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I grandi delitti della Capitale

Simonetta Cesaroni, 30 anni dopo l’assassino resta libero e senza nome

Paola Vuolo, firma della “nera” del Messaggero, riscrive per noi, nell'estate del Covid, i grandi delitti della Capitale. “Storie di Nera” - Capitolo 6

10 agosto 2020 14:29
Simonetta Cesaroni, 30 anni dopo l’assassino resta libero e senza nome

Alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso Mario Pendinelli, allora direttore del Messaggero, affidò a Vincenzo Cerami, uno dei più grandi scrittori contemporanei, nonchè sceneggiatore di Fellini e di Benigni, il racconto dei grandi delitti avvenuti nella capitale nei decenni precedenti. E Vincenzo, con umiltà e passione (tra l’altro, divenne prima praticante e poi giornalista professionista frequentando via del Tritone), li riscrisse e li fece rivivere ai lettori.

Nel nostro piccolo, The Italian Times ha deciso di raccontare per questa estate strana, con il virus ancora in agguato e non del tutto individuato nè dai carabinieri e nemmeno dai medici legali e dalla polizia scientifica tra i tanti germi sospetti, i delitti dell’epoca post Cerami. E lo ha fatto chiedendo di riscriverli a chi li ha raccontati in diretta per una vita, cioè a Paola Vuolo, cronista per vocazione e passione poichè la “nera” nel giornalismo dell’era predigitale era la scuola del mestiere giornalistico più puro, della vita senza mediazioni, dei particolari tanto accurati quanto ben scritti, della foto da strappare ai parenti in lacrime. Dal gigantesco stanzone della cronaca al secondo piano dello storico palazzo del Messaggero si muoveva la squadra e partiva la macchina del giornale, con a bordo giornalista e fotografo: a turno con Paola, Rino Barillari il king dei paparazzi, Ermando Di Quinzio, vincitore del premio per la migliore foto dei Mondiali degli anni ’90, Alberto Bandinelli, Ugo Collini, Mario D’Ilio e Ettore D’Aco, e tornavano a qualsiasi ora ma in tempo per l’ultima edizione, con la storia, il contesto, le foto, il mistero che avrebbe appassionato per mesi i lettori e oliato le copie. Paola ha da poco lasciato il Messaggero. (Ade)

 

 

Il lato oscuro della quotidianità

 

Nell’agosto di trent’anni fa un brivido percorse Roma e l’Italia tutta, un assassino si aggirava nella capitale estiva. La vittima era una ragazza di appena 21 anni, Simonetta Cesaroni, così si chiamava. Il corpo dilaniato da 29 coltellate venne trovato l’8 agosto nella sede dell’Associazione italiana alberghi della gioventù dove la ragazza lavorava. Simonetta quel pomeriggio era da sola nell’ufficio di via Carlo Poma, un palazzone austero nel quartiere Prati un tempo abitato dalla borghesia del regime fascista. Sei anni prima, nello stesso condominio era stato ritrovato il corpo senza vita di Adriana Moscatelli, un'anziana signorina, soffocata con un cuscino. Un omicidio, anche quello, che rimase irrisolto: l'assassino non portò via nulla. Renata Moscatelli, apparteneva a una delle famiglie più ricche d'Italia, viveva sola in quel suo appartamento piuttosto umile,  legata alla piccola umanità che ogni giorno incrociava nel quartiere per il buongiorno e la buonasera.


Era il 1984. Sei anni dopo, in piena estate, quando il condominio rimane deserto, ecco che si consuma un altro misterioso omicidio. Ecco che il condominio di via Poma, coi suoi meandri, i suoi garage, i suoi silenzi estivi, i suoi sottoscala, i suoi appartamenti vuoti, diventa ancora protagonista di un noir. Simonetta viene trovata il pomeriggio del 7 agosto 1990, trafitta da 29 pugnalate. L’assassino si era accanito colpendola al volto, al collo, le aveva trafitto il torace e la zona pubica. Le ha anche dato un morso.  La ragazza è seminuda, ma non è stata violentata.


Il nodo del delitto si incentra tutto in un'ora di quel pomeriggio, dalle 17,30 alle 18,30. Il palazzone a quell'ora è muto. Gli inquilini sono quasi tutti in vacanza, il palazzo è nelle mani del portiere, Pietrino Vanacore, che però dice di non avere visto nessuno né entrare né uscire. Eppure la ragazza era entrata ed era entrato anche l'assassino. A meno che il killer non stesse già dentro.  Vanacore, secondo gli inquirenti, era stato l'ultima persona a vedere Simonetta e in più si era contraddetto su alcuni vasi che diceva d'aver innaffiato nell'ora del delitto. Sui pantaloni aveva due macchie sospette di sangue, e inoltre possedeva le chiavi dell'ufficio in cui lavorava la vittima. L'ipotesi degli investigatori era di un Vanacore invaghito della ragazza che entra con le chiavi nell'ufficio della ragazza, tenta di violentarla e nel raptus la uccide. Poi pulisce tutto in attesa di far sparire il corpo. Il Tribunale della Libertà invece rimanda a casa il portiere con tante scuse. Le macchie di sangue sui pantaloni erano dello stesso Vanacore che soffriva di emorroidi. Entrano nell'inchiesta il datore di lavoro di Simonetta e altri personaggi. Sotto processo finisce anche l’ex fidanzato di Simonetta, condannato a 24 anni in primo grado, e poi assolto sia in secondo grado sia in Cassazione. Vanacore si rifugia in un paesino della Puglia, in un’intervista dice di aspettare che l’assassino di Simonetta si faccia vivo. Quasi lo aspetta.


Nel marzo del 2010 Pietrino Vanacore si suicida legandosi una pietra al collo e lasciandosi annegare in un corso d’acqua a Torre Ovo di Torricella, nel Tarantino. Aveva un cartello al collo con su scritto: “Vent’anni di sofferenza e sospetti portano al suicidio”. Partono i depistaggi, si gioca sulle contraddizioni. Spunta, come spesso avviene in storie come questa, anche un uomo dei servizi. Lo spione fa il nome di un ragazzo che frequentava il condominio. Rivela di aver sentito dire che il giovane era a via Poma nelle ore del delitto e che quella sera aveva un braccio ferito. La nuova tesi proponeva il seguente scenario, il ragazzo aveva ucciso Simonetta perché la ragazza era l'amante del padre. Insomma gli inquirenti andavano avanti alla cieca: cercavano l'assassino senza ancora sapere per quale ragione Simonetta era stata uccisa e secondo quali precise modalità.


A trent’anni di distanza l’assassino di Simonetta Cesaroni se ne va in giro senza più nemmeno l' incubo di essere scoperto.
Lui, che per motivi rimasti avvolti dal mistero, ha ucciso e massacrato con un tagliacarte una ragazzina di 21 anni, può ancora dormire sonni tranquilli. Ormai la partita è chiusa. 

 

Il delitto di via Poma finisce tra i faldoni dei tanti delitti irrisolti. Ma la famiglia di Simonetta chiede giustizia, vuole che le indagini non vengano chiuse. C’è un assassino in giro che per ora ha vinto la partita. E rimane il giallo. Ma i gialli senza assassino non sono veri gialli, sono racconti del mistero, paurosi e occulti, quasi irreali, e hanno come protagonisti luoghi spettrali, fantasmi, ombre minacciose, pugnali affondati nelle tasche, lune piene e pomeriggi estivi di un’afa soffocante.

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