Ex Ilva strategica: storia, numeri dell’acciaieria più grande d’Europa

Qualunque sia il destino dello stabilimento di Taranto e dell'acciaieria è arrivato il momento di decidere. Tutelare diritto alla salute e diritto al lavoro

11 giugno 2020 16:05
Ex Ilva strategica: storia, numeri dell’acciaieria più grande d’Europa

Si riapre la partita ex Ilva, con il Governo di fronte ad un’importante decisione: tutelare il lavoro e/o la salute delle persone che vi lavorano e che abitano nei pressi dello stabilimento di Taranto.

 

La scelta appare chiara ma le motivazioni economiche prendono spesso il sopravvento. Qualunque sia il destino dell’acciaieria è arrivato il momento di decidere, non si può più procrastinare la decisione. La questione va risolta pur sapendo che una soluzione che possa piacere a tutti non esiste.

 

La storia dell’Ilva

L’acciaieria più grande d’Europa nasce nel 1961 nella città di Taranto dalla fusione tra le Acciaierie di Cornigliano con l’Ilva – Alti Forni e Acciaierie d’Italia, dando vita a Italsider – Alti Forni e Acciaierie Riunite Ilva e Cornigliano che prenderà il nome di Italsider nel 1964. Era una società di proprietà pubblica con grandi ambizioni: creare il più grande polo industriale del sud Italia.

 

Lo stabilimento di Taranto da 15 milioni di metri quadrati che produce acciaio e ferro non solo per l’Italia ma per l’intera Europa, viene costruito nel 1965 nel quartiere Tamburi, oggi conosciuto in tutto Italia visto l’elevato tasso di mortalità delle persone che vi abitano, 18.000 circa.

 

Dopo la crisi degli anni ’80 la società viene acquistata dal Gruppo Riva nel maggio del 1995 e chiamata Ilva, termine che deriva dal nome latino dell’Isola d’Elba dove veniva estratto il ferro.

 

I due fratelli Emilio ed Adriano Riva acquistarono lo stabilimento per 2.500 miliardi di lire dall’Iri, alzando un polverone di polemiche visto che ne valeva circa 4.000, con l’arduo compito di rilanciare l’acciaieria.

 

Nel 2012 iniziano i problemi legati all’inquinamento ambientale

Nel 2012, però, iniziano i guai seri. Iniziano a venir fuori problemi di inquinamento ambientale nell’area circostante l’Ilva correlati all’attività dello stabilimento e le successive inchieste. La magistratura di Taranto fu costretta a disporne il sequestro per gravi violazioni ambientali. Alla base di questa decisione, le morti sospette e l’elevato numero di malati di tumore registrati nella zona, soprattutto bambini.

 

Tra i reati ipotizzati disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico.

 

Secondo il gip chi gestiva l’Ilva “ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza".

 

Da quel momento in poi la storia dell’ILVA si complica anno dopo anno, passando per vari commissariamenti. Enrico Bondi, Edo Ronchi prima e nel gennaio del 2015, Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi, con il compito di risanarla sia a livello economico che ambientale per poi rivenderla.

 

Nel 2017 ArcelorMittal si aggiudica la gara

Nel gennaio del 2016 viene pubblicato il bando pubblico per la messa in vendita dell’Ilva. A vincere la gara sarà la multinazionale anglo-indiana ArcelorMittal nel giugno del 2017. A luglio del 2018 il governo Conte chiederà all’Anac – Autorità Nazionale Anticorruzione - di indagare sulle regolarità delle procedure di gara.

 

Ultimo colpo di scena

A che punto siamo? A fine novembre 2019 ArcelorMittal annuncia in una lettera la volontà di lasciare lo stabilimento di Taranto e restituirlo allo Stato italiano perché impossibilitata ad attuare il piano industriale ma anche per la mancanza dello scudo penale.

 

La multinazionale anglo-indiana ha deciso di spegnere gli impianti di Taranto e licenziare 5 mila lavoratori bloccando il risanamento ambientale, per portare la produzione in altri siti europei del gruppo, dichiarando che la pandemia ha pesato fortemente sul comparto. Intanto, il Governo ha bocciato il piano 2020-2025 giudicandolo inadeguato, insoddisfacente e molto lontano dalla base degli impegni assunti dalla stessa ArcelorMittal.

 

Nel 2018 ArcelorMittal occupava 10.700 persone negli stabilimenti in tutta Italia, di questi 8.200 solo a Taranto. Altri stabilimenti sono a Genova in Liguria, NOvi Ligure e Racconigi in Piemonte e Marghera in Veneto. 

 

ArcelorMittal annuncia 5.000 licenziamenti

La multinazionale ha chiesto dal 6 luglio altre nove settimane di cassa integrazione ordinaria per circa 8.100 unità a Taranto, presentando all’Esecutivo un piano con 3.200 esuberi, con la riduzione degli occupati a 7.500. Da aggiungere il mancato reinserimento al lavoro dei cassintegrati Ilva in amministrazione straordinaria, 1.800 lavoratori tra Taranto e Genova.

 

La situazione è molto complessa, bisogna agire ed agire subito perché la rabbia dei lavoratori estenuati da questa situazione potrebbe prendere il sopravvento. Cosa bisogna fare? Rifondare il settore siderurgico italiano con l’intervento diretto dello Stato per tutelare il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini. Solo in tal caso verrà salvaguardato un importante principio costituzionale dando l’importanza che spetta anche all’intero comparto siderurgico considerato strategico per il Paese.

 

Chiusura ex Ilva peserebbe dell’1,4% sul PIL

L’ex Ilva è importante per l’Italia non solo in termini di livelli occupazionali, che vanno necessariamente salvaguardati, ma anche in termini di PIL.

Secondo un’analisi econometrica dello Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, dal sequestro dello stabilimento avvenuto a luglio 2012 ad oggi, sarebbero andati perduti 23 miliardi di euro in termini di PIL, l’1,35% della ricchezza nazionale, con una perdita annua tra i 3 e i 4 miliardi di euro. Sarebbero andate in fumo oltre 6 milioni di tonnellate di acciaio.

 

La chiusura dell’ex Ilva porterebbe necessariamente ad un aumento delle importazioni di acciaio, pesando sulla bilancia commerciale e quindi sulla crescita del PIL nazionale. Per non parlare poi della tragedia a livello occupazionale, che creerebbe nuovi disoccupati bisognosi di assistenza.

 

A soffrire sarebbero anche tutte le aziende dell’indotto, 200 circa, che danno lavoro a circa 5.000 persone.

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