Pressione fiscale in aumento: ripercussioni su consumi e investimenti

Un alleggerimento della pressione fiscale 2020 potrebbe rimettere in moto le imprese, aumentando il lavoro e gli investimenti, ed i consumi delle famiglie

13 luglio 2020 16:47
Pressione fiscale in aumento: ripercussioni su consumi e investimenti

Il coronavirus ci sta dando una grande opportunità, quella di cambiare tutto ciò che prima non andava, a partire dal Fisco.

 

Un alleggerimento della pressione fiscale 2020 potrebbe rimettere in moto le imprese, aumentando il lavoro e gli investimenti, ed i consumi delle famiglie.  

 

Confesercenti: la pressione fiscale torna a salire

Preoccupante la stima di Confesercenti sulla pressione fiscale per il 2020, con il peso delle entrate sul prodotto interno lordo italiano visto aumentare di 0,5 punti rispetto al 2019, nonostante le previsioni di un drastico calo del PIL attorno al 10%. Ancora maggiore è l’aumento ipotizzabile per la pressione contributiva, che potrebbe arrivare a registrare un incremento di 0,8 punti nell’anno. 

 

Secondo l’Associazione che rappresenta più di 350mila piccole e medie imprese del commercio, del turismo, dei servizi, dell’artigianato e dell’industria serve con urgenza una riforma fiscale che agisca contemporaneamente su famiglie e imprese. “Una pronta uscita dalla più profonda recessione mai sperimentata dalla Repubblica italiana non può dunque prescindere da un intervento di profonda riforma del sistema fiscale”, osserva Confesercenti.

 

La riforma del fisco deve andare nella direzione di un sistema impositivo più chiaro e meno punitivo. Senza un alleggerimento di questa zavorra, la ripartenza della spesa delle famiglie e delle imprese rischia di essere molto difficile”.

 

Bankitalia: contrazione del reddito per oltre la metà delle famiglie

La riforma fiscale potrebbe essere la chiave giusta per far ripartire i consumi, penalizzati tra aprile e maggio 2020 dalla contrazione del reddito delle famiglie. Secondo i "Principali risultati dell'indagine straordinaria sulle famiglie italiane nel 2020", curato da ricercatori della Banca d'Italia, “oltre la metà della popolazione dichiara di aver subito una contrazione nel reddito familiare, in seguito alle misure adottate per il contenimento dell'epidemia”.

 

L'impatto è stato particolarmente severo per i lavoratori indipendenti. Più di un terzo degli individui dichiara di non avere risorse liquide sufficienti a far fronte alle spese per consumi essenziali della famiglia per un periodo di 3 mesi. Anche le aspettative di spesa delle famiglie risentono della situazione economica: oltre la metà della popolazione ritiene che, anche quando l'epidemia sarà terminata, le proprie spese per viaggi e turismo, vacanze, ristoranti, cinema e teatri saranno inferiori a quelle pre-crisi.

 

Taglio del cuneo fiscale non basta

Qualcosa è stato fatto ma non basta. A partire dal mese di luglio è scattato il provvedimento di riduzione del cuneo fiscale gravante sui lavoratori dipendenti. A regime, si tratta di 5 miliardi che torneranno nelle buste paga dei lavoratori dipendenti (3,2 miliardi nel 2020). “Questa misura, predisposta a partire dalla legge di bilancio 2019, risulta però ormai insufficiente, considerando gli oltre 65 miliardi di consumi che andranno persi a causa della pandemia”, segnala Confesercenti.

 

Inoltre, l’intervento beneficia solo una parte della classe media, e in particolare dei 6,3 milioni di italiani con redditi tra 28mila e 55mila euro, che sono attualmente ipertassati dall’Irpef: pur essendo il 15,6% dei contribuenti, infatti, forniscono quasi un terzo (31,8%) del gettito totale dell’imposta (50 miliardi di euro), subendo un aumento dell’aliquota legale di ben 11 punti rispetto allo scaglione precedente. La riduzione del cuneo però interessa, e con intensità decrescente, solo i soggetti con redditi fino a 40mila euro, lasciando così fuori dal beneficio oltre 1,8 milioni di contribuenti sottoposti ad una pressione fiscale eccessiva.

 

E’ assolutamente necessario - osserva l’Associazione che tutela gli interessi delle imprese italiane - riconoscere perlomeno una riduzione di imposta anche per i redditi compresi fra 40 e 55mila euro, correggendo una volta per tutte l’eccesso di tassazione sulla classe media. Senza dimenticare le imprese: lo scorso anno, il settore privato ha registrato un forte aggravio del costo del lavoro rispetto alle retribuzioni versate ai propri lavoratori. Un differenziale che le condizioni recessive scatenate dalla crisi Covid potrebbero rendere insostenibile”.

 

Ruffini: bisogna tagliare le tasse alle imprese per ripartire

Per far ripartire l’Italia dopo il covid-19 bisogna puntare sulle imprese, che sono la locomotiva del paese, dichiara il direttore dell'Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini. Il taglio fiscale deve andare a loro beneficio “perché creano lavoro, il lavoro produrrà i redditi e i redditi alimenteranno il consumo e i servizi”.

