiva riforma Buona Scuola (legge 107/2015) ha invece determinato un forte aumento dei docenti. Così, anche per effetto della nuova riduzione a partire dal 2016/17 del numero degli studenti, il numero di docenti ogni 100 studenti ha raggiunto il suo massimo storico di 12.

 

Il confronto internazionale

Nel 2018, e quindi anche prima del più recente aumento, il numero di insegnanti nella scuola statale era in media più alto rispetto ai paesi OCSE: al netto dei docenti di sostegno e di religione, c’erano circa 9 insegnanti ogni 100 studenti contro i 7 della media OCSE. Corrispondentemente, le nostre classi erano meno affollate di quelle della media OCSE: nel 2018, la dimensione media di una classe nella scuola primaria e secondaria di primo grado era di rispettivamente 19 e 21 studenti contro una media OCSE di 21 e 23. Tutti i principali grandi paesi hanno classi più grandi delle nostre.


Peraltro, il fatto di avere più insegnanti e classi piccole non sembra tradursi in risultati migliori per i nostri studenti: i test PISA rivelano che le prestazioni scolastiche italiane sono più basse rispetto agli altri paesi, soprattutto in lettura e scienze. Lo stesso OCSE ha in passato concluso che l’evidenza di un effetto di una riduzione della dimensione delle classi sui risultati scolastici è debole.


Non abbiamo quindi pochi insegnanti. Piuttosto, le problematiche relative al personale docente sono altre:

  • bassa retribuzione;

  • scarsi incentivi;

  • bassa formazione;

  • aumento di contratti precari.

 

Bassa retribuzione

I nostri insegnanti guadagnano meno di quelli dei paesi OCSE: gli stipendi italiani sono simili a quelli francesi, ma inferiori a quelli portoghesi, spagnoli, austriaci, danesi, irlandesi, americani e addirittura quasi la metà di quelli tedeschi. Ad esempio, nel 2019 lo stipendio medio per la scuola primaria era di quasi 38mila dollari contro una media OCSE di quasi 47mila dollari a parità di potere d’acquisto. Il divario rimane sostanziale anche nella scuola secondaria. Anche tenendo conto delle indennità e bonus legati alla performance lavorativa degli insegnanti (c.d. “stipendi effettivi”), calcolati dopo un periodo di insegnamento di 15 anni, le retribuzioni italiane sono più basse rispetto alla media OCSE.
Le basse retribuzioni non sono un fenomeno recente e non sono dovute alla diversità nel reddito pro-capite tra paesi: tra il 2005 e il 2019, in Italia, lo stipendio degli insegnanti è stato più o meno pari al livello del reddito pro capite, mentre, nello stesso periodo, lo stipendio medio dei docenti nei paesi OCSE è stato tra il 26 e l’11 per cento più alto della retribuzione media.

 

Scarsi incentivi

Gli aumenti salariali degli insegnanti nel corso della vita lavorativa sono meno elevati di quelli degli altri paesi. Se in Italia e nei paesi OCSE gli insegnanti della scuola dell’infanzia guadagnano circa la stessa cifra a inizio carriera, ovvero 31mila dollari, dopo 15 anni i primi guadagnano poco meno di 38mila dollari, mentre i secondi oltre 41mila. Il divario aumenta per i livelli di scuola più alti. Un insegnante delle superiori riceve inizialmente circa 33mila dollari e dopo 15 anni 42mila. Nei paesi OCSE, invece, un pari insegnante inizia guadagnando circa 36mila dollari per poi ottenerne 50mila dopo 15 anni. Inoltre, gli aumenti in Italia sono legati all’anzianità di servizio e non al merito.

