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I grandi delitti della Capitale

Il destino amaro delle sorelle Monti, uccise a distanza di 22 anni

Paola Vuolo, firma della “nera” del Messaggero, riscrive per noi, nell'estate del Covid, i grandi delitti della Capitale. “Storie di Nera” - Capitolo 4     

16 luglio 2020 17:09
Il destino amaro delle sorelle Monti, uccise a distanza di 22 anni

Alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso Mario Pendinelli, allora direttore del Messaggero, affidò a Vincenzo Cerami, uno dei più grandi scrittori contemporanei, nonchè sceneggiatore di Fellini e di Benigni, il racconto dei grandi delitti avvenuti nella capitale nei decenni precedenti. E Vincenzo, con umiltà e passione (tra l’altro, divenne prima praticante e poi giornalista professionista frequentando via del Tritone), li riscrisse e li fece rivivere ai lettori.


Nel nostro piccolo, The Italian Times ha deciso di raccontare per questa estate strana, con il virus ancora in agguato e non del tutto individuato nè dai carabinieri e nemmeno dai medici legali e dalla polizia scientifica tra i tanti germi sospetti, i delitti dell’epoca post Cerami. E lo ha fatto chiedendo di riscriverli a chi li ha raccontati in diretta per una vita, cioè a Paola Vuolo, cronista per vocazione e passione poichè la “nera” nel giornalismo dell’era predigitale era la scuola del mestiere giornalistico più puro, della vita senza mediazioni, dei particolari tanto accurati quanto ben scritti, della foto da strappare ai parenti in lacrime. Dal gigantesco stanzone della cronaca al secondo piano dello storico palazzo del Messaggero si muoveva la squadra e partiva la macchina del giornale, con a bordo giornalista e fotografo: a turno con Paola, Rino Barillari il king dei paparazzi, Ermando Di Quinzio, vincitore del premio per la migliore foto dei Mondiali degli anni ’90, Alberto Bandinelli, Ugo Collini, Mario D’Ilio e Ettore D’Aco, e tornavano a qualsiasi ora ma in tempo per l’ultima edizione, con la storia, il contesto, le foto, il mistero che avrebbe appassionato per mesi i lettori e oliato le copie. Paola ha da poco lasciato il Messaggero. (Ade)


Il lato oscuro della quotidianità

Un giorno d’estate del 1988 nelle redazioni dei giornali arriva questa notizia: «Un uomo ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Guidonia ha confessato alla polizia di avere ucciso, nel 1958, una donna sull’Appia Pignatelli. L’uomo ha avuto un complice, un fotografo morto poco tempo fa.» Quel giorno vengono ritrovati vicino a un rudere romano i resti di Luciana Monti, 29 anni, prostituta. L’uomo che ha confessato il delitto si chiama Agostino Nalli, di 49 anni, e si è fatto 27 anni di manicomio. I medici che lo hanno in cura a Guidonia dicono che è quasi guarito ed è in grado di intendere e di volere. Alla polizia ha raccontato di essere impazzito per il rimorso di quello che aveva fatto tanti anni prima. Un delitto che fece epoca e di cui non si trovarono i colpevoli. Agostino all’epoca aveva vent’anni. Tutto quel tempo passato nei manicomi gli toglieva però ogni attendibilità. Come credere a una persona che aveva trascorso quasi tutta l’esistenza in preda alle ossessioni? Il giudice infatti non volle credergli e così, su quell’antico omicidio di via Appia Pignatelli, fu definitivamente messa una pietra. Però i dettagli della confessione erano precisi, come se il delitto fosse stato consumato il giorno prima. «E’ rimasto fermo al 1958» , aveva spiegato lo psichiatra. 

Il 22 giugno del 1958 sui giornali si leggeva: «Efferato delitto nel torbido ambiente delle donne di malaffare. Una mondana è stata uccisa con quattro coltellate in un rudere sull’Appia Pignatelli.» La vittima si chiamava Luciana Monti, aveva 29 anni, era chiamata nell’ambiente "la mora", per i suoi capelli nerissimi. Era la più bella tra le ragazze che stazionavano sulla strada della Roma antica, oltre la passeggiata archeologica. Le sue amiche la trovarono bocconi, con un braccio proteso nell’estremo tentativo di difendersi dalle coltellate. Tra la paglia e le erbacce, all’ombra delle antiche pietre, un rudere nella zona chiamata "la Torraccia di Boscosacro", dove le ragazze portavano i loro clienti.  


