EditorialiOpinioniAnalisiInchiesteIntervisteScenariFirme
Cronache Terrestri

A Roma i gabbiani sono meno aggressivi: la cronaca della Peste 4.0

L'umanità degli addetti alle pompe funebri di Bergamo, il decreto omnibus, il Parlamento deve restare aperto, basta al bollettino Protezione civile, Messina

17 marzo 2020 20:00
A Roma i gabbiani sono meno aggressivi: la cronaca della Peste 4.0

Cronache Terrestri

Prendiamo a prestito il titolo di una celebre raccolta degli articoli di Dino Buzzati, edita da Mondadori. Il grande scrittore, giornalista del Corriere, per descrivere il Giappone, in un’epoca in cui la televisione non era ancora diffusa e gli squarci sulla vita degli altri paesi erano dati soltanto dagli inviati dei grandi giornali, iniziava così: “le nuvole sono esattamente uguali alle nostre”. Buzzati voleva significare che in Giappone tutto il resto era diverso. Oggi il Covid-19, titolo scientifico (e asettico) della peste 2020 sta livellando il mondo. The Italian Times con Cronache terrestri offre per i lettori una sintesi delle notizie e degli umori del giorno, con due certezze: a) è fondamentale informare ed essere informati per poter meglio capire quanto ci sta succedendo; b) dobbiamo conservare, nella grande paura e nella grande speranza, lucidità e capacità di selezionare i fatti rilevanti da quelli che lo sono meno, oltre che dal grande cicaleccio dei social e dal proliferare degli esperti tv. 

 

A Roma anche i gabbiani sono meno aggressivi, sono rimasti padroni della situazione ma con pochi umani per strada quasi non vale la pena di approfittarne. La grande ritirata nelle case ha reso gli spazi fisici delle città più belli, più larghi e (si spera) più puliti per contrastare la diffusione del Covid-19. Ma, soprattutto, parrebbe che la rarefazione fisica abbia liberato anche spazi mentali, eccezion fatta per la cronaca purtroppo inevitabilmente ripetitiva delle televisioni sul bollettino quotidiano della nostra protezione civile e su quello che succede negli altri paesi. Ai tempi della peste 4.0 tutto appare più visibile, meno contorto, più diretto, nel bene, nel male e persino nel grigio che è poi la cifra delle tante decisioni politiche che il governo deve prendere nell’emergenza. Ecco alcuni fotogrammi:

 

L’umanità degli addetti alle pompe funebri di Bergamo. Accanto alla resilienza, al limite del sacrificio, di medici e infermieri negli ospedali delle zone più colpite, c’è lo stadio successivo: a Bergamo gli addetti alle pompe funebri, in assenza di funerali religiosi e nella forzata impossibilità a parteciparvi dei parenti e degli amici, sono l’ultimo legame della famiglia con lo scomparso, veicolano i messaggi dei nipotini a lui e gli oggetti più personali (occhiali, documenti, oggetti d’oro) dall’ospedale alla famiglia. Assistenti sociali, psicologi, semplicemente uomini vicini al dolore degli altri.

 

Possibile che il decreto del governo debba essere, come sempre e più di sempre, omnibus? La nitidezza che piazze e strade vuote danno, da una parte, la maggiore attenzione che i cittadini intrappolati in casa hanno per le notizie dall’altra e, infine, il fatto che le notizie sono soprattutto quelle di origine governativa (provvedimenti ed appelli del premier e bollettino della Protezione civile) dovrebbero imporre a Conte e al suo staff maggiore cura nella redazione dei provvedimenti non solo eliminando la distanza tra le prime bozze e il testo definitivo ma soprattutto evitando di mischiare patate con cipolle. Oggi la trasparenza totale è fondamentale: si può anche mettere nel decreto la nazionalizzazione di Alitalia, ma bisogna farne comunicazione adeguata, non limitarsi a poche  righe nel comunicato stampa,  perché in tempi normali una decisione del genere avrebbe preso i titoli di testa dei giornali. Voglio dire che in situazioni eccezionali come questa (e a fronte di una decisione obbligata, visto che nessuno vola e che anche Lufthansa deve ricorrere allo stato tedesco), perché dare invece l’impressione di un sotterfugio? A meno che le energie di Palazzo Chigi non siano state tutte assorbite dallo sforzo di trovare il titolo al decreto, e Cura Italia oggettivamente non è il massimo. Oltretutto, visto l’esito degli illustri precedenti (Salva Italia, Sblocca Italia..), si poteva tranquillamente chiamarlo come si faceva una volta con il numero di protocollo e basta, evitandoci di dover fare gli scongiuri.