 

Bassa formazione

Il sondaggio TALIS condotto dall’OCSE indica che nel 2018 solo il 36 per cento degli insegnanti si sentiva preparato all’utilizzo di nuove tecnologie per l’insegnamento e solo il 64 per cento degli insegnanti indicava di aver ricevuto una qualche tipologia di formazione pedagogica prima di iniziare ad insegnare. Questo dato è probabilmente migliorato negli ultimi anni grazie alla riforma Buona Scuola che ha introdotto 24 crediti obbligatori per poter essere abilitati all’insegnamento. Questa riforma ha inoltre reso obbligatoria la formazione in servizio dei docenti, per cui sono stati stanziati 30 milioni annui per il triennio 2016-2019. Si tratta però di qualche decina di euro all’anno per insegnante e l’obbligatorietà di formazione è stata di fatto resa facoltativa dall’ultimo contratto scuola per il triennio 2016-2018.

 

Precariato

Negli ultimi anni c’è stato un crescente ricorso a contratti di natura precaria sia per i docenti su posti comuni, sia per quelli di sostegno. Nonostante le ingenti immissioni di ruolo nel 2011 e nel 2015, il numero dei supplenti negli ultimi anni è tornato ai livelli del 2009. Questo per le difficoltà a fare i concorsi pubblici e per le attuali politiche di immissione in ruolo per la scuola. Una stabilizzazione dei docenti con contratti precari in essere potrebbe avere dei benefici sulla qualità dell’insegnamento, favorendo una continuità nella didattica.

 

Conclusioni

Non sembra che nel complesso in Italia ci siano così pochi insegnanti da giustificare un aumento permanente del loro numero. Non abbiamo “classi pollaio” a causa di un basso numero del personale docente. Anzi, il numero degli insegnanti rispetto a quello degli studenti è a un massimo storico. Aumentare le risorse per la pubblica istruzione è prioritario, ma queste risorse dovrebbero essere utilizzate per meglio retribuire gli insegnati, sulla base del merito, per l’istituzione di un’efficace formazione professionale che migliori la qualità dell’insegnamento e per una stabilizzazione dei contratti di precariato.

 

Appendice Statistica

Per ricostruire la serie storica del numero degli insegnanti, si è fatto ricorso a diverse fonti. Fino a metà anni ‘90 le rilevazioni sulla scuola erano infatti svolte dall’Istat; successivamente, le competenze sono passate al Ministero dell’istruzione, università e ricerca (MIUR), il che ha portato a vari cambiamenti nel focus delle rilevazioni. Ad esempio, nelle pubblicazioni MIUR sono stati esclusi dai conteggi gli insegnanti di religione. Per evitare salti di serie, il numero degli insegnanti di religione è ricavato dai dati del MEF. Il passaggio di competenze tra Istat e MIUR ha anche causato l’assenza di dati completi sui docenti nelle scuole primarie e secondarie statali tra il 1987 e il 1997. Il numero di docenti nelle scuole statali è stato quindi stimato come differenza tra il numero certo di docenti totale e quello dei docenti delle scuole paritarie, stimati per interpolazione lineare dato il loro stabile aumento nel tempo. Per gli anni scolastici dal 2010 al 2017 si è utilizzato come fonte primaria il numero di docenti fornito dalla banca dati digitale dell’Istat, perché i dati del MIUR dal 2014 forniscono solo il numero di posti di insegnamento di settembre (definiti in numero di ore settimanali) e non il numero complessivo di insegnanti.

 

Numero di posti e di insegnanti sono diversi in quanto più insegnanti possono essere assunti per un singolo posto di insegnamento e perché i dati sui posti rilevati a settembre non tengono conto delle assunzioni che avverranno durante l’anno scolastico. Il problema si è riproposto anche in modo più netto per gli ultimi anni: dal 2018 in poi sono infatti disponibili solo i dati sui posti di insegnamento assegnati a settembre e non sul numero effettivo di insegnanti. Per stimare il numero di insegnanti si è quindi ipotizzato che la differenza tra posti di insegnamento e insegnanti sia rimasta stabile negli ultimi anni. Perciò agli 836mila posti assegnati a settembre 2018 sono state aggiunte, per gli anni scolastici 2018/19, 2019/20 e 2020/21, quasi 80mila unità, pari alla differenza media tra posti e insegnanti negli anni scolastici 2016/17 e 2017/18.

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