Dalle testimonianze delle amiche della vittima, la polizia aveva scoperto che l’ultima volta che era stata vista, Luciana, era in compagnia di due uomini. Sicuramente si trattava di un omicidio per rapina. Ammontare del bottino, 12.000 lire, una fede nuziale, un orologio e un orecchino.
Leon, un cane della polizia famoso per il suo fiuto, andò a posare il naso sul corpo della donna, Luciana indossava un abito bianco a fiori gialli e rossi. La veste sollevata sulle gambe in una pozza di sangue. In un attimo Leon scovò nel pagliericcio l’altro orecchino, quello sicuramente perso dall’assassino o dagli assassini. Non solo, sempre narici a terra, Leon, andò in strada, si mise a scodinzolare per parecchi metri fino a quando non si fermò abbaiando davanti a una borsetta nascosta in una siepe. Era la borsa della vittima, mancava il portafoglio. Ci volle poco ai medici legali per capire che ad uccidere la ragazza erano state due persone, una che l’aveva picchiata e l’altra che le aveva sferrato quattro pugnalate con una lama lunga 13 centimetri. 

 

Oltre ai fori del coltello, sul cadavere erano presenti ecchimosi all’altezza dello stomaco.  Le amiche dichiararono: «Si accompagnava a due uomini, sono venuti con la vespa. Uno avrà avuto vent’anni, baffi e maglietta a righe, l’altro aveva capelli biondi tagliati a spazzola e una macchina fotografica a tracolla.» La polizia cercò i due uomini ovunque, interrogò mezzo mondo. I giornali ne parlarono per settimane. Tutto portava implacabilmente verso due giovani sconosciuti, un moretto e un biondino con la macchina fotografica. Gli assassini furono descritti con precisione dai testimoni, ma fu tutto inutile.


Così piano piano, come sempre accade in casi come questi, sopraggiunse la rassegnazione, le pratiche furono chiuse e sigillate, i testimoni non furono richiamati, i parenti della vittima attaccarono la foto di Luciana al muro e Leon se ne tornò ai suoi addestramenti. Della prostituta uccisa a coltellate non parlò più nessuno. Fino a quando, 29 anni dopo, un uomo con disturbi mentali , se ne uscì dicendo, «Luciana Monti l’ho uccisa io.» E racconta per filo e per segno come si svolsero i fatti. A quel tempo faceva il facchino e vendeva gelati. Col suo amico, il biondino di nome Mauro, decise di andare a rapinare un po’ di soldi a una prostituta. L’amico aveva comprato un coltello, ma il patto era di non usarlo. Fu lui ad abbordare Luciana. E mentre era nel rudere, comparve Mauro, armato di coltello. Questi erano gli accordi. Ma successe qualcosa di imprevisto. Luciana invece di spaventarsi reagì, ne nacque una colluttazione. Agostino colpì la donna con pugni allo stomaco, ma quell’altro si avventò col pugnale uccidendola. Scapparono, si divisero il bottino, seimila lire a testa. Agostino si comprò una maglietta nuova. Per quanto riguarda l’orecchino e l’orologio, i due nascosero tutto vicino ai binari della ferrovia a Ostia.


Una confessione non valida, che lascia il mistero fermo a trent’anni fa. Ma non è finita, un altro fatto incredibile aggiunge mistero a mistero. Questa volta si tratta di un enigma che ha a che fare direttamente col destino. Il 16 novembre del 1980, viene trovato il cadavere di una donna in una casa in costruzione nelle vicinanze di Guidonia. La vittima si chiama Valeria Monti, 35 anni, sorella di quella Luciana morta ammazzata anni prima in via Appia Pignatelli a Roma. Il cranio sfondato da sei colpi d’arma da fuoco, i polsi segnati da vistosi ematomi. Anche Valeria, come la sorella maggiore, viene uccisa da misteriosi assassini destinati a rimanere nell’ombra per sempre. Per gli investigatori il delitto «sembra sia maturato negli ambienti della prostituzione.» I giornali liquidano la storia nel giro di qualche giorno, poi basta. Un segno dei tempi. Due crimini quasi uguali, entrambi oscuri, due vittime dello stesso sangue. Cambia solo lo sfondo.

Luciana cadde tra i ruderi di una Roma che aveva ancora i colori di una cartolina, con personaggi crudeli per ignoranza, figli della guerra. Una Roma con i pini, le Lambrette, le Vespe e le borgate. Valeria invece trovò la morte tra casamenti in cemento mai portati a termine ai margini di un sentiero che unisce Guidonia a Settecamini, una metropoli fitta come un reticolato di palazzoni e rifiuti, invasa dai topi e dalla droga. Mentre dell’omicidio di Luciana si trovò subito il movente e si individuarono per lo meno in due balordi le figure degli assassini, per la morte di Valeria come nello specchio di un’epoca diversa, lacerata da conflitti intricatissimi, non si riuscì a capire nemmeno perché chi l’aveva uccisa si era accanito così tanto. All’ignoranza e alla stupidità dei primi assassini si sostituiva la violenza cieca dei secondi. Ma su tutto questo resta immobile lo spietato destino che lega le sorelle ad una stessa fine.

Forse un giorno, magari fra trent’anni, un altro pazzo dirà di essere stato lui ad uccidere Valeria Monti. Sua sorella, Luciana, fu ammazzata per dodicimila lire. E lei? L’unica cosa che si può dire è che il destino delle sorelle Monti è stato un destino da quattro soldi. Povero come le loro vite.

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