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Cronache Terrestri

Riaprire il Paese in sicurezza, unica possibilità di salvezza

L'Europa non ci aiuterà gratis, i soldi non ci sono, lo spread incalza: urge tornare a produrre. Tempo di pagelle: Mattarella, Conte, Grillo. E su Draghi...

20 aprile 2020 17:03
Riaprire il Paese in sicurezza, unica possibilità di salvezza

Cronache Terrestri

Prendiamo a prestito il titolo di una celebre raccolta degli articoli di Dino Buzzati, edita da Mondadori. Il grande scrittore, giornalista del Corriere, per descrivere il Giappone, in un’epoca in cui la televisione non era ancora diffusa e gli squarci sulla vita degli altri paesi erano dati soltanto dagli inviati dei grandi giornali, iniziava così: “le nuvole sono esattamente uguali alle nostre”. Buzzati voleva significare che in Giappone tutto il resto era diverso. Oggi il Covid-19, titolo scientifico (e asettico) della peste 2020 sta livellando il mondo. The Italian Times con Cronache terrestri offre per i lettori una sintesi delle notizie e degli umori del giorno, con due certezze: a) è fondamentale informare ed essere informati per poter meglio capire quanto ci sta succedendo; b) dobbiamo conservare, nella grande paura e nella grande speranza, lucidità e capacità di selezionare i fatti rilevanti da quelli che lo sono meno, oltre che dal grande cicaleccio dei social e dal proliferare degli esperti tv. 

 

 

Passano i giorni, velocemente o no a seconda dell’indole di ciascuno e dei metri quadrati di casa disponibili, e siamo a oltre 40 dal lockdown, prima prorogato al 14 aprile e poi al 4 di maggio e poi non si sa; contagiati e deceduti calano, più o meno lentamente, con la Lombardia sempre epicentro del Covid-19; i commissari straordinari sono due (Borrelli e Arcuri) più uno che non lo è ma si vorrebbe che lo fosse (Colao); le Commissioni e i Comitati sono proliferati sino ad avere almeno 450 componenti che si neutralizzano a vicenda; i decreti del presidente del Consiglio e le ordinanze delle Regioni si rincorrono e si contraddicono; il Parlamento è di fatto in lockdown; dopo un mese e mezzo cominciano ad arrivare i 600 euro alle partite Iva, mentre non si sa come e quando sarà possibile accedere ai prestiti bancari garantiti dallo Stato, viste le molte tagliole (a cominciare dall’assenso dei sindacati) inserite nel cosiddetto decreto liquidità; i virologi, categoria di cui quasi si ignorava l’esistenza, ovviamente continuano ad imperversare, più attenti alla propria immagine che ad altro, il che significa nascondersi dietro la scontata indicazione di stare a casa. E, infine, le regioni fanno come vogliono, con risultati buoni in Veneto e pessimi in Lombardia. Le altre, ad eccezione del Piemonte, fortunatamente hanno meno pressione sugli ospedali.

 

Intanto l’Europa non cambia di un millimetro le sue regole, concederà gli aiuti secondo i Trattati, e il riferimento fondamentale resta la capacità di indebitarsi in rapporto al Pil e noi purtroppo viaggiamo verso vette mai toccate (160-170 per cento), cosa che ovviamente pagheremo carissima negli anni a venire. Poiché non abbiamo risorse paragonabili a quelle che mette in campo, ad esempio, la Germania, abbiamo una sola possibilità di ridurre i danni: riaprire in sicurezza il prima possibile le attività produttive. Non vi è, purtroppo, altra ricetta: ogni settimana di chiusura ci costa oltre mezzo punto di prodotto interno lordo. La filiera alimentare e quella farmaceutica hanno lavorato rifornendo di cibo e medicine gli italiani, e non c’è stata alcuna denuncia di mancata sicurezza sanitaria da parte dei sindacati o degli stessi lavoratori, mentre sono già state messe sul mercato telecamere per il controllo della temperatura e il settore della moda ha firmato un accordo che prevede un rigido controllo di sicurezza che può essere esteso alle altre filiere. 

