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Cronache Terrestri

La padella o la brace: il concordato o i decreti di Conte?

E' questa l’alternativa davanti alla quale si trovano molti imprenditori. In attesa dell’ultima carta del governo, tra assistenzialismo e dirigismo

8 maggio 2020 20:24
La padella o la brace: il concordato o i decreti di Conte?

Cronache Terrestri

Prendiamo a prestito il titolo di una celebre raccolta degli articoli di Dino Buzzati, edita da Mondadori. Il grande scrittore, giornalista del Corriere, per descrivere il Giappone, in un’epoca in cui la televisione non era ancora diffusa e gli squarci sulla vita degli altri paesi erano dati soltanto dagli inviati dei grandi giornali, iniziava così: “le nuvole sono esattamente uguali alle nostre”. Buzzati voleva significare che in Giappone tutto il resto era diverso. Oggi il Covid-19, titolo scientifico (e asettico) della peste 2020 sta livellando il mondo. The Italian Times con Cronache terrestri offre per i lettori una sintesi delle notizie e degli umori del giorno, con due certezze: a) è fondamentale informare ed essere informati per poter meglio capire quanto ci sta succedendo; b) dobbiamo conservare, nella grande paura e nella grande speranza, lucidità e capacità di selezionare i fatti rilevanti da quelli che lo sono meno, oltre che dal grande cicaleccio dei social e dal proliferare degli esperti tv.


 

Il momento della verità poi inevitabilmente arriva, magari come al solito domenica sera se ce la dovessero fare, oppure più probabilmente la settimana prossima poichè la coperta è stretta, la situazione serissima e le divisioni nel governo tante quante le componenti che ne fanno parte. E’ il momento della verità per gli italiani e le imprese, che devono sapere se possono contare in un effettivo aiuto da parte dello Stato, un aiuto limitato perchè la situazione delle finanze pubbliche è devastata, ma concreto e soprattutto esigibile subito. E lo è anche per Giuseppe Conte, anche se questo poi agli stessi italiani importa meno. E’ il momento del decreto che, a sentire il premier, dovrebbe mettere in campo 55 miliardi, due manovre economiche di quelle annuali dell’era pre-Covid, ed è il provvedimento che si chiamava aprile, arriva quasi a metà maggio e si spera produca effetti a giugno avanzato.

 

Il punto fondamentale è uno solo: quanto assistenzialismo, pur necessario (è il solo imprinting dei Cinque Stelle), e quanto dirigismo (è la tentazione ricorrente del Pd, vedi l’uscita incredibile del vicesegretario Orlando sulle condizioni dell’aiuto statale alle aziende) si riuscirà ad evitare. Il problema reale è che nessuno all’interno del governo e delle cosiddette task force che dovrebbero assisterlo ha idea di cosa sia davvero un’azienda, non sanno che in questi due mesi di chiusura hanno sostenuto costi come se fossero aperte, hanno pagato affitti e fornitori, hanno anticipato la cassa integrazione in deroga al posto dello Stato che invece ritardava. E nessuno forse nemmeno sospetta che, in realtà, molte imprese di fronte ai vincoli del decreto liquidità stanno valutando se percorrere invece la strada del concordato in continuità e poi pensare di riaprire in tempi migliori. Basta ricordarne infatti due di vincoli, oggettivamente incredibili un’economia non cogestita: avere l’ok del sindacato al prestito, quando la grandissima parte delle piccole imprese italiane non è sindacalizzata; dover sottostare alle “condizionalità” chieste dall’Orlando di cui sopra poichè “lo Stato deve vigilare che esse siano rispettate prima che i soldi diventino pienamente dell’impresa a cui vanno”.

 

Questa drammatica alternativa cui si trovano gli imprenditori piccoli e persino medi è la conseguenza diretta sia della scarsa possibilità del nostro Paese di mobilitare risorse importanti, sia dell’incapacità della classe politica di usare le poche leve che ha. Il tutto mentre il Paese spende miliardi per il reddito di cittadinanza, protette di spenderne altrettanti per quello di emergenza, ma nessuno osa dire ai percettori che si potrebbe lavorare anche in campagna. In Basilicata, tanto per fare un’esempio, vi sono 25 mila percettori di reddito di cittadinanza e non si trovano 1500 lavoratori per l’agricoltura. Se poi pensiamo che a luglio serviranno 75 miliardi per pagare stipendi pubblici (cioè medici, poliziotti e insegnanti, non solo gli impiegati statali) e pensioni, mentre l’incasso del fisco calerà drasticamente, la situazione del Paese appare in tutta la sua (estrema) difficoltà. 

 

Ed appare singolare che la classe politica, a cominciare dal premier, non si renda conto di cosa ha sotto gli occhi e ingiunga addirittura ai poliziotti di multare i ristoratori che civilmente e seguendo tutte le regole di sicurezza sanitaria protestavano qualche giorno fa a Milano. E’ ovvio che sarebbe meglio che  persino il malandato governo attuale in una situazione d’emergenza potesse non essere turbato da chi vuol mandarlo a casa, ma qui si tratta di altro: il momento della verità di questo decreto, che poco ha e poco può dare ma deve farlo senza burocrazia e senza soviet alla porta, non è un affare delle scadenti forze politiche e nemmeno del premier che vuol ballare da solo. E’ invece un atto che riguarda la possibilità di ripresa del Paese, e in quanto tale è l’ultima occasione per fermarsi prima del baratro. Lo sanno gli imprenditori, lo sa Sergio Mattarella. Lo sanno gli italiani che non vogliono prepararsi al baratto nè arrendersi definitivamente alla decrescita grillina. Infine, non volendo apparire di parte, non tiriamo in ballo nè i mafiosi usciti di galera mentre Bonafede e Di Matteo regolavano in tempi di Covid le loro beghe personali, e nemmeno gli sbarchi nel frattempo decuplicati. Ma che un imprenditore possa pensare al concordato in continuità per non incappare nelle tagliole di un decreto col quale fai debiti che devi pagare rischia di essere davvero il punto di non ritorno, se non altro perchè è dalle imprese che passa il lavoro.

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