Non è presto per le pagelle. Non c’è Europa o piano B senza produzione

Un mese di annunci e ancora nessun aiuto. Intanto gli affitti commerciali non vengono più pagati e solo due ex, Tremonti e Pomicino, hanno qualche idea

2 aprile 2020 14:36
Non è presto per le pagelle. Non c’è Europa o piano B senza produzione

Cronache Terrestri

Prendiamo a prestito il titolo di una celebre raccolta degli articoli di Dino Buzzati, edita da Mondadori. Il grande scrittore, giornalista del Corriere, per descrivere il Giappone, in un’epoca in cui la televisione non era ancora diffusa e gli squarci sulla vita degli altri paesi erano dati soltanto dagli inviati dei grandi giornali, iniziava così: “le nuvole sono esattamente uguali alle nostre”. Buzzati voleva significare che in Giappone tutto il resto era diverso. Oggi il Covid-19, titolo scientifico (e asettico) della peste 2020 sta livellando il mondo. The Italian Times con Cronache terrestri offre per i lettori una sintesi delle notizie e degli umori del giorno, con due certezze: a) è fondamentale informare ed essere informati per poter meglio capire quanto ci sta succedendo; b) dobbiamo conservare, nella grande paura e nella grande speranza, lucidità e capacità di selezionare i fatti rilevanti da quelli che lo sono meno, oltre che dal grande cicaleccio dei social e dal proliferare degli esperti tv. 

 

 

La situazione è seria, molto seria. Non c’è bisogno di scomodare il Centro Studi di Confindustria Goldman Sachs,  Mckinsey o Ambrosetti per sapere che con due mesi di fermo dell’economia nazionale avremo una caduta del Pil che va dal 6 per cento a ipotesi ancora più catastrofiche. Ma i dati macro non dicono la gravità della situazione poichè ancora la stiamo osservando da una angolazione di relativa tranquillità, per molti dalla situazione psicologicamente più confortevole che è casa propria, escludendo quindi medici, infermieri e quant’altri tengono in piedi la sanità, l’avamposto dei supermercati e di chi lo rifornisce nonché tutti quelli che lavorano proprio per consentire a chi sta a casa di farlo senza che gli manchi elettricità, acqua corrente, film, giornali e giochi virtuali per grandi e piccini. 

 

Purtroppo, è facilmente prevedibile vedere presto un altro film, quello dei dati calati nella vita quotidiana di cui già si intravedono le prime sequenze. Ecco alcuni, banali, esempi: negozi, ristoranti, catene di distribuzione non pagano gli affitti di marzo ed aprile perchè il mese scorso non hanno incassato nulla, per questo mese nemmeno se ne parla e maggio sembra solo un miraggio, forse giugno si vedrà se possono tornare i clienti. E tra proprietari ed inquilini è già in corso un braccio di ferro legale. Ancora: in queste ore l’Inps dovrebbe raccogliere le domande delle partite Iva per poi erogare i 600 o 800 euro (quest’ultima solo promessa, i primi sono previsti dal decreto del 17 aprile, il famoso “Cura Italia”), ma con la farsa del sito Inps in tilt non si sa come e quando i malcapitati potranno avere la disponibilità dei pochi euro previsti. Un altro esempio: chi, al Sud e non solo, lavorava in nero, come fa ad andare avanti quando anche la cassa integrazione per i lavoratori regolari ci sta mettendo almeno un mese (e solo grazie all’accordo tra le banche, i sindacati e il ministro del Lavoro) per essere effettivamente erogata? Il turismo: Firenze, tanto per citare una delle tante città d’arte italiane ha 400 mila abitanti, di cui 300 mila, tre su 4, di essi vivono di turismo. E vogliamo parlare di Venezia, Roma e l’Italia tutta, il sito Unesco più importante del mondo per densità di storia e di beni culturali? Per quanti mesi potrà resistere basandosi più sui propri risparmi (per chi ne ha) che sugli aiuti pubblici che non solo sono pressochè simbolici ma nemmeno arrivano?

 

Cosa fare per evitare che le difficoltà concrete cui ci troveremo di fronte in misura sempre più evidente non si trasformino in disagio sociale, essendo questa ancora quasi una pacifica frase fatta da tempi normali mentre ora rischia di assumere significati che nessuno di noi ovviamente si augura? 