 

Ruffini oltre al taglio del cuneo fiscale propone anche l’estensione alle piccole attività d'impresa, che sono la grande maggioranza delle partite IVA, del sistema di tassazione per cassa consentendo l'immediata deducibilità degli investimenti, invece di diluirla nel tempo con gli ammortamenti. “Questa sorta di cash flow tax potrebbe essere un buon strumento per far ripartire gli investimenti e quindi la produzione”.

 

La riforma del fisco pensata da Ruffini dovrà necessariamente riguardare il tema delle scadenze. Il direttore dell'Agenzia delle entrate propone una dichiarazione IVA precompilata e tassazione per cassa che "se pienamente applicata potrebbe cancellare alcune voci meramente contabili come ammortamenti, rimanenze, accantonamenti rendendo possibile una precompilata Irpef anche per titolari di partita IVA".

 

Ruffini sogna "un sistema di liquidazione periodica mensile delle imposte sui redditi agganciato all'andamento della cassa delle imprese con l'addebito delle somme dovute sul conto corrente del contribuente. L'Agenzia potrebbe anche calcolare mese per mese quanto deve incassare e quindi potrà introdurre un sistema di prelievi mensili invece dei saldi e acconti annuali che producono spesso problemi di liquidità".

 

Cos’è la pressione fiscale?

La pressione fiscale è un indicatore che misura la quota del reddito prelevato dallo Stato o dagli enti locali allo scopo di finanziare la spesa pubblica. È dato dal rapporto tra le imposte dirette ed indirette rispetto al reddito dei contribuenti.
Si parla di pressione fiscale legale, invece, quando il livello di imposizione medio di uno Stato è in rapporto al PIL.


La politica fiscale italiana è basata su un principio di progressività, ossia varia a seconda della situazione patrimoniale e reddituale del contribuente. L’articolo 53 della Costituzione sancisce questo principio sostenendo che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Le aliquote IRPEF nominali attualmente in vigore sono il:

  • il 23 per cento fino a 15.000 euro;

  • il 27 oltre 15.000 e fino a 28.000,

  • il 38 fino a 55.000;

  • il 41 fino a 75.000;

  • il 43 oltre questo livello.

Solitamente la pressione fiscale viene utilizzata dagli Stati per redistribuire la ricchezza, facendo in modo che vengano prelevate maggiori risorse alle classi più agiate per destinarle alle classi più povere attraverso politiche di redistribuzione dei redditi oppure a favore di servizi pubblici, il cosiddetto welfare

 

La pressione fiscale, inoltre, può essere utilizzata per le politiche di bilancio di uno Stato. Ad esempio, può essere aumentata per risanare nel breve periodo i conti pubblici, tenendo sempre bene a mente gli effetti negativi nel lungo periodo.

 

Effetti della pressione fiscale sull’economia

Le imposte incidono negativamente sull’economia di un Paese, in quanto ad un loro aumento corrisponde una diminuzione della crescita economica. Vanno ad intaccare il reddito delle famiglie, facendone diminuire il potere d’acquisto e quindi i consumi, con effetti addirittura devastanti sulle imprese.

 

Un aumento della pressione fiscale, infatti, frena l’attività imprenditoriale, riducendo i margini di ricavo e la ricchezza degli imprenditori. Inoltre, genera una riduzione degli investimenti, con effetti controproducenti sulla modernizzazione del Paese e soprattutto sull’occupazione. Nel lungo periodo, infatti, gli effetti di un’elevata tassazione arrivano ad essere paralizzanti per le aziende, scoraggiate a proseguire l’attività visto che la maggior parte dei propri guadagni va all’Erario. Inevitabili le ripercussioni sul mondo del lavoro e sullo Stato, soprattutto sul fronte delle spese di tipo assistenziali.  

 

Una diminuzione della pressione fiscale, invece, libera risorse sia per le famiglie che per le imprese, a favore dei consumi e degli investimenti di varia natura, contribuendo attivamente alla ripresa economica del PIL nazionale. Porta ad un aumento della ricchezza personale, innescamdo un circolo virtuoso nell'economia.

 

Italia tra i paesi con il fisco più complicato

L’Italia è uno dei Paesi europei con la pressione fiscale più alta, con le imprese che tra tasse e contributi arrivano a pagare circa il 59% in rapporto al PIL, un po’ meno del 60,7% della Francia e più del 48,8% della Germania. La divergenza si amplia se paragoniamo questo dato con quello dell’Irlanda (26,1%), che ha deciso di applicare alle imprese un regime fiscale vantaggioso per attrarre anche quelle di altre nazionalità.

 

Guardando alla busta paga dei dipendenti, invece, la tassazione italiana secondo l’Eurostat ammonta al 41,8% contro la media Ue del 40,2%, conquistando il settimo posto in classifica. Più alto il dato della Francia 48,4% mentre quello della Germania di attesta al 41,2%. Se non siamo il paese europeo con il più alto livello di tasse, siamo sicuramente quello con il fisco più complicato. 

 

Siamo al terzo posto in classifica dopo Turchia e Brasile, secondo il Financial Complexity Index elaborato su 94 Paesi. Un’indagine della Banca Mondiale ha rilevato che ad una piccola impresa italiana occorrono più di 29 giorni lavorativi per gli adempimenti fiscali contro i 18 giorni della media Ue.

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