 

Ovviamente, bisognerà fare i turni e tanto altro. Ma occorre riaprire per difendere i 450 miliardi di export della manifattura italiana, perché altrimenti i tedeschi, che non hanno chiuso nulla eccetto l’auto e già la stanno riaprendo, faranno a meno della componentistica italiana. E così in tanti altri settori, e le quote di mercato faticosamente guadagnate dal Made in Italy potrebbero essere perse per sempre. Va ribaltato totalmente il paradigma attuale del restare in casa: il mantra deve essere “lavorare in sicurezza e circolare responsabilmente”, è aperto tutto quello che non è vietato, restringendo il più possibile i divieti. Ovviamente, chi apre deve poter dimostrare che lo sta facendo rispettando la sicurezza. Ogni giorno perso significa spostare in avanti di mesi il recupero.

 

Questo, in sommi capi, il quadro dell’Italia alle prese con la peste 4.0. Quadro peraltro ben conosciuto da tutti, poiché nell’obbligo di stare a casa televisione, social (alcuni giornali e altrettante radio) sono stati croce e delizia delle famiglie. Quindi il quadro serve da riferimento su cui basare i giudizi che ci siamo fatti su chi decide, su chi ha il timone nella gran tempesta. E non si può che cominciare dall’alto.

 

Sergio Mattarella. Ha retto la scena con grande dignità ed efficacia, e si sta spendendo con l’Europa affinché l’Italia non venga data in pasto alla Troika. Ha scelto, come forse non avrebbero fatto alcuni suoi predecessori, di non cambiare in corsa un governo incerto e pasticcione (vedi sotto), ben sapendo di avere a che fare con populisti sia nella maggioranza sia nell’opposizione. Avrebbe indicato Colao per gestire la ripartenza, ma se fosse vero non avrebbe dovuto tollerarne l’annacquamento delle funzioni in una commissione pletorica e senza poteri reali.

 

Giuseppe Conte. Va detto che in tanti, a cominciare da Cronache terrestri in tempi non sospetti, avevano chiesto al premier di non fare l’uomo solo al comando nella grande tempesta ma il playmaker, di circondarsi di una squadra corta di poche persone che (esperti sanitari a parte) conoscessero bene i settori economici sui quali le scelte del governo andavano a incidere, Mattarella lo aveva pregato di coinvolgere l’opposizione e di non trascurare il Parlamento. Invece ha attaccato in tv Salvini e Meloni, ha fatto sparire anche i suoi ministri, eccezione fatta per Di Maio che vive sui social e va ad accogliere i cinesi che ci riportano indietro gli aiuti che gli avevamo spedito; con Gualtieri ha litigato sull’Europa, il tema più delicato: si sa infatti che siamo senza un piano B (che oggettivamente non siamo in grado di avere, perché significherebbe minacciare l’uscita dall’euro e non possiamo né permettercelo, né sapremmo cosa fare e dove andare). E giovedì non potrà che accettare quello che l’Europa deciderà, cercando di farlo passare per una vittoria. 

Ancora: pur facendogli tutti gli sconti possibili rispetto ad una situazione tanto enorme quanto sconosciuta, purtroppo non raggiunge nemmeno lontanamente la sufficienza, salvo nella capacità di scaricare le responsabilità sugli altri: le regioni (Lombardia in particolare, che però ci ha messo del suo), l’opposizione, la stessa Europa, l’Inps, la burocrazia, i runner. Seguiranno certamente le banche e poi, alla fine, gli italiani che insistono ad ammalarsi.

 

Per la verità, il fatto che ha evitato le televisioni per oltre una settimana potrebbe significare che ha capito. E allora speriamo che quando, a breve, tornerà per raccontare la fase 2 non metta più in scena promesse mirabolanti di liquidità e altre meraviglie in arrivo ma faccia un discorso di verità, senza capri espiatori e demagogia: la situazione è difficilissima, le risorse non ci sono, l’Europa è quella che è, dobbiamo salvarci da soli. In virus veritas, insomma. Altrimenti questo discorso dovrà farlo qualcun altro, magari senza evocare Churchill ma cercando umilmente di imitarlo.