 

I cittadini, la gente, tutti quelli che non hanno responsabilità di gestione in questa inedita situazione e che, al massimo, hanno la possibilità di andare a fare la spesa o di recarsi in farmacia per poi tornare a guardare sul web o in tv le sconfortanti cronache della pandemia non possono che interrogarsi sulla catena di responsabilità di chi oggi guida le danze per capire da dove veniamo e se andiamo nella direzione giusta. Ecco, con spirito di comunità e di costruzione, qualche riflessione in proposito perchè ad un certo punto si danno le pagelle ed è meglio averle subito per vedere in quale materia occorre darsi un sostegno prima che la bocciatura diventi inevitabile e, in una pandemia, fa presto a caricarsi di rabbia e di rancori. 

 

Il governo, molti annunci e pochi fatti. E un peccato originale. Per meglio inquadrare quanto sta avvenendo bisogna partire dai numeri e da una domanda: perchè i tedeschi hanno la metà dei nostri contagiati e un ventesimo dei nostri deceduti, che il primo di aprile avevano già è superato i 13 mila? Essenzialmente per due motivi: hanno 30 mila posti di terapia intensiva negli ospedali a fronte delle nostre poche migliaia e fanno le statistiche solo con i morti causati esclusivamente dal Covid-19 e non anche con quelli deceduti per cause concomitanti. La prima domanda è: perchè l’Europa, attenta a disciplinare la curvatura dei piselli nel baccello, non ha impostato subito criteri statistici uguali per tutti? Ovviamente, sarebbe stato chiedere troppo. Ma c’è dell’altro, il peccato originale tutto fatto in casa da noi: quando sono arrivate le prime avvisaglie del virus il governo era sotto attacco, dall’interno della sua maggioranza (Renzi) e dall’esterno (l’opposizione di Salvini,  Meloni e FI), e ha spostato l’attenzione sul virus utilizzando le statistiche più allarmistiche. Con il senno di poi, questo sarebbe risultato utilissimo in termini di vantaggio sulla lotta al virus, peccato però che non c’erano i letti di terapia intensiva nonostante l’epicentro sia stato in Lombardia, dove la sanità avrebbe dovuto essere meglio organizzata che nel resto d’Italia. 

 

Retorica e confusione in primo piano. Lo scampato pericolo di crisi mette le ali al premier che diventa immediatamente l’uomo solo al comando dell’emergenza più grande da oltre 70 anni a questa parte e non ha remore nel paragonarsi a Winston Churchill citandone “l’ora più buia”, celebre espressione dello statista inglese durante gli orrori della seconda guerra mondiale. E partono le conferenze stampa a tarda notte o a sera avanzata, con annunci fatti di retorica e di nessuna sostanza: la cassa integrazione per i dipendenti del settore privato e i 600 euro per gli autonomi annunciati drammaticamente il 7 di marzo arriveranno forse a metà aprile, il sito dell’Inps è andato in tilt alla prima prova nonostante Tridico e i suoi avessero avuto tutto il tempo necessario per prepararsi e per la Cig si sta ancora discutendo se gli aventi diritto debbano andare o no alle Poste a fare una raccomandata con ricevuta di ritorno. Non c’è bisogno di aggiungere che tutti i 151 provvedimenti sfornati soprattutto come decreti del presidente del Consiglio in un mese non abbiano avuto poi alcun regolamento attuativo e si è proceduto a colpi di precisazioni e smentite. Il massimo della confusione è stato toccato sulla chiusura delle attività produttive non essenziali, con ricorso ai vetusti codici Ateco, dimenticanze clamorose, inclusioni in base a una sorta di mercato parallelo, per poi affidare tutto ai prefetti che decidono sulla base della richiesta delle aziende. E si è replicato sull’ordinanza del Viminale che “liberava” i bambini, poi corretta da palazzo Chigi. 

 

Solo burocrazia al comando. Altro errore grave nella conduzione della crisi è quello di non aver creato un organismo snello per gestire operativamente la chiusura delle attività produttive, gli approvvigionamenti ai supermercati (ai quali si è detto, senza alcun riferimento concreto nelle modalità organizzative, di concedere uno sconto del 5-10 per cento sui buoni spesa per chi non ce la fa, la cui gestione è stata affidata ai Comuni e che ora risiede solo nella buona volontà dei singoli), per cui tutto si riconduce al premier, ad Arcuri, Borrelli e pochissimi altri. Quindi il premier non è il playmaker ma uno dei giocatori, avviluppato anche lui nella rete della burocrazia degli atti e delle procedure in cui da avvocato ama muoversi. 

