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I grandi delitti della Capitale

Gli amanti diabolici e la moglie nel Tevere in due sacchi delle Poste

Paola Vuolo, firma della “nera” del Messaggero, riscrive per noi, nell'estate del Covid, i grandi delitti della Capitale. “Storie di Nera” - Capitolo 5

25 luglio 2020 18:29
Gli amanti diabolici e la moglie nel Tevere in due sacchi delle Poste

Alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso Mario Pendinelli, allora direttore del Messaggero, affidò a Vincenzo Cerami, uno dei più grandi scrittori contemporanei, nonchè sceneggiatore di Fellini e di Benigni, il racconto dei grandi delitti avvenuti nella capitale nei decenni precedenti. E Vincenzo, con umiltà e passione (tra l’altro, divenne prima praticante e poi giornalista professionista frequentando via del Tritone), li riscrisse e li fece rivivere ai lettori.

Nel nostro piccolo, The Italian Times ha deciso di raccontare per questa estate strana, con il virus ancora in agguato e non del tutto individuato nè dai carabinieri e nemmeno dai medici legali e dalla polizia scientifica tra i tanti germi sospetti, i delitti dell’epoca post Cerami. E lo ha fatto chiedendo di riscriverli a chi li ha raccontati in diretta per una vita, cioè a Paola Vuolo, cronista per vocazione e passione poichè la “nera” nel giornalismo dell’era predigitale era la scuola del mestiere giornalistico più puro, della vita senza mediazioni, dei particolari tanto accurati quanto ben scritti, della foto da strappare ai parenti in lacrime. Dal gigantesco stanzone della cronaca al secondo piano dello storico palazzo del Messaggero si muoveva la squadra e partiva la macchina del giornale, con a bordo giornalista e fotografo: a turno con Paola, Rino Barillari il king dei paparazzi, Ermando Di Quinzio, vincitore del premio per la migliore foto dei Mondiali degli anni ’90, Alberto Bandinelli, Ugo Collini, Mario D’Ilio e Ettore D’Aco, e tornavano a qualsiasi ora ma in tempo per l’ultima edizione, con la storia, il contesto, le foto, il mistero che avrebbe appassionato per mesi i lettori e oliato le copie. Paola ha da poco lasciato il Messaggero. (Ade)


 

Il lato oscuro della quotidianità

 

«Il vero problema con quelle come te è che pensano di essere migliori di quelle come me. Come se fossi una nullità. Non capisci il mondo dove vivi, chiusa nella tua convinzione di moglie e madre perfetta. E’ solo arroganza. Adesso sei qui che rantoli con i fiotti di sangue che escono dalle ferite. Mi hai insultata e minacciata, ora mi guardi con gli occhi supplicanti. Stai cercando di parlarmi. Per dirmi cosa? Aiutami. Portami in ospedale. La vita ti sta scappando via. Ti credevi superiore, volevi rovinare tutto tra me e il mio amore solo perché è tuo marito. Ho il coltello tra le mani, te lo affondo nella gola e nel ventre».
«Nessun testimone maresciallo?»
«Per ora no signor colonnello. C’è solo il pescatore che  ha trovato  il sacco insanguinato sulla sponda del fiume e ha dato l’allarme, il medico legale dice che prima di essere accoltellata la donna è stata presa a bastonate in testa. Poi l’hanno dissanguata come si fa con le bestie da macello. Poveraccia. L’hanno uccisa da qualche altra parte, non c’erano tracce di sangue sul terreno, il sacco con il cadavere è stato scaraventato dall’alto del dirupo a Ponte del Grillo e abbandonato lungo il fiume. Come fosse immondizia». L’ufficiale dei carabinieri sfogliò il rapporto con le poche informazioni sulla sconosciuta. E’ bianca, età apparente sui 30 anni, indossa una gonna bianca e una maglietta gialla, si chiama Cinzia. E’ stata rinchiusa in due sacchi delle poste italiane. Chi l’ha uccisa ha dimenticato di sfilarle la fede, nell’anello c’è inciso: «Massimo e Cinzia, 23 luglio 1988». Bisogna controllare le denunce di scomparsa.  


Quel 6 agosto del 1993, il caldo era insopportabile, Massimo Pisano stava incollato alla finestra. Da due giorni scrutava la strada in attesa di vedere comparire la 126 azzurrina di Cinzia, sua moglie.
«Le è successa una disgrazia.»
Massimo si era girato a guardare la cognata in piedi sulla porta. «Si è addormentata?» Aveva chiesto.
«Sì, la piccola dorme, ma non mi hai risposto. Pensi anche tu che le sia capitato qualcosa di terribile vero?»
«Ho denunciato la scomparsa, aspettiamo, magari voleva solo stare un po’ da sola».
«E perché mia sorella avrebbe voluto starsene un po’ da sola?»
L’uomo non le aveva risposto, ed era tornato a fissare la strada. Con Cinzia aveva litigato di brutto. Lei sapeva tutto. Aveva scoperto la sua tresca e lui, come la maggior parte degli uomini che hanno un’amante si era messo a giurare che non era vero niente. Chiacchiere maligne, di quelle che nascono negli ambienti di lavoro. Forse avrò fatto un complimento distratto a quella donna che boh, «neanche so come si chiama». 