 

Arcuri-Borrelli. Il primo, come longa manus di Conte, ha oscurato l’altro, ma sinora ha solo evitato con questo incarico di partecipare come primo dei non eletti alla tornata delle nomine nelle grandi società di Stato, visto che sono stati confermati tutti. A parte una intemerata evocando le poche, a suo giudizio, vittime dei bombardamenti milanesi durante la seconda guerra mondiale rispetto a quelle del virus, sarebbe ingeneroso metterlo già in croce. Lui del resto sa che a questo penserà proprio il suo amico Conte, se le cose non dovessero andare bene. Piccolo consiglio: non ha voce e postura tv, se deve comunicare lo faccia per iscritto o con interviste sui giornali. Del secondo possiamo solo dire che ha fatto bene a ridurre le conferenze stampa giornaliere.

 

Fontana & Gallera. Purtroppo per loro prima del Covid-19, governare in Lombardia era facile: inaugurazioni prestigiose, aperitivi scintillanti, frequentazioni con i luminari della medicina privata e gestione patinata della migliore società italiana del benessere. Il virus ha cambiato tutto e loro non potevano essere all’altezza, e oggi in uno dei più riusciti video satirici che li rappresenta la Regione Lombardia promette che “farà molto peggio perché in grado di farlo”. Stesso discorso per Giuseppe Sala, come sindaco più defilato, che è stato persino capace di chiedere un’assemblea costituente per le riforme mentre infuriava il virus. E, incredibilmente, La Stampa ci fece addirittura la prima pagina.

 

Luciana Lamorgese. Ha usato gli elicotteri contro i runner e gli assembramenti, trasformando persino Roma (fortunatamente sinora senza grande pressione di contagiati sugli ospedali) in uno scenario da film di guerra. Una volta al ministero dell’Interno andavano i politici più navigati, non i funzionari più diligenti.

 

Vittorio Colao. C’è di buono che risponde a chi riesce a trovare il suo numero. Per il resto, nessuno ha chiaro se il suo ruolo concreto potrà mai essere vicino alle sue ambizioni. Se poi si fa imbrigliare da Conte, vanno al macero chili di carta dove è stato snocciolato il suo curriculum di grande manager internazionale (parentesi Rcs a parte). Certo, i test psicologici per gli italiani in quarantena non sono l’inizio migliore.

 

Mario Draghi. Finora aveva fatto benissimo a tenersi lontano dalla mischia e puntare, senza chiasso, alla successione di Mattarella. Oggi è cambiato tutto, due anni sono un’eternità e non si sa come ci ritroveremo, per cui esprimiamo un’opinione controcorrente: l’ex presidente della Bce, l’italiano più autorevole all’estero, deve trovare ora il modo di sporcarsi le mani, non basta certo l’articolo pubblicato sul Financial Times oltre un mese fa. Difficile dire come, va bene anche un ruolo in Europa. Purtroppo, con la mediocrità al potere dappertutto rischia di restare a scrivere le sue memorie in campagna, dove sta provvedendo a sanare i danni di un incendio.

 

Degli altri non vale la pena di parlare. Peccato che, dovendo mantenere se stessi o la famiglia, non abbiano potuto eclissarsi come Beppe Grillo, a cui vanno i nostri ringraziamenti per aver avuto il coraggio di non esserci. Almeno sinora. E tutto ciò mentre lo spread schizza a 240 sulla scia della debolezza italiana sullo scacchiere europeo e impone a Conte di dotarsi subito di un piano B per non arrivare al vertice europeo con uno spread a quota 300-330, antivigilia di una insostenibilità generalizzata. E con i cittadini italiani alla ricerca di un minimo di normalità perduta, che attendono ancora di vedere mantenute le reiterate promesse di tamponi, test sierologici, guanti e mascherine a prezzi equi per cercare di guadagnare quegli spazi di libertà che la Costituzione gli garantisce da 70 anni e che oggi basta un dpcm a umiliare.

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