 

L’incredibile guerra Roma-Lombardia. Altra falla gravissima, causata sia da palazzo Chigi sia dai milanesi, è stata e continua ad essere la contrapposizione continua tra Roma, intesa come governo, e Regione Lombardia. E’ stato un accavallarsi continuo di accuse, di rincorse, di mascherine sbagliate e di altri centinaia di espisodi che hanno avvilito la scena pubblica, sino al punto che alla Fiera vecchia di Milano hanno messo in scena una incredibile, affollata e quindi pericolosa inaugurazione del nuovo ospedale costruito soprattutto con i soldi dei privati, mentre da Roma la stampa amica del premier lo denigrava oltre ogni misura. E in questa lotta titanica anche il milanese Corriere della Sera ha preferito non dare spazio all’autocelebrazione di Fontana e Sala. I primi, pochi malati, entreranno nella nuova struttura solo tra alcuni giorni, mentre l’annuncite resta la malattia infantile dei politici, sia di quelli della sinistra (cosiddetta tale) che sono a Roma sia quelli della destra (cosiddetta tale) che sono a Milano.

 

Il dialogo tra sordi davanti al virus. Ancora: Conte non ha colto o non voluto cogliere che se è guerra il rapporto con l’opposizione deve essere di reale collaborazione. Ha avuto bisogno che il presidente Mattarella glielo ricordasse per ben due volte pubblicamente. L’opposizione poi deve distinguersi dalla propaganda, se vuole avere un ruolo. Anche qui infantilismo politico da manuale.

 

Se tanto ci dà tanto, sono dolori per la ripartenza. Si potrebbe continuare, ci fermiamo nella speranza che gli errori fatti non si ripetano esattamente uguali nella delicatissima fase della riapertura graduale delle aziende, si spera il prima possibile. Purtroppo, il tema è stato posto prima degli altri (e per di più mentre il conto di contagiati e deceduti saliva ancora) dall’ex premier Renzi, il quale oggi a causa del peso cumulato degli errori politici fatti sinora non viene giustamente preso più sul serio, e questo comporterà certo altri ritardi nella assoluta necessità che abbiamo di far andare di pari passo sicurezza sanitaria e produzione industriale. Il punto è che, rispettando tutti i criteri di sicurezza, le fabbriche sono comunità dove è più facile capire se i dipendenti stanno male, si possono meglio organizzare i tamponi per gli asintomatici e così via. Altrimenti la recessione diventa depressione, e la depressione povertà e  carestia e non basteranno tutti gli aiuti del mondo, che peraltro non ci saranno, per aiutarci. Anche perchè il problema è molto banale quanto gigantesco: se gli altri stanno producendo e vendono, vuol dire che perderemo quote di mercato che saranno difficilissime da recuperare. Sta già avvenendo in molti settori, valgano per tutti le denunce di Confindustria ceramiche e dei produttori di acciaio. E‘ questa la vera guerra, quella economica e il bottino di prendersi l’industria italiana fa gola a tutti.

 

L'Europa e due grandi reduci italiani. A proposito di aiuti (e di pagelle che ci ricorderemo), è chiaro che l’Europa non farà che poco più di nulla: anche con minori condizionalità il Mes è un cappio al collo, mentre dei 100 miliardi per la disoccupazione noi vedremo poca roba, poichè il tema riguarda tutti i paesi europei e il fatto che noi abbiamo chiuso tutti e gli altri no non verrà visto come titolo ad avere una quota maggiore degli aiuti. Quindi, dobbiamo fare il grosso da soli, e sinora le due uniche proposte sono venute di fatto solo da due ex politici, uno della prima Repubblica, Paolo Cirino Pomicino, e uno della seconda, Giulio Tremonti. Il governo, preso com’è dalla gestione volenterosa/maldestra/ fatta in casa dell’emergenza ne tenga conto quando si troverà, purtroppo, a dover fare nel pieno della tempesta i conti con la drammatica urgenza di un piano B.

 

L'esempio del banchiere numero uno. Meglio chiudere con un dato, sia pur isolato, di efficienza: il commissario straordinario Domenico Arcuri ha già speso per sostenere iniziative sanitarie specifiche e per comprare materiali sanitari 80 dei 100 milioni donati da Intesa San Paolo. E Carlo Messina, capo della prima banca italiana, ha donato personalmente un milione sui sei complessivi che hanno messo insieme i ventuno manager che riportano direttamente a lui. 

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