Istat, un’impresa su tre è a rischio chiusura attività entro l’anno

Secondo l'istituto di statistica nazionale il 38,8% delle imprese italiane è a rischio fallimento entro la fine del 2020 (pari al 28,8% dell'occupazione)

7 luglio 2020 17:28
Istat, un’impresa su tre è a rischio chiusura attività entro l’anno

L’Istat ha dipinto un Paese segnato da una crisi profonda nella Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana di maggio.

 

Timidissimi i segnali di ripresa dopo la fine del lockdown, che sembrano essere del tutto insufficienti per garantire una ripartenza.

 

Un’impresa su tre è a rischio fallimento

Le imprese italiane stanno provando a rialzare la testa dopo la pandemia che si è abbattuta sull’economia italiana, creando una frattura che ha coinvolto le imprese lungo due direttrici. Da una parte, nei settori più profondamente colpiti dagli effetti dei provvedimenti di contenimento della pandemia, le conseguenze sono state rilevanti non solo per gli strati più fragili del tessuto produttivo, ma anche per le componenti più solide dal punto di vista sia strutturale sia di performance. Dall’altra, nei settori meno coinvolti dal lockdown, la crisi ha colpito in modo rilevante le imprese fragili e meno dinamiche, spiega l’Istat nella Nota congiunturale di maggio.

 

Durante la chiusura forzata delle attività, solo il 32,5% delle imprese (48,3% degli addetti, 54,0% del valore aggiunto) ha potuto operare, mentre il 43,8% (26,9% degli addetti, 21,2% del valore aggiunto) ha dovuto sospendere la propria attività almeno fino al 4 maggio. Le conseguenze economiche hanno riguardato, pur con diverse intensità, l’intero sistema produttivo, colpendo anche il 49,1% delle imprese più produttive.

 

L’impatto della crisi sulle imprese è stato di intensità e rapidità straordinarie, determinando seri rischi per la sopravvivenza. Più di un’impresa su tre è a rischio chiusura entro l’anno: il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, circa 3,6 milioni di addetti, e al 22,5% del valore aggiunto, circa 165 miliardi di euro).

 

Le preoccupazioni degli imprenditori riguardano soprattutto l’elevata caduta di fatturato (oltre il 50% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019), che ha riguardato il 74% delle imprese e dal lockdown (59,7% delle imprese).

 

Da segnalare poi i problemi legati alla liquidità (62,6% delle unità a rischio chiusura) e alla contrazione della domanda (54,4%) mentre i vincoli di approvvigionamento dal lato dell’offerta hanno rappresentato un vincolo più contenuto (23%).

 

Il pericolo di chiudere l’attività è più elevato tra le micro imprese (40,6%, 1,4 milioni di addetti) e le piccole (33,5%, 1,1 milioni di occupati) ma assume intensità significative anche tra le medie (22,4%, 450 mila addetti) e le grandi (18,8%, 600 mila addetti).

 

Imprese del turismo in affanno

Lo tsunami coronavirus ha colpito soprattutto le aziende del turismo e tempo libero, senza tralasciare il comparto automotive e quello delle costruzioni. In particolare, il 65,2% delle imprese dell’alloggio e ristorazione (19,6 miliardi di euro di valore aggiunto, poco più di 800 mila occupati) e il 61,5% di quelle nel comparto dello sport, cultura e intrattenimento (3,4 miliardi di euro di valore aggiunto, circa 700 mila addetti) sono in affanno.

 

Non si salvano dalla furia del covid-19 neanche le altre imprese, a rischio operativo per circa un terzo nella manifattura (4 miliardi di euro di valore aggiunto, 760 mila addetti), nelle costruzioni (1,3 miliardi di euro valore aggiunto, circa 300 mila occupati) e nel commercio (2,5 miliardi di valore aggiunto, poco meno di 600 mila addetti).

 

Il governo sta lavorando ad un Piano di Riforma (Pnr) per evitare la depressione economica, puntando sulla "modernizzazione del Paese, transizione ecologica e inclusione sociale e territoriale e parità di genere". Tra le principali misure previste dal Pnr, ci sono: l’alleggerimento della pressione fiscale, il contrasto all’evasione fiscale, investimenti per oltre il 3% del PIL con particolare riguardo all’Alta Velocità, salario minimo, aumento della spesa pubblica per ricerca e istruzione, appalti pubblici nell’edilizia per il rilancio del settore grazie anche al Dl Semplificazioni.

 

Basterà? Per il momento la parola d’ordine è tempestività. Le imprese non possono aspettare ancora, necessitano di una scossa pubblica per ripartire, per veder rifiorire l’attività, con effetti positivi a cascata su occupazione e famiglie. Basta tergiversare, bisogna passare all’azione.

 

Le famiglie risparmiano in vista di tempi peggiori

I redditi delle famiglie italiane per il momento tengono grazie soprattutto alle politiche di contrasto alla crisi messe in campo dal governo. Cosa succederà quando queste misure termineranno? Gli italiani sembrano temere un’ondata di licenziamenti, quindi si preparano al peggio incrementando i risparmi e riducendo i consumi mentre già cresce il disagio sociale.

 

Secondo l’Istat, nel primo trimestre la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici ha segnato un deciso aumento, attestandosi al 12,5% (+4,6 punti percentuali rispetto al trimestre precedente), in perfetta sintonia con gli altri paesi dell’area euro (+4,2 punti percentuali).

 

Rimbalzano i consumi ma sotto i livelli pre-crisi. A partire da maggio, l’allentamento del lockdown ha favorito il marcato aumento delle vendite al dettaglio (+25,2% in volume rispetto al mese precedente), alimentate dalla ripresa degli acquisti di beni non alimentari (+66,6%) che attenuano le cadute registrate nei mesi precedenti (-37,8% la variazione del trimestre marzo-maggio rispetto al trimestre precedente). In presenza di una riduzione degli acquisti di beni alimentari (-1,6% la variazione congiunturale) si rafforzano gli acquisti effettuati con il commercio elettronico (+41,7% la variazione tendenziale).

 

Il livello dei consumi resta tuttavia inferiore rispetto a quello di maggio 2019, mostrando una flessione del -10,5%. Migliora però il clima di fiducia dei consumatori, tornando a giugno sopra quota 100.

 

Crescono i timori per la disoccupazione

Nonostante la ripresa dei ritmi produttivi, i livelli raggiunti dal mercato del lavoro si mantengono comunque distanti da quelli pre-crisi con una diminuzione dell’occupazione (-0,4% pari a -84mila unità, rispetto al mese precedente) e una prima ripresa della ricerca di lavoro. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 7,8%, segnando un aumento di 1,2 punti percentuali rispetto al mese precedente, mentre il tasso di inattività si è ridotto (-0,6 punti percentuali).

 

Le preoccupazioni sulle attese di disoccupazione si sono ridotte rispetto al mese precedente, mantenendosi comunque su livelli elevati.

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