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Cronache Terrestri

Perché Conte non fa il pivot? E le fabbriche? Cronaca della Peste 4.0

Tg1 apre con il Padre nostro, Borrelli e Bertolaso si contendono la malattia. Perché Conte non fa il pivot? Sicuri che le fabbriche devono rimanere chiuse?

25 marzo 2020 21:40
Perché Conte non fa il pivot? E le fabbriche? Cronaca della Peste 4.0

Cronache Terrestri

Prendiamo a prestito il titolo di una celebre raccolta degli articoli di Dino Buzzati, edita da Mondadori. Il grande scrittore, giornalista del Corriere, per descrivere il Giappone, in un’epoca in cui la televisione non era ancora diffusa e gli squarci sulla vita degli altri paesi erano dati soltanto dagli inviati dei grandi giornali, iniziava così: “le nuvole sono esattamente uguali alle nostre”. Buzzati voleva significare che in Giappone tutto il resto era diverso. Oggi il Covid-19, titolo scientifico (e asettico) della peste 2020 sta livellando il mondo. The Italian Times con Cronache terrestri offre per i lettori una sintesi delle notizie e degli umori del giorno, con due certezze: a) è fondamentale informare ed essere informati per poter meglio capire quanto ci sta succedendo; b) dobbiamo conservare, nella grande paura e nella grande speranza, lucidità e capacità di selezionare i fatti rilevanti da quelli che lo sono meno, oltre che dal grande cicaleccio dei social e dal proliferare degli esperti tv. 


Il Tg1 apre con il Padre nostro, Borrelli e Bertolaso si “contendono” la malattia. Perché Conte non fa il pivot? E le fabbriche?


Mercoledì 25 marzo all’ora di pranzo, con la gran parte degli  italiani in casa, molti dei quali davanti alla tv come agli albori della televisione a guardare i primi quiz di Mike Bongiorno, il Tg1 (tuttora una delle principali macchine informative del Paese) ha aperto con l’invito di Papa Francesco a recitare il Padre Nostro con lui e con tutte le fedi cristiane del mondo per chiedere clemenza rispetto agli effetti del coronavirus, di cui l’Italia annovera il maggior numero di vittime. Certo, meglio che aprire il rullo delle notizie con il solito elenco dei contagiati e dei morti, ma anche una indiretta o inconscia resa: ci affidiamo al Signore Nostro Padre poiché non crediamo molto nell’efficienza delle strategie di contenimento di Palazzo Chigi e dintorni. Tutti noi, praticanti dilettanti, abbiamo mentalmente recitato la preghiera principale del cristianesimo, e magari l’abbiamo anche vista come una sorta di ripensamento del Pontefice, che così faceva ammenda del suo aver confessato a Repubblica di condividere le opinioni di Fabio Fazio. Quindi ci affidiamo, ma non smettiamo di ricordare che fare del proprio meglio non basta quando è in corso una doppia lotta: prima per la sopravvivenza personale, e poi per la sopravvivenza economica. Ovviamente, non basta soprattutto per chi si trova a guidare il Paese.

 

Le malattie parallele di Bertolaso e Borrelli. Qualche mezz’ora, stesso giorno, dopo due notizie si rincorrevano su agenzie e social: Angelo Borrelli, capo della Protezione civile non avrebbe tenuto la solita, cupa, conferenza stampa delle 18 per dare il bollettino di guerra della giornata perché a letto con la febbre; Guido Bertolaso invece, già positivo al coronavirus da 24 ore, veniva ricoverato al San Raffaele. Se non si trattasse di rischi gravi almeno per la salute del secondo, e sulle cose serie non si scherza, si sarebbe potuto pensare che si trattasse dell’ennesima puntata dello scontro tra Regione Lombardia e palazzo Chigi, tra Fontana e Conte, con Borrelli convinto a stare a casa da Casalino per evitare che Bertolaso, in prima linea col virus mentre l’attuale capo della Protezione civile se ne stava comodamente a leggere dati in tv, diventasse il martire del centrodestra. Ovviamente scherziamo, augurando a Bertolaso di vincere la sua battaglia e a Borrelli che sia una semplice influenza.

 

Ma siamo sicuri che le fabbriche siano da tenere chiuse? Non è per stare con gli imprenditori piuttosto che con i sindacati o viceversa ma il dibattito sulla chiusura delle fabbriche è partito male, in modo emotivo con la conferenza stampa di Conte la notte di un tranquillo sabato di paura, è proseguito meglio con gli incontri virtuali con Confindustria e sindacati e ha prodotto diverse versioni del relativo decreto, per cui non è ancora del tutto chiaro chi deve aprire per forza, chi deve restare chiuso e basta e chi può decidere di restare aperto comunicando al Prefetto che fa parte di una filiera dei beni di prima necessità, a partire da agroalimentare e farmaceutica. Noi vogliamo semplicemente dire che, se bene organizzate dal punto di vista della tutela sanitaria, perché questa è la ovvia precondizione, le fabbriche sono ciascuna una comunità ristretta dove è più facile tenere sotto controllo l’andamento del virus, fare i controlli, misurare la febbre e, ove necessario, apprestare i tamponi. E, contemporaneamente, tenere accesa la macchina produttiva del Paese, altrimenti quando l’incubo sarà finito ci ritroveremo totalmente a pezzi, una volta si diceva sul lastrico.

 

Purtroppo infatti abbiamo poca, pochissima liquidità da immettere subito, mentre l’Inghilterra ha deciso di dare direttamente ai cittadini sino all’80 per cento dello stipendio entro le 2500 sterline, la Germania una somma equivalente attraverso vari bonus ed agevolazioni, gli Stati Uniti mille dollari ogni adulto e 500 dollari per ogni bambino. Noi invece ancora non sappiamo come e quando si può accedere ai 600 euro per ciascuna partita Iva, mentre il presidente dell’Inps fa sapere (nelle sue intenzioni per rassicurare) che ha soldi fino a maggio per pagare le pensioni. Il rischio, tanto reale quanto gigantesco, è legato alla situazione delle piccole imprese che non incassano più, che non possono onorare gli assegni a data già emessi e che per questo diventano immediatamente cattivi pagatori con tutte le conseguenze del caso, che hanno in magazzino e devono pagare merci che nessuno verrà a ritirare o a comprare. Si tratta di gente che ha onorato sempre i propri debiti e che ora si trova sott’acqua e genera una reazione altrettanto e forse più contagiosa di quella del virus. Intanto le grandi reti distributive, ivi compreso il franchising, chiedono la sospensione dei canoni delle licenze gestionali di negozi e uffici e sospende tutti i pagamenti. La parola disastro rischia  non essere usata a caso.

 

Conte andrà a riferire ogni 15 giorni in Parlamento, come se ciò bastasse. Il punto è che il richiamo di Mattarella a incontrare l’opposizione ha prodotto il topolino dell’intervento bisettimanale del premier, che poi starà invece tutti i giorni su Facebook e continuerà a gestire l’emergenza più grave dalla seconda guerra mondiale a colpi di decretini (il nome che il costituzionalista Ainis ha dato ai decreti del presidente del Consiglio, dpcm). Il problema non è lo strumento, ma purtroppo la qualità dei protagonisti e delle loro azioni: in Parlamento non c’è più da troppo tempo un’interpellanza politicamente rilevante al governo, un’interrogazione ficcante su un tema di interesse generale, una commissione di cui si conosca il lavoro di controllo. Tutto nasce e si perde nella propaganda social, fatta su pochissimi temi che si rincorrono e poi svaniscono nel nulla della rete dopo aver fatto segnare qualche like in più o in meno.

 

Il favorito a breve in questa corsa al ribasso della comunicazione della politica, che oggi purtroppo coincide con la politica stessa, è ovviamente il governo, che è il “padrone” delle decisioni dell’emergenza, può gestirne contenuti e tempi, e se si incarta nello scontro con le regioni e con le opposizioni oppure se prima segue di più le imprese e poi invece vira sui sindacati è solo colpa sua.  In una situazione del genere il premier avrebbe invece tutto l’interesse a gestire in modo diverso il potere eccezionale che l’emergenza gli conferisce. Invece di gingillarsi con la propria ombra di uomo solo al comando, potrebbe coinvolgere tutti, fare il regista, evitare che il Quirinale gli ingiunga di sentire le opposizioni, costituire due squadre operative, una tecnica e una politica, chiedere consigli anche a Mario Draghi, magari d’accordo con Mattarella nominarlo ambasciatore straordinario con l’Europa, chiedere che metta la sua grande credibilità a servizio del Paese nell’ora del bisogno, cioè adesso, e non quando tutto (si spera) sarà finito e magari l’ex capo della Bce diventerà solo una pedina della politica sopravvissuta al disastro e non potrà più dare il contributo decisivo che invece serve ora. 

 

Perché Conte non fa il pivot, distribuisce il gioco e anche le responsabilità di una sfida così grossa invece di giocare a togliersi la pochette dal taschino come massimo segnale di impegno al fronte? Sappiamo che sta facendo quello che può, ma il compito in questo momento non è quello di guidare le truppe al fronte ma di scegliere i generali (e quando serve anche i commando), decidere le strategie e coordinare le azioni. Ovviamente, non via Facebook.

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