                 
«Silvana, ecco come si chiama, Silvana Agresta» aveva urlato lei. «Ho trovato il suo numero di cellulare nella tua rubrica. Il telefono è intestato a sua madre, ma risponde lei. Lo so perché l’ho chiamata.»
Cinzia, Massimo e Silvana lavoravano per il ministero dell’Interno,  ma lui arrotondava ristrutturando appartamenti. A Silvana stava rimettendo a posto la mansarda nella palazzina di Riano, un paesino a pochi chilometri da Roma, dove abitava con la madre e il fratello.
«E’ qui che io e il mio amore abiteremo», diceva la donna ai vicini, e mostrava l’anello di fidanzamento che,  diceva lei,  Massimo le aveva regalato dopo un anno d’amore e promesse. Ma non c’era nessun fidanzamento. Non per Massimo. Silvana non avrebbe mai preso il posto di sua moglie, era solo un passatempo, niente di veramente serio. Nel frattempo tra baci e menzogne, tirava su pareti e aiutava l’amante a mettere a posto la mansarda. «Massimo ti piacciono le mattonelle del bagno?»
«Sì.» Le stesse mattonelle che avrebbe visto Cinzia prima di morire.  
«Colonnello sappiamo chi è la donna del fiume. Si chiama Cinzia Bruno, è di Roma e abita a Monteverde, il marito Massimo Pisano, 33 anni, ne ha denunciato la scomparsa.»
«Bene maresciallo, ottimo lavoro, e vada a prenderlo. Dobbiamo ascoltarlo.»


Dopo poche ore di interrogatorio quell’omone grosso e occhialuto era già diventato il sospettato numero uno. I carabinieri avevano scoperto la sua relazione con Silvana, sospettata pure lei di omicidio.  Nella cantina della casa di Riano avevano trovato i sacchi di Italia poste, uguali a quelli usati per occultare il cadavere di Cinzia Bruno e nella mansarda, fra gli interstizi delle mattonelle del bagno, erano rimaste tracce di sangue.
«Sono innocente, non ho ucciso mia moglie, io l’amavo. Pochi giorni prima che morisse avevamo prenotato i biglietti del traghetto per la Sardegna. Dovete credermi. La mattina che Cinzia è stata uccisa ero al catasto, poi sono passato dal ferramenta a fare la copia di un paio di chiavi, ho anche lo scontrino con l’orario.» 
«Non ho ammazzato nessuno», si era difesa Silvana, «qualcuno è entrato nella mia mansarda e ha ucciso Cinzia Bruno. E’ stato Massimo, quella mattina mi ha telefonato al lavoro e mi ha detto di andare a casa, c’era un pacco in terrazza. Ho visto i sacchi, ma non sapevo cosa c’era dentro. Li ha  buttati via un vicino.»
Massimo e Silvana si accusavano a vicenda. Ma gli investigatori erano certi che gli amanti fossero stati complici. Ad uccidere Cinzia Bruno erano state almeno  due persone. Prima delle bastonate e delle coltellate alla donna avevano infilato in gola un pugno di Plegine, un potente anfetaminico. Forse gli assassini volevano simulare un suicidio per avvelenamento. Una persona sola non poteva avere fatto tutto quel macello.

 
Silvana e Massimo, “gli amanti diabolici” come li aveva etichettati la stampa, erano diventati due nemici che si accusavano a vicenda. «Silvana dì la verità, sai come è andata.»
«Sei stato tu, ecco come è andata.»
Massimo Pisano aveva perso tutto. La famiglia di Cinzia si era presa la bambina giurando che non l’avrebbe rivista mai più.
«Sono innocente.»
«Ti credo.» Il fratello, Mario, era l’unico al mondo a stargli vicino, il solo a credere nella sua innocenza.
Ma l’alibi di Massimo, per i giudici, non reggeva e si era anche contraddetto. Nel primo interrogatorio aveva dichiarato che quella mattina era uscito dal lavoro alle 10 ed era rientrato in ufficio alle 11.30. Un buco di novanta minuti nella sua mattinata e nessuna prova certa che li avesse passati in fila al catasto e poi dal ferramenta. Negli interrogatori successivi Pisano aveva corretto gli orari sostenendo di essere uscito dall’ufficio alle 10.30 e di essere rientrato alle 11.30. Il buco diventava di un’ora, ma per gli inquirenti era un tempo sufficiente per raggiungere Riano, uccidere la moglie, tornare in ufficio, e recitare  la parte del marito angosciato. Il quadro accusatorio sembrava incrollabile. Più si avvicinava il giorno della sentenza, più Massimo Pisano sentiva una nausea dentro che cresceva come una malattia.
«Non mi credono, Mario, non hanno neppure controllato a fondo il mio alibi. Hanno già deciso che sono colpevole.»
«Io non mi arrendo, e non farlo neppure tu.»
Era una fredda giornata di novembre del 1994, mancava un mese a Natale. Nell’aula grigia del Tribunale il presidente aveva letto la sentenza. Ergastolo. 


