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La geometria dei Dpcm

Italia est omnis divisa in partes tres: Dpcm a geometria variabile

La linea del premier Conte di graduare le restrizioni è giusta. Richiami subliminali a Giulio Cesare e Mario Draghi. Mattarella e la Bce un pò dimenticati.

4 novembre 2020 23:18
Italia est omnis divisa in partes tres: Dpcm a geometria variabile

Italia est omnis divisa in partes tres. Come Giulio Cesare aveva raccontato della conformazione geografica della Gallia dopo la spedizione bellica dei suoi legionari, così Giuseppe Conte oltre duemila anni dopo ha annunciato alla fine dei telegiornali la suddivisione dell’Italia in tre fasce per combattere il virus. Poi, ovviamente anche qui senza citarlo perchè vale il richiamo subliminale, si è rifatto ancora al whatever it takes di Mario Draghi per dire che per il decreto Ristori2 (battezzato subito come tale in diretta) il governo “è pronto a fare tutto il necessario” per aiutare le categorie colpite, anche presentandosi in Parlamento a chiedere ulteriori scostamenti, ma senza fare cifre perchè i tecnici del Mef ci stanno lavorando. 

 

Infine, ha valorizzato i “segnali di novità” che sono venuti dal Parlamento con il voto incrociato di maggioranza e opposizione su alcune risoluzioni, ha aggiunto che avverte l’esigenza in una sfida così grande di “condividere quanto meno le informazioni, non le responsabilità perchè il governo se le prende tutte”. Ha dimenticato solo, in proposito, di citare il duro lavoro di Sergio Mattarella, che molto si è speso per tenere insieme i pezzi, anzi i brandelli di istituzioni che nell’ultima settimana andavano ciascuno per conto proprio. Così come non ha ricordato l’esistenza e l’opera della Banca centrale europea quando ha parlato dei tassi dei titoli pubblici vicino allo zero, attribuendoli invece al fatto che “i mercati credono in quello che stiamo facendo”. 

 

Diciamo subito che la linea della geometria variabile contro il virus è giusta, e magari fosse stata adottata in primavera quando le differenze tra le regioni in fatto di contagio erano ben più marcate di oggi: avremmo salvaguardato più lavoro e ricchezza, ma non è il caso di guardare troppo indietro visto che tutti hanno ben chiari vizi e virtù di quella fase, avendola vissuta. Va dato dunque atto al premier di aver impostato e difeso questa linea nella seconda ondata dell’emergenza, di essersi battuto contro la chiusura totale del Paese e della sua economia: se convivenza con il virus ci deve essere, e purtroppo non può non esserci, la geometria variabile delle misure è appunto l’unica possibile per diminuire i danni, almeno quelli all’economia. Per quanto riguarda la tutela della salute, è un discorso più complicato e difficile, che Conte ha messo nelle premesse delle nuove misure in relazione all’escalation del virus ma che ha poi giudiziosamente evitato dopo (salvo riproporre l’arrivo più o meno sollecito del vaccino). In pratica, nessuno ha chiesto se si è fatto tutto il possibile durante la tregua estiva concessa dal virus per attrezzare meglio la sanità, dalle terapie intensive alla medicina di prossimità. Va anche sottolineata l’attenzione del premier sulla scuola, in particolare quella dei ragazzi più piccoli, sensibilità importante.

 

In generale, il premier è apparso come “ristorato” dal ritorno in televisione con il copione preferito dell’ultimissimo dcpm o interposta ordinanza del ministro della Salute: la necessità di decisioni dopo una decina di giorni spesi in estenuanti trattative interne alla maggioranza e con le riottose regioni ha restituito all’esecutivo la ragion d’essere che aveva perduto da una parte nel chiacchiericcio sterile di maggioranza e opposizione e dall’altra a causa del ritorno violento del virus, cosa questa che contraddiceva la narrazione ottimistica esemplificata dal libro prima stampato e poi ritirato di Roberto Speranza, tanto per fare un esempio. 

 

E’ probabile che l’apparizione televisiva di mercoledì sera 4 novembre restituisca anche qualche punto nei sondaggi al premier, ma tutto dipenderà dall’effettivo funzionamento del mix tra regole più restrittive e “raccomandazioni” (queste ultime non hanno bisogno di autocertificazione) che è la ricetta dell’esecutivo e che Conte ama declinare all’interno di un dettato burocratico-coercitivo di cui non riesce a liberarsi: anche quando  descrive il possibile e auspicabile passaggio virtuoso di una regione da un regime più restrittivo ad uno più light il premier dice che essa verrà “assoggettata” alla nuova situazione. Insomma, piccoli lapsus freudiani. 

 

Invece ha ben glissato sullo scontro con le regioni, replicando sui dati che Fontana giudica vecchi di una settimana che essi “vanno stabilizzati”. Piuttosto, sarebbe stato necessaria una riflessione sul caso Calabria, la regione economicamente più debole tra quelle rosse: da circa dieci anni la locale sanità è commissariata dal governo, chi dunque avrebbe dovuto provvedere al rafforzamento dei posti letto? E guarda caso proprio oggi il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo commissariamento di tre anni.

 

Complessivamente, nonostante le omissioni, il premier è apparso maggiormente in controllo, anche nei dettagli: ha annunciato che nelle regioni rosse (a causa del virus, ovviamente) insieme a farmacie, supermercati, parrucchieri ed edicole saranno aperte anche le lavanderie, un giusto aiuto anche contro i batteri che certamente si annidano nei vestiti sporchi. In tempi di pandemia è importante che magari il Comitato scientifico lo abbia suggerito. Ma ve la immaginate Angela Merkel che dà notizie così “spicciole” ? Magari i suoi uffici ci fanno un comunicato e prima della sua conferenza stampa anticipano ai media le misure che la Cancelliera commenterà. Sarebbe meglio, ed eviterebbe che si confondano i ruoli: vorremmo che il premier ci spieghi la linea (e come cittadini siamo felici quando è quella giusta) e non confonda il ruolo politico con quello dell’annunciatore, le decisioni con la comunicazione, anche se nell’era dei social questo porta audience. 

 

Ps. Auguri a Rocco Casalino, anche stasera assente, per un pronto ritorno.

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