Carlo Messina conquista Ubi, Intesa è tra le più solide banche europee

L’Ops si chiude con il 71,9 per cento delle adesioni. Storia, metodo e passioni del banchiere che ha segnato la grande svolta. Con la ola dei colleghi

28 luglio 2020 20:49
Carlo Messina conquista Ubi, Intesa è tra le più solide banche europee

Carlo Messina ha portato a casa nel giorno previsto il 71,9 per cento di Ubi banca, nonostante la difesa strenua, in parte fuori dalle regole, di Victor Massiah. E’ la trecentoventitreesima banca che va a confluire nel gran corpo di Intesa, ed è l’operazione più importante, perchè di mercato, cioè nè concordata nè obbligata in quanto salvataggio. In extremis la Consob aveva concesso due giorni in più per aderire all’offerta  sanzionando così i comportamenti ostruzionisti di Ubi, ma non ce n’è stato bisogno: le adesioni hanno già abbondantemente superato la quota del 66,67 per cento che consente la fusione. E’ l’operazione più importante perchè crea una grande e solida banca europea nel momento in cui quelle tedesche zoppicano e perchè  consente ai territori di Brescia, Bergamo e Pavia, i più colpiti dalla pandemia di avere un grande sostegno per la ripresa. E’ una buona notizia anche per il Paese, perchè nel gioco degli spread e del confronto economico europeo l’Italia può contare su un grande player.

 

Carlo Messina ha guidato con fermezza l’operazione, con pochi interventi personali al momento giusto. Il capo di Intesa già da diversi anni ha preso idealmente il testimone da banchieri che hanno fatto la storia del Paese, lì nel miglio quadrato della city milanese, da Raffaele Mattioli che dispensava credito insieme a consigli letterari e di vita nel palazzo dell’ex Comit dove ora ci sono le Gallerie d’Italia a Giordano Dell’Amore che guidò la Cassa di risparmio delle province lombarde negli anni d’oro della Democrazia Cristiana, due personaggi agli antipodi eppure entrambi determinanti. Poi i torinesi più recenti ma certo non proprio irrilevanti, da Arcuri, a  Zandano e Salza, per l’Istituto San Paolo. E ha preso il testimone, cambiando la direzione di marcia, anche da figure che invece hanno fatto solo cronaca non edificante, seppur troppo spesso adulati all’epoca del loro nemmeno tanto effimero splendore, come Consoli di Veneto Banca e Zonin della Popolare di Vicenza, i quali hanno lasciato macerie nel territorio già più ricco d’Italia, macerie cui Messina ha posto rimedio dopo aver acquisito qualche anno fa le due banche virtualmente fallite per un euro più dote. Senza contare le tante banche minori (ben oltre trecento, appunto) lungo la penisola, assorbite da Intesa San Paolo perchè, nonostante fossero cariche di storia e di rapporti incestuosi con la politica, non erano state capaci di stare sull’insidioso mercato del credito post novecentesco. 

 

Ora fanno tutte parte della prima banca italiana, guidata con discrezione pari al polso fermo e a chiari progetti di sviluppo da Messina: quando arrivano i suoi uomini si cambia tutto, eccezion fatta per il rispetto e la valorizzazione del patrimonio culturale che esse custodiscono. L’ultimo a dover cedere il passo è stato Victor Massiah, amico di Edoardo Mercadante che custodiva nel paradiso fiscale delle Cayman l’8,6 per cento del capitale dell’istituto di cui Intesa ha appena conquistato la maggioranza.

 

Messina è arrivato al vertice con il lavoro duro di gestione, prima come direttore finanziario e poi come direttore generale della prima banca italiana, e ci è arrivato, caso più unico che raro, con la ola dei colleghi per uno di loro che meritatamente ce la fa. E’ questa la cifra dell’approccio personale di Messina: difficile vedere un capo azienda che ha un rapporto così amichevole con i propri dipendenti e collaboratori, ovviamente all’interno delle responsabilità di ciascuno. Altrettanto ovviamente, il capo di Intesa San Paolo, già primo banchiere europeo e terzo nel mondo secondo la Harvard Business Rewiew, è capace di zampate che lasciano il segno, che disegnano le cose giuste da fare per la banca e quindi, anche per il Paese, visto l’impatto che essa ha. Non più “banca di sistema”, come qualche suo predecessore amava farla definire perchè interveniva in alcune faccende lasciate incancrenire dalla politica, ma banca che conosce difficoltà e potenzialità dei territori e degli imprenditori e si muove per alleviare le prime e favorire le seconde.

 

Tra l’altro, con  un aspetto sociale rilevante: tre milioni e mezzo di interventi per distribuire pasti, farmaci, posti letto e indumenti non sono cose da poco, così come un fondo da un miliardo e 250 milioni di euro all’anno destinato a soggetti con difficoltà nell’accesso al credito “normale” come studenti, ricercatori, start up e imprenditoria femminile; principale erogatore di credito in Italia, con 200 miliardi previsti nel piano 2018-2021, grandissima attenzione all’innovazione (base a Torino) e all’economia circolare (partnership con la Ellen Mc Arthur Foundation), mille miliardi di risparmi gestiti; 15 miliardi di pagamenti regolati ogni giorno; 100 mila dipendenti, 10 miliardi di remunerazione agli azionisti nei tre anni del piano e quindi miglior performance europea del settore bancario in termini di distribuzione di dividendi e crescita della capitalizzazione. Sono alcuni dei numeri di Messina (e chi ha un po’ di curiosità può facilmente confrontarli con quelli del 2013, l’anno in cui conquistò il ruolo di ceo), banchiere che considera gli interventi sociali un obbligo morale rispetto alle disuguaglianze che crescono e al ceto medio che si impoverisce e i conti in ordine e la soddisfazione degli azionisti semplicemente un dovere di buona gestione. Azionisti che non sono più soltanto le casalinghe Fondazioni bancarie ma per il 65 per cento del capitale i grandi investitori internazionali, con ad esempio il colosso Black Rock sopra il 5 per cento, a metà tra il 6,7 per cento della Compagnia San Paolo e il 4 per cento circa della Fondazione Cariplo.

 

Nel logo di Intesa Messina ha già fatto mettere da un pò la ragione sociale semplice e diretta dell’immediato futuro: banca e assicurazione. Perchè è convinto che l’istituto debba diventare “wealth management company”, cioè mantenere la leadership del settore bancario (con l’asset management, Fondi Eurizon, e il provate banking con Banca Fideuram) e crescere fortemente nelle assicurazioni, dove è il numero uno del settore vita e punta a entrare subito nei protagonisti del ramo danni (casa, protezione della famiglia, sicurezza delle aziende).

 

Le zampate del capo non sono rivolte solo alla gestione o alla strategia interna, e neppure alla concorrenza che non c’è, ma è all’esterno che Messina, sia pure poche volte l’anno, parla con la forza che ha saputo dare alla banca e la chiarezza necessaria per farsi capire da politici e opinione pubblica: il problema del Paese non è solo lo spread tra i titoli di stato italiani e il Bund tedesco, è il differenziale nella ricerca, nella formazione e nell’istruzione che ci penalizza. Quindi l’imperativo è avviare con operazioni straordinarie, a cominciare da una effettiva dismissione degli immobili pubblici, il taglio del debito pubblico, liberare la spesa per interessi e destinarla alle precondizioni dello sviluppo, quelle di cui sopra. 

 

Romano, laureato alla Luiss, inseparabile dalla moglie Francesca, di Messina si conosce poco all’infuori del lavoro e del rapporto con gli amici di sempre: prima del Covid ottimo sciatore, è appassionato di equitazione e non gli dispiace che da quando negli ultimi tre anni assiste al concorso di piazza di Siena la squadra dei cavalieri italiani ha vinto due volte. A Milano si fa vedere una volta l’anno alla Scala e sa bene che in fatto di cultura deve tutelare (oltre a chi è in difficoltà, ai risparmiatori e alle imprese) anche le 30 mila opere d’arte che ora fanno parte del patrimonio della banca e i tre musei che vi fanno capo. Messina glissa con un sorriso quando qualcuno ancora parla di finanza laica e di finanza cattolica, come si è fatto per decenni: ora c’è solo l’approccio sociale e di mercato di Intesa San Paolo, l’impronta forte e riconoscibile che lui ha dato alla prima banca italiana. Che ora, acquisendo Ubi è, anche e soprattutto, più forte in Europa.

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