Gli amanti diabolici erano stati condannati al carcere a vita. Secondo l’accusa, la mattina del 4 agosto di un anno prima, Cinzia Bruno era andata a Riano per affrontare la donna che voleva rubarle Massimo. Cinzia sapeva dove abitava, c’era stata già un paio di volte a spiare la casa dove il marito si rifugiava quando scappava dalla famiglia. Poco dopo le 10 di mattina aveva imboccato via Matteotti, una stradina in discesa dalle casupole con i mattoni mai imbiancati e le finestre di alluminio.   Le rivali si erano incontrate e subito erano  volati insulti.  Silvana con perfidia le aveva mostrato la mansarda che stava arredando per viverci con Massimo sbattendole sotto agli occhi l’anello d’oro che l’amante le aveva regalato proprio il  giorno prima. Cinzia aveva perso la testa «puttana.»
«Rassegnati, Massimo non ti ama più.»
Le donne avevano incominciato a picchiarsi e prendersi per i capelli. Poi nella mansarda  era arrivato qualcun altro. Per i giudici era Massimo Pisano. Cinzia non aveva scampo. Gli amanti le avevano bloccato i polsi per farle ingoiare 40 pasticche di Plegine e altri medicinali. Probabilmente volevano avvelenarla. 

                                                        
Ma Cinzia continuava a dimenarsi.L’avevano colpita più volte alla testa con un bastone poi l’avevano accoltellata, undici pugnalate sul ventre, sulle braccia, sul petto. Avevano trascinato la donna nel bagno, le avevano tagliato la gola e fatto colare il sangue nella vasca fino all’ultima goccia.
Nella mansarda era tornato il silenzio e tutto odorava di sangue. Bisognava liberarsi di Cinzia, cancellare ogni traccia. I complici avevano pulito le mattonelle e sigillato il corpo seminudo della donna in due sacchi della Posta. Per fare sparire il cadavere si erano rivolti a un vicino: «Ti diamo cinque milioni se getti via questo pacco.»
Quella notte il corpo di Cinzia era stato caricato sul  un furgoncino di un quarto uomo e trasportato fino a Ponte del Grillo. Secondo i patti  i due uomini avrebbero dovuto gettare il sacco nel fiume. Invece lo avevano fatto rotolare tra i rovi di una scarpata ed erano andati via  senza curarsi di vedere se finiva inghiottito dall’acqua. Due giorni dopo era stato trovato dal pescatore, il sacco si era impigliato tra i rami.


Sembrava tutto detto, tutto finito. Mario Pisano però non si era arreso. Per anni aveva continuato ad esibire le prove dell’innocenza del fratello, e a chiedere la revisione del processo pagando i migliori avvocati. Le prove che avevano fatto condannare Massimo all’ergastolo erano deboli.
Una diversa perizia calligrafica eseguita su una ricevuta compilata da Pisano provava, che la mattina del delitto, tra le 10.30 e le 11.30, l’uomo  si trovava davvero negli uffici del catasto e due impiegati si ricordavano di avere parlato con lui. Gli inquirenti avevano pure ignorato che lungo la strada per Riano , all’epoca, c’erano dei lavori in corso e il traffico era rallentato. Per Massimo Pisano sarebbe stato impossibile arrivare fino a casa dell’amante, uccidere la moglie, e tornare in ufficio in sessanta minuti. L’arma del delitto non era stata mai trovata. E negli atti del processo risultava una testimonianza importante, che gli inquirenti avevano trascurato. Una vicina di Silvana aveva raccontato che intorno a mezzogiorno, si erano sentite  le urla di una donna provenire dalla mansarda. Erano di  Cinzia. Ma Pisano a quell’ora si trovava al lavoro.
I giudici di Perugia avevano accolto la richiesta di revisione del processo. Il 19 febbraio 2001 era stata emessa una nuova sentenza che assolveva Massimo Pisano ”per non aver commesso il fatto.” Per loro Massimo era innocente. La giustizia pagò il suo conto. Due milioni di euro. 
«Non mi serviranno a riprendermi gli anni perduti e l’amore di mia figlia», aveva detto Massimo. «Chissà cosa le hanno raccontato di me, dal giorno dell’arresto non l’ho più vista, per lei sono un estraneo.»

 

Errore giudiziario riparato. Ma la verità tornava ad essere un mistero chiarito solo a metà. Le perizie avevano dimostrato che Cinzia Bruno era stata uccisa da due persone. Assolto il marito bisognava cercare il complice di Silvana. Chi c’era nella mansarda con le due donne?   Una domanda che, fino ad oggi, non ha trovato nessuna risposta. Silvana non ha dato altre versioni, e le indagini riaperte non sono servite a scoprire l’identità del complice che quella mattina d’estate, nella mansarda che odorava di vernice fresca, aiutò Silvana Agresta a massacrare Cinzia Bruno.

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