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Colletti “slandri” e vestituzzi della domenica nella politica locale

I tentativi dei candidati di darsi un’estetica sostituiscono ideologie, progetti e anche contenuti. E Maria Cristina Marchetti e Michel Maffesoli...

19 agosto 2020 12:58
Colletti “slandri” e vestituzzi della domenica nella politica locale

In villeggiatura sul Lago Maggiore per qualche tempo, osservo con un certo sconcerto le locandine dei candidati sindaco di una delle cittadine più rinomate, affiancate l’una all’altra da un attacchino che deve conoscere ben meglio di noi quali rapporti intercorrano fra i tre, da un tempo ormai lungo i volti che si alternano nella gestione del Comune.

 

A due di questi volti (il terzo non è mai arrivato a sedersi sulla poltrona di sindaco) si possono ascrivere le tante recenti brutture architettoniche e i lavori non è chiaro quanto utili ma certamente non finiti e abbandonati che ne deturpano il territorio e che in un caso richiederanno una bonifica ambientale immediata e costosa nella totale indifferenza della Soprintendenza alle Belle Arti e Paesaggio della Regione Piemonte, meravigliosamente alloggiata a Palazzo Chiablesi, che forse considera questa una zona di confine, di certo bella e turisticamente preziosa, ma anche poco densamente popolata in via stabile, e dunque ininfluente dal punto di vista politico.

 

Con l’occhio di chi è abituato per mestiere a intervenire su ogni piccolo dettaglio e ad occultare i difetti, osservo il colletto asimmetrico, troppo aperto e mal stirato della camicia di uno dei candidati, la piega fatta in casa della seconda, stretta nell’abituccio poco donante e l’abito funereo del terzo, nella sua posa ridicolmente rigida: è il più debole dei tre, come certamente sa e come risulta evidente dal contrasto perdentissimo con la rustica forza degli altri due. Mi domando, come mi domando sempre e soprattutto quando osservo la politica locale all’opera, se e quanto le tre pose, e le tre mise, siano volute. Cioè, se la camicia del primo, lasciata troppo aperta per una pur minima pretesa di eleganza o di rigore, non sia invece una strizzata d’occhio popolare e populista, una rassicurazione affettuosa del diritto pubblico alla sciatteria nell’abito e nei gesti; se la messimpiega casalinga e il vestituzzo della festa della seconda non equivalgano a una sottomissione estetica al cattivo gusto generale (una donna, si sa, non deve certo oscurare le altre se intende mettersi alla loro testa, e questa ha pure la disgrazia di un gradevole aspetto); se il completo funereo del terzo non sia un tentativo, ahinoi molto tardivo, di darsi un’aura di autorevolezza.

 

Il messaggio incredibilmente univoco che esce da quei tre manifesti, e ai quali l’ironia superba del nostro attacchino va affiancando in questi giorni l’immagine di una bimba che ride felice accanto allo slogan “vicino ai laghi..un’altra meraviglia”, è piuttosto desolante, eppure offre in un certo qual modo una riprova applicativa della politica post-ideologica di cui scriveva Daniel Bell ancora nei primi Anni Sessanta del Novecento e a cui Maria Cristina Marchetti, professore associato di sociologia della Sapienza ha dedicato un capitolo nel suo nuovo, agile saggio per Motus, “Moda e politica”. “Da una parte”, scrive Marchetti, “in virtù del comune riferimento alla libertà di espressione, la democrazia sembrerebbe costituire il terreno adatto alla fioritura della moda. Dall’altra, il riferimento costante al ruolo che le istituzioni politiche svolgono nel rappresentare la volontà dei cittadini così come espressa attraverso libere elezioni costringe la moda a fare un passo indietro e a adattare ad un dress code che non la prevede, se non come elemento di disturbo”.

 

La progressiva frammentazione delle ideologie, della stessa politica, innestata nel portato delle subculture degli Anni Sessanta e Settanta (dai black panthers al punk), ha portato però a un’ulteriore evoluzione di questo assunto, fino alle attuali, identitarie e comunitarie “tribù” dove, scrive ancora Marchetti, “le appartenenze non si costruiscono più a partire da progetti comuni o idee di società, ma dalla condivisione di emozioni”. Se da una parte, infatti, il tribalismo si presenta come la forma estrema assunta dalla società di massa, dall’altra “prende da essa le distanze, presentandosi come una forma del tutto nuova di legame sociale”.

 

A questo proposito, come scrive invece Michel Maffesoli della Sorbona, “la metafora della tribù consente di rilevare il processo di disindividualizzazione, la saturazione della “funzione intrinseca all’individuo e l’accentuazione del ruolo che ogni persona (che, etimologicamente, trae origine dal concetto di “maschera”, nda) in se stessa è chiamata a svolgere”. La nuova tribù consente dunque una nuova esperienza etica, fondamentalmente empatica e prossemica: una “comunità di emozioni”, la cui condivisione si pone così alla base del legame sociale, e qui arriviamo al nostro punto, cioè al colletto slandro del candidato sindaco in un luogo dove il colletto slandro è una costante, orgogliosamente rivendicata.

 

Quel colletto, realmente dimenticato in quella posizione o voluto che sia, è comunque messaggio empatico. Resta da capire se la tribù dei colletti slandri voglia essere rappresentata da una versione identica, specchiata si sé, o non ne cerchi una magari migliorativa.

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