 

Perché il Parlamento, sia pure a ranghi ridotti con rappresentanze ovviamente proporzionali dei partiti, turnazioni settimanali e ovvio rispetto delle norme di sicurezza sanitaria non si riunisce fisicamente a Montecitorio e a Palazzo Madama? Sarebbe un atto dovuto rispetto alla gravità della situazione, potrebbe esaminare i decreti e, ove necessario, chiedere correttivi, evitare di spostare tutto sull’esecutivo la gestione dell’emergenza. Soprattutto sarebbe un segnale forte rispetto a chi è costretto ad andare a lavorare per cercare di salvarci la pelle (medici e infermieri), per approvvigionare i supermercati, per produrre tutti i beni di prima necessità. Con meno rischi di loro deputati e senatori potrebbero testimoniare che in Italia c’è una democrazia parlamentare viva e vitale. Dovrebbero farlo magari solo per recuperare  un ruolo che, purtroppo, nei fatti hanno perso da tempo malgrado la loro ridondante presenza romana in tempo di pace: da tempo immemorabile votano solo fiduce e non hanno alcun ruolo di controllo, non ci sono più interrogazioni parlamentari di rilievo politico e il leaderismo minore cui siamo soggetti fa rimpiangere la vitalità delle correnti della Democrazia Cristiana. Diciamo che se in Italia ora si può persino parlare di sospensione della democrazia, la causa non è nell’emergenza della peste 4.0 ma nell’afasia precedente, di cui il taglio dei parlamentari era stato il culmine. Ora che il virus ha rinviato anche il referendum, perché non date un segno fisico di vita e di impegno, magari con una bella risoluzione parlamentare di maggioranza e di opposizione che impegna il governo a chiedere le dimissioni di Lagarde e a non farsi bastare le rettifiche come fa un certo Renzi, ex leaderino?

 

Basta con la Protezione civile che legge il bollettino di contagiati, deceduti e guariti. A meno che non sia la nuova ripartizione dei compiti tra Borrelli e Arcuri, con il primo che fa il notaio degli eventi e il secondo che tenta di contrastarli, è una roba che non si può più vedere. Mettete uno speaker, un sottosegretario qualsiasi, una ex annunciatrice tv, chi volete. Ma restituite per favore alla Protezione civile la funzione del fare, di costruire (ospedali di terapia intensiva, mascherine, respiratori), di essere presente in trincea, non dove si fa il conto burocratico dei caduti e dei feriti. Poi capita che per fare l’ospedale alla Fiera di Milano, bloccato da problemi burocratici nonostante le centinaia di milioni che una banca e altri privati hanno messo a disposizione, i lombardi resuscitano Bertolaso dall’esilio sudafricano. Che fosse davvero efficace è questione controversa, ma certo il predecessore di Borrelli sapeva dare alla Protezione civile un’immagine diversa, e nelle tragedie anche questo conta.

 

Carlo Messina, banchiere sociale. Il capo della prima banca italiana, subito dopo il decreto governativo ha messo in campo 15 miliardi immediatamente spendibili per le imprese, 5 di nuovo plafond per linee di credito aggiuntive e 10 di liquidità per la gestione dei pagamenti urgenti. Un intervento che si aggiunge alla moratoria annunciata meno di un mese fa con la sospensione per tre mesi delle rate dei finanziamenti in essere, prorogabile per altri 3-6 mesi in funzione della durata dell’emergenza. Si tratta di una mossa che vale i tre quinti della manovra del governo e che ora verrà portata sui territori attraverso tutti gli strumenti e i canali, dalle convenzioni con le categorie ai rapporti diretti tramite le filiali, all’uso degli strumenti digitali. E’ la risposta italiana alla mobilitazione tedesca a favore delle imprese, insieme alle misure del governo. Se necessario, Messina farà altri interventi in base alla risposta delle imprese.

 

I medici e la sanità prima e dopo la peste 4.0. Fra un po’ gli stessi medici ed infermieri riterranno eccessivo, sospetto, interessato e qualche volta persino irritante il buonismo che imperversa sugli eroi del momento. Prima del virus erano circa 35 mila le nuove azioni legali intentate contro i medici ogni anno. Ad oggi ne sono attive 35 mila e circa il 95 per cento si conclude con il proscioglimento, quindi c’è certo dentro anche chi oggi li esalta. I primi a ringraziare la sanità sono poi i politici,  da quelli nazionali a quelli locali fino ai presidenti delle conferenze socio-sanitarie, soprattutto quelli che hanno tagliato 37 miliardi di euro al settore o che qualche mese fa volevano mandare in pensione i medici anziani senza avere i giovani per sostituirli e ora vogliono richiamare in servizio i pensionati. E che con la nomina dei direttori generali amici provavano a mettere le mani sul più importante rivolo di spesa pubblica ancora attivo, nonostante i tagli.  E come faranno i quotidiani, quando tutto sarà finito, a mettere in prima pagina le notizie di malasanità che tanto facevano effetto prima? 

 

Anche i medici, ovviamente, ci hanno messo del proprio, non hanno investito tempo e risorse negli anni in cui la sanità ha imboccato la strada dell’aziendalizzazione, si sono messi facilmente a servizio della politica come scorciatoia professionale, molto di loro sono stati e sono in Parlamento senza lasciare grande traccia. Anche i sindacati medici hanno avuto grandi responsabilità. Molti dei protagonisti di oggi sono gli stessi di prima, cerchiamo di avere un giudizio più equilibrato. E qualcuno un pò di pudore.

COPYRIGHT THEITALIANTIMES.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA