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Conte, il Mulino Bianco e un “vasto programma”, il Recovery Plan

Il premier torna in tv e riduce i miliardi da 750 a 80. Ma poi promette Alta Velocità dappertutto e fa ammuina con gli Stati generali dell’economia

3 giugno 2020 21:54
Conte, il Mulino Bianco e un “vasto programma”, il Recovery Plan

Giuseppe Conte vuol restare almeno un altro lustro a palazzo Chigi, anzi per essere sicuro di poter fare davvero tutte le cose di cui ha parlato oggi nel suo ritorno in televisione dopo l’astinenza forzata delle ultime settimane realisticamente servirebbe almeno un decennio: alta velocità ferroviaria dappertutto, a cominciare dal binario unico della Pescara-Taranto, poi tutta la Sicilia, Pescara-Roma, Taranto Reggio Calabria, Napoli-Bari, Basilicata coast to coast. E, ciliegina sulla torta, immaginiamo quando tutto questo è a buon punto, “si siederà ad un tavolo” per decidere e valutare di dare il via ai lavori del Ponte sullo stretto di Messina, il sogno proibito del novello filo governativo Berlusconi Silvio, il quale pure aveva l’ingegner Lunardi, quello delle gallerie e del plastico a Porta a Porta. Intendiamoci, le Ferrovie di Gianfranco Battisti hanno la capacità, le risorse e anche i progetti ingegneristici per mettersi al lavoro, ma sanno bene che ci vogliono anni se si comincia subito. Certo, forse meno di quanto tempo sarà necessario per fare la riforma della burocrazia, quella del fisco, la digitalizzazione del Paese, la riforma del Codice Civile e quant’altro del “piano di rinascita” lanciato nell’etere e sul web oggi dal premier, in un’atmosfera da Mulino Bianco Barilla, vagamente giustificata dal primo giorno di libera circolazione nel paese.

 

Certo, va ancora riconosciuto al premier di essere stato parco nell’uso dei miliardi: dai 750 dell’ultima conferenza stampa è passato agli 80 di oggi con i quali vuole pensare a tutti, singoli e categorie, e dunque “non lasciare indietro nessuno”. E per questo ha cambiato l’ordine dei fattori (o delle carrozze, tanto per restare in tema ferroviario) anche se la somma che fa il totale resta la stessa: invece di 600 o 800 euro al mese ha scelto di dare agli aventi diritto 2300 euro in tre mesi, così tanto per fare cifra tonda. E come strumento operativo del Recovery plan (che poi altro non è che la summa delle proposte del team Colao, con sempre la solita lotta alla burocrazia, la digitalizzazione e le grandi opere pubbliche), ci saranno a breve gli Stati generali dell’economia, cioè un incontro tipo quelli con le parti sociali nella Sala Verde di palazzo Chigi, con l’aggiunta di “menti brillanti” da individuare o, si spera, già individuate  per rendere meno concertativo il tutto. A tale appuntamento,  il premier non l’ha detto ma è intuibile, è meglio che Carlo Bonomi, il presidente di Confindustria  che ha osato criticare la politica degli annunci del governo, si presenti pentito oppure sarà difficile riconoscerlo tra le centinaia di sigle che saranno invitate proprio per annacquare le rappresentanze e tra le altrettante menti brillanti, nelle quali fidiamo che stavolta ci sia adeguata presenza femminile per non dover poi provvedere magari a riunione in corso. Non solo pentito, ma anche con piani che non prevedano solo la riduzione delle tasse. Eppure, il premier ha detto di conoscere bene il ruolo delle imprese e ha citato finanche Adriano Olivetti.

 

Nel “vasto programma” del premier un punto fermo tuttavia c’è stato: ci sono, ha detto, le condizioni per la revoca della concessione ad Autostrade e si sta trattando sulla transazione ma non c’è accordo. Parole, condivisibili o meno, ma per una volta nette, anche se occorrerà vedere dove la trattativa effettivamente approderà. 

 

Per il resto, oggettivamente sarebbe stato meglio un metro di fatti che un chilometro di buone intenzioni declinato a spanne, senza alcun riferimento nè temporale nè a criteri di realtà. Sarebbe servita un’operazione verità sulla reale situazione del Paese, con una Milano ancora stordita dal virus nella sua prima giornata d’apertura, e soprattutto con una tensione sociale latente che non è quella dei gilet arancioni di Pappalardo ma quella del ceto medio impoverito che martedì ha fatto tracimare la mobilitazione della destra rediviva a Roma, che si è gonfiata oltre le intenzioni stesse degli organizzatori e soprattutto di quella di tante imprese già in difficoltà prima del virus e di tanti settori del commercio e dei servizi che non stanno riaprendo. E, ancora una volta, nonostante l’intento dichiarato di mettersi nella scia della coesione del presidente Mattarella, per ricordarsi dell’opposizione e offrire dialogo ha dovuto attendere una domanda, mentre sui singoli temi gli incontri (come ad esempio quello fatto sempre mercoledì sulla giustizia) che pure ci sono stati non hanno portato a nulla. Sul fronte europeo invece fida nell’”anticipo” dei fondi del piano di Ursula Von der Layen, cioè qualche briciola che comunque arriverà,dall’anno prossimo.

 

Ora, pur dandogli atto dell’ottimismo necessario e della fiducia in se stesso, dobbiamo solo sperare che gli Stati generali dell’economia non sia il solito modo di “fare ammuina”, annacquando le responsabilità secondo il noto metodo delle task force. Bisognerebbe ricordargli che nella ormai mitica ricostruzione del dopoguerra ci furono sì dei grandi protagonisti, ma pochi e buoni: Alcide De Gasperi, Angelo Costa, presidente di Confindustria, Giuseppe Di Vittorio segretario della Cgil e alcuni altri, da Luigi Einaudi a Guido Carli (qualche anno